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Afghanistan: il numero dei morti in seno all'I.S.A.F. continua a crescere 1/2

Le scelte di McChrystal non pagano

E’ ormai assodato che per i militari del contingente I.S.A.F. si tratta, quotidianamente, di “giocare” al tiro al bersaglio. Secondo i dati ufficiali, che provengono dal sito www.icasualties.org, a partire da inizio estate 2009, quasi due militari al giorno cadono o sotto i colpi delle armi dei Taliban od a causa di I.E.D. (Improvised Explosive Device), ordigni esplosivi rudimentali che vengono piazzati sulle strade, percorse quotidianamente dalle colonne dei mezzi occidentali, in attesa che uno di essi vi salti sopra. Questo continuo stillicidio ha fatto si che, da inizio 2010, i morti siano più di 200 in una missione che, con i continui colpi di coda dei guerriglieri afghani, è ancora molto lontana dalla sua fine. Come si potrebbe pensare, il surge voluto dalla presidenza statunitense, con l’arrivo di nuovi rinforzi ai contigenti della forza internazionale, non sta producendo gli effetti sperati, quali quelli di diminuire le perdite di vite umane (nello stesso periodo del 2009, furono 119) e, allo stesso tempo, di garantire un maggior controllo del territorio.

L’operazione Mushtarak (Insieme in linguaggio dari), in atto dal febbraio a Marjah, nella regione dell’Helmand, condotta dai contigenti militari occidentali con supporto dell’esercito afghano, ha mostrato come la rivolta armata sia, apparentemente, ancora in grado di colpire a morte, con i Taliban pronti a sacrificarsi, facendo anche strage della popolazione locale (sono, infatti, morti 90 civili dall’inizio del 2010). Proprio la determinazione dei guerriglieri di portare a compimento la propria missione senza remore di alcun tipo, sta facendo si che la popolazione civile, stanca di vivere nel continuo pericolo, si stia disaffezionando ed, anzi, inizi ad avere atteggiamenti non più favorevoli nei riguardi dei militari della coalizione. Le cose dovrebbero addirittura peggiorare, con la stagione estiva alle porte, quando a Kandahar, roccaforte dei ribelli Taliban, scatterà l’offensiva militare, una volta completato il dispiegamento di tutti i rinforzi inviati.

Com’era prevedibile accadesse, il contingente che ha subito le maggiori perdite, da inizio operazione e cioè dal 2001, è stato quello statunitense, che, numericamente più consistente, compone per due terzi la forza militare presente nel paese. Parlando di cifre, gli U.S.A. hanno perso 1071 uomini. Altri 696 militari sono rimasti uccisi negli scontri, così suddivisi: Gran Bretagna (285 vittime), il Canada (144), la Germania (43), la Francia (41), la Danimarca (31), la Spagna (28), l’Italia (25) e l’Olanda (23) ed altri paesi militarmente impegnati (76).

Anche economicamente parlando, il mantenimento di questa forza (si contano circa 130.000 uomini) ha un suo costo, elevato. Addirittura, il bilancio statunitense per la forza I.S.A.F. ha superato quello che viene stanziato per l’Iraq. Infatti a febbraio del corrente anno, la Casa Bianca ha stanziato la bellezza di 6,7 miliardi di dollari per l’Afghanistan a fronte di 5,5 miliardi per l’Iraq. Questa sperequazione aumenterà con il trascorrere del tempo, dato che è previsto un ritiro delle truppe dall’Iraq mentre sempre nuovi rinforzi sono richiesti per la macchina bellica afghana. In Afghanistan, attualmente, sono schierati circa 85 mila militari statunitensi destinati a diventare 100mila, in Iraq, invece, 95mila che dovrebbero scendere a 50mila entro agosto.

In Afghanistan, poi, i costi logistici hanno una percentuale di incisione maggiore sul budget destinato, a causa dell’assenza di sbocchi al mare e delle vie di rifornimento minacciate dagli insorti, rispetto a quelli sostenuti sul fronte iracheno. Secondo i dati forniti da Usa Today, nel 2010 la guerra ai Taliban costerà circa 105 miliardi di dollari, mentre quella in Iraq si stabilizzerà sui 66 miliardi. Le proiezioni per il 2011 parlano, poi, di 117 miliardi per l’Afghanistan, e di 46 miliardi per l’Iraq. Fino ad oggi la guerra in Iraq è costata 620 miliardi, quella in Afghanistan 190.