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Darfur: questo sconosciuto

La tragedia dimenticata

Per chi non avesse chiara la geografia del continente africano, il Darfur è la regione occidentale del Sudan, nazione dell’Africa centro-orientale, confinante con Chad, Etiopia, Libia, Uganda, Kenia, Egitto, Repubblica Democratica del Congo e Repubblica Centroafricana.

Il Darfur ha un’area di poco più di 490.000 kmq (quasi quanto la Francia), è popolato da circa 6 milioni di persone, in maggioranza neri musulmani con sparuti gruppi di animisti e cristiani, che praticano l’agricoltura e la pastorizia. Non esistono grandi insediamenti urbani e la sua orografia è formata da un grande altopiano che, nella sua parte centrale, è caratterizzato dal massiccio del Jebel Marra con i suoi 3.088 mt di altitudine. Il nord della regione è composta da dune sabbiose, mentre il sud è dominato dalla savana e gode di precipitazioni medie annue di 700 mm, concentrate nell’estate. La minoranza di etnia araba, che detiene il potere, nel 1987, proclamò la “supremazia della razza araba” e nel 2003 un gruppo di ribelli del Darfur diede vita alla guerra civile, organizzandosi nel Movimento per la Liberazione del Sudan o SLM, al quale si aggiungeranno, poco dopo, l’Esercito per la Liberazione del Sudan o SLA ed il Movimento per la Giustizia e l’Uguaglianza o JEM.

Numerose inchieste delle Nazioni Unite, succedutesi negli anni successivi allo scoppio della guerra, non hanno portato alla luce le atrocità commesse nella regione. Villaggi bruciati, donne e bambine violentate e molte volte uccise successivamente, corpi smembrati, bestiame confiscato, pozzi d’acqua e campi coltivati distrutti, violenze tutte indirizzate verso i neri, che siano animisti, cristiani o musulmani, rei solo di non essere arabi. Purtroppo, alla luce delle prove raccolte, si parla solo di gravi violazioni dei diritti umani e non, come volevano gli Stati Uniti, di genocidio (ossia azione sistematica posta in essere dal governo e motivata dall’odio etnico).

Nonostante diverse risoluzioni siano state approvate dal Consiglio di Sicurezza del O.N.U. , sia stata dibattuta, presso la Corte Penale internazionale dell’Aja, la situazione esistente e sia stata inviata, nella regione, una forza di pace dell’ Unione Africana, affiancata da un contigente di Caschi Blu dell’O.N.U.(< strong>UNAMID) , date le ristrettezze economiche e di mezzi del contingente africano (vedi la mancanza di elicotteri e di mezzi di trasporto via terra e che gran parte degli uomini impiegati sono costretti ad indossare una busta di plastica blu sull’elmetto per la mancanza di caschi blu), forte di 11.415 uomini ( a dire il vero, un numero molto al di sotto delle effettive necessità), gli scontri sono ancora in atto e le violenze si ripetono senza sosta. Senza contare che, le stesse forze di peacekeeping, sono state e sono, tuttora, anch’esse, fatte oggetto di imboscate, attacchi ed attentati dinamitardi, anche con la perdita di vite umane. Ammontano, a tuttoggi, a circa 20 unità le perdite tra le fila delle forze UNAMID (African Union – United Nations Hybrid Operation in Darfur).

Le zone maggiormente interessate da questa tragedia sono quelle confinanti con il Chad, quindi la zona occidentale, dove manca ogni condizione di sicurezza, anche solo , per consentire la consegna degli aiuti umanitari inviati dal O.N.U. e dalle associazioni non governative (ONG). Le cause che hanno condotto a questo eccidio continuo, dato che le cifre parlano chiaro, 400.000 morti, 2 milioni e mezzo di sfollati e 450.000 rifugiati, sono diverse, quali il possesso della terra e le divergenze tribali, connesse alla storica rivalità tra etnie di pastori arabi, nomadi, provenienti, a suo tempo, dalla penisola arabica, ed agricoltori ed allevatori neri, autoctoni, stanziali. Purtroppo, gli scontri tra i nomadi e gli stanziali interessano tutta la zona dalla Mauritania al Mali ed appunto il Sudan. In Darfur, tutte le etnie non arabe sono fortemente motivate al mantenimento del diritto sulla terra, secondo le tradizioni locali dei dar e degli hawakir. Invece, contro tale legittimo diritto, proprio nel 2003, è esplosa, con la violenza, la pretesa delle popolazioni arabe nomadi, di cacciare le popolazioni, ivi residenti da secoli, e di creare, sugli stessi territori, insediamenti a loro legati. Altra concausa è la spartizione del potere. Infatti la minoranza araba, che detiene il potere, come precedentemente accennato, non vuole condividerlo con il resto del paese insieme ai proventi delle risorse naturali (petrolio, uranio e rame). La stessa maggioranza nera è scarsamente rappresentata politicamente sia a livello centrale che locale.

L’unica fonte di sviluppo, e non di poco conto, per il Sudan è lo sfruttamento del sottosuolo, i cui proventi vengono venduti quasi esclusivamente alla Cina, infatti gli stati occidentali, guidati dagli Stati Uniti, hanno imposto a Karthoum un boicottaggio degli scambi commerciali. Dei proventi, derivanti dalle risorse estratte dal sottosuolo, però, ne è interessata solo la zona intorno alla capitale, mentre ne è completamente estraneo il Darfur, nel quale, invece, abbondano le milizie nomadi arabe, i janjaweed, i famosi diavoli a cavallo, le quali scorrazzano, con il benestare del governo centrale, e che, con il supporto fornito dall’aeronautica militare, che colpisce i villaggi con bombardamenti e mitragliamenti, seviziano, stuprano ed uccidono le popolazioni locali, anche esse musulmane, già sofferenti per le condizioni di arretratezza e di indigenza nella quale vivono e per la siccità che regna nella zona. Non bastando questi massacri, attaccano anche i campi profughi ed i convogli umanitari che cercano di alleviare le sofferenze dei locali.

Purtroppo, come dovunque, gli interessi politici ed economici (petrolio, rame, uranio ed armi) la fanno da padrone. Infatti qui, Russia e Cina, schierate da una parte, appoggiate da Pakistan ed Algeria, boicottano tutte le iniziative diplomatiche, proposte da O.N.U. e Stati Uniti. Si deve notare che, questi ultimi, si muovono in un duplice contesto. Se da un lato, sono promotori di una politica aggressiva per la fine degli scontri di tipo asimmetrico e per l’aumento delle sanzioni a livello economico ed il dispiegamento di un contingente, di circa 22.500 Caschi Blu, più altri 3.000 uomini con compiti di Polizia, secondo la risoluzione O.N.U. n. 1706 del 2006 (risoluzione che, purtroppo, per partire, deve avere il via da Karthoum, che anzi il giorno dopo all’approvazione, dava avvio ad una massiccia offensiva nella regione), dall’altro, però, appoggia il governo, per intensificare la lotta al terrorismo ed in particolare contro Al-Qaeda.

Vero è che, nel gennaio 2005, aveva fine la guerra civile vera e propria, tra il Nord, musulmano, e Sud, cristiano ed animista, del paese e,con la firma di accordi con il governo centrale, John Garang, leader del Esercito Popolare di Liberazione del Sudan, veniva nominato, il 9 luglio 2005, vicepresidente, proprio per concorrere al ristabilimento della pace nella regione ma, il 30 luglio 2005, moriva in seguito alla caduta dell’elicottero sul quale viaggiava. Prontamente veniva sostituito dal suo vice, Salva Kiir Mayardit. Nonostante tutto, gli attriti e gli scontri, conditi da violenze di ogni genere, continuavano nel Darfur.

Nel maggio del 2006, veniva raggiunto un ulteriore accordo con la fazione più importante del Esercito di Liberazione del Sudan (SLA), in base al quale, Karthoum avrebbe disarmato le bande di predoni dei janjaweed, mentre i guerriglieri dello SLA sarebbero stati disarmati dal contingente U.A. (Unione Africana), presenti in zona, per poi confluire nell’esercito sudanese. Purtroppo il punto debole di tale accordo, risiedeva nella mancata firma da parte di tutto lo SLA e degli altri due movimenti di guerriglieri e nel proseguimento, appunto, di stupri, sevizie, massacri, confische operati anche da polizia ed esercito regolare.

Gli Stati Uniti, a seguito di tali orrori, confermavano ed, anzi, inasprivano le sanzioni economiche al Sudan e confiscavano tutti i fondi ed i beni del governo sudanese in U.S.A.
Anche il segretario generale del O.N.U., Ban Ki Moon, ha posto la risoluzione del conflitto in Darfur come priorità del suo mandato. A suo modo, anche il presidente cinese, Hu Jintau, è sceso in campo visitando il Sudan. Purtroppo la Cina, come accennato più volte, è un partner commerciale di primo ordine per il Sudan e l’Africa tutta e per questo in grado di esercitare una grandissima influenza su Karthoum. Si pensi infatti ai continui veti posti che hanno impedito l’approvazione di numerose risoluzioni delle Nazioni Unite, alle continue forniture di armi ma in cambio di ciò, acquista più del 60% del greggio sudanese.

Finalmente, il 27 agosto 2009, il generale Martin Luther Agwai del O.N.U. dichiara che la guerra è finita. Anche se continuano ancora scorrerie ed incidenti.

É ormai storia dei nostri giorni, la notizia che, il 23 febbraio 2010, il JEM (Movimento per la Giustizia e l’Uguaglianza) depone le armi e cessa ogni ostilità per firmare un pre-accordo per ristabilire la pace. Il presidente Omar Hassan al-Bashir, in risposta, afferma che “La crisi è finita, la guerra è terminata. Il Darfur è ora in pace.” Il giorno seguente, autorizza il governo ad annullare diverse condanne a morte sentenziate ai danni di guerriglieri, oltre alla liberazione di 100 di essi. Anche qui, però, da notare che agli incontri per la pace non ha partecipato il gruppo più influente dei guerriglieri, il Movimento per la Liberazione del Sudan.

Finalmente scoppierà la pace oppure sarà solo la debole fiammella di un cerino che si spegnerà, come sempre, al soffio degli interessi economici?