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Thailandia: italiano ucciso negli scontri

Negli scontri, seguiti dopo il fallito tentativo di mediazione, muore fotoreporter freelance

La Farnesina, nostro ministero degli Esteri, ha confermato la notizia sulla morte di Fabio Polenghi, di anni 45, anche se non ha ufficialmente diffuso il suo nominativo, rimasto ucciso a seguito degli scontri seguiti al blitz dell’Esercito, condotto con l’ausilio di carri armati, nei 3 kmq del presidio delle camicie rosse, al interno della cittadella finanziaria di Bangkok.

Dopo gli scontri, i leader dei rivoltosi si sono consegnati alle Autorità, mentre irriducibili attaccavano sedi di giornali e tv in varie parti della città.
Come si legge sul sito del Bangkok Post, il direttore dell’ospedale, Jongjet Aoajenpong, ha precisato che il fotoreporter è giunto già morto al ospedale a causa di colpi d’arma da fuoco al cuore ed allo stomaco.

La nostra ambasciata continua a monitorare la situazione nella capitale thailandese ed invita, tramite telefono, sms e con ogni altro mezzo disponibile, tutti i nostri connazionali, presenti in loco, a non uscire di casa.

Giorgio Napolitano, Presidente della Repubblica, ha espresso subito vivo cordoglio per l’accaduto. Il Quirinale è in costante contatto con l’Unità di Crisi della Farnesinaaffinché siano rigorosamente accertate le circostanze e le responsabilità di quanto è accaduto“.

La televisione thailandese ha mostrato le immagine dei leaders del Fronte unito per la democrazia contro la dittatura (Udd), le camicie rosse per intenderci, che dopo aver annunciato la fine della rivolta, dopo due mesi di presidio, si sono consegnati alla Polizia.
I leaders arrestati hanno cercato di placare gli animi dichiarando che la loro resa non significa la fine della battaglia politica. Diversi rivoltosi, fra cui molte donne, hanno espresso la loro rabbia per l’intervento dei blindati e corazzati dell’Esercito a Ratchaprasong, assaltando i negozi dei centri commerciali di Central World e Gaysorn ed incendiando numerosi uffici pubblici fa i quali la Borsa, alcuni cinema, palazzi di tv e radio. Sono stati anche dati alle fiamme degli autobus. Secondo la Thai news agency, dense colonne di fumo si innalzano nel cielo di Bangkok e nella sola area di Ding Daeng si contano, almeno, 20 focolai d’incendio. Un ordigno è esploso all’incrocio di Sarasin, vicino all’area di Ratchaprasong, e ha ferito, almeno, cinque soldati. I trasporti pubblici sono stati sospesi dopo che le camicie rosse hanno sequestrato quattro autobus.

Simpatizzanti delle camicie rosse stanno mettendo a ferro e fuoco diverse città, Udon Thani e Khon Keon, del nord della Thailandia, appena si è sparsa la notizia dell’assalto dei militari al presidio rosso, sede della protesta a Bangkok.

L’offensiva dell’Esercito è scattata questa mattina, dopo che, nella notte, è fallito un tentativo di mediazione portato avanti dal Senato thailandese. Muniti di altoparlanti, i militari hanno intimato lo scioglimento del presidio delle camicie rosse del Fronte unito per la democrazia contro la dittatura (Udd), sostenitori del ex premier Thaksin Shinawatra (deposto da un colpo di stato nel 2006), che da tempo chiedono le dimissioni del governo del premier Abhisit Vejjajiva e che da quasi due mesi vivevano asserragliati nel centro di Bangkok. Al diniego dei dimostranti ed ai primi colpi d’arma esplosi, sembra da parte delle camicie rosse, a cui sono seguite brevi sparatorie, sono partiti i carri armati, già posizionati nei pressi del centro finanziario, che hanno travolto le barricate di copertoni, filo spinato e bambù erette nell’area di Ratchaprasong. Ci sarebbero 5 morti, tra cui il nostro Fabio Polenghi, fotografo freelance milanese che lavorava per diverse testate ed agenzie mondiali, e diversi feriti, tra cui un giornalista canadese.

L’azione militare, comunque, è stata accompagnata da una concomitante e parallela azione politica e giudiziaria. Infatti per tagliare le fonti di finanziamento delle camicie rosse, sono stati passati al setaccio tutti i collegamenti tra questi ultimi e Thaksin Shinawatra, l’ex premier. La prima parte dell’azione coordinata si è conclusa nelle ultime 24 ore con misure restrittive imposte a 106 tra individui e aziende ritenuti vicini a Thaksin. Ai soggetti in questione, individuati per nome e cognome o ragione sociale in liste pubblicate, anche, da diversi giornali locali, è stato vietato di condurre qualsiasi transazione finanziaria, sia in Thailandia sia all’estero. Tra le persone indicate ci sono tutti i familiari dell’ex leader e i politici del Thai Rak Thai, il primo partito creato da Thaksin e disciolto per ordine del tribunale nel 2007. La seconda parte del piano, in svolgimento, è mirata a perseguire chi ha sostenuto le camicie rosse. Sono già state convocate dalla magistratura due assistenti dell’ex moglie di Thaksin che hanno prelevato ingenti somme di denaro da un conto, intestato a quest’ultima, negli ultimi giorni.
Thaksin è sempre stato indicato come il presunto finanziatore principale delle camicie rosse, anche se non sono mai state trovate prove.

Comunque, anche dopo il blitz dell’Esercito, vi sono ancora camicie rosse asserragliate al interno della cittadella finanziaria che non è stata, interamente, sgomberata. E, nonostante i fatti di questa mattina, che hanno fatto salire il numero dei morti a 37 e quello dei feriti a 296, dal marzo scorso, affermano che non abbandoneranno le loro posizioni se prima l’Esercito non si ritirerà.

Da stasera, a scanso di equivoci, nella capitale vigerà il coprifuoco.

Ma per capirci, chi sono queste camicie rosse? E’ un movimento eterogeneo, sia democratico contro il regime aristocratico, sia violento interessato ad acquisire potere. La verità è che convivono, in esso, fasce diversissime di thailandesi, dalla classe operaia sottopagata alla borghesia che vuole aumentare il proprio potere economico e che chiede da due mesi le elezioni anticipate. Accusa il primo ministro, Abhisit Vejjajiva, di essere salito al potere illegittimamente, grazie a brogli elettorali ed al supporto militare. I dimostranti chiedono le dimissioni di Abhisit Vejjajia, lo scioglimento del Parlamento e che siano indette nuove elezioni. Materia del contendere, nello specifico, la presa di potere illegittima dell’attuale premier, che ha ottenuto il suo mandato nel 2008, dopo che la Corte Costituzionale, aveva bandito dalle elezioni il People Power Party e i suoi rappresentanti per cinque anni. In senso più generale la contesa è tra l’elite del paese e i rappresentanti delle classi medio-basse che domandano l’instaurazione di una democrazia più rappresentativa in Thailandia. Il tutto complicato dal ruolo guida che ha ricoperto, e che ricopre ancora in parte, l’ex-premier, Thaksin Shinawatra, deposto nel 2006, dopo essere stato accusato di corruzione.

Le camicie rosse, protagoniste dell’attuale protesta, erano in principio composte dagli strati più bassi della popolazione e dagli abitanti delle campagne: lo zoccolo duro dell’elettorato, composto quasi in toto da sostenitori di Thaksin. Un movimento orizzontale, senza una struttura guida vera e propria o una leadership unitaria.

Negli ultimi tempi la situazione è però cambiata: Thakshin ricopre ancora un ruolo simbolico ma non è più il motore e il cervello della protesta. Inoltre, la partecipazione al movimento si è estesa e si allarga sempre più agli studenti e a strati dell’alta borghesia locale.

A fronteggiare le camicie rosse, sono le cosiddette camicie gialle, ovvero i membri del People’s Alliance for Democracy. Il partito al potere, che è l’emanazione politica del partito dell’elite economica, dei militari, e di quelli che detengono il potere politico ed economico a Bangkok e dintorni. Simbolo delle camicie gialle, il re e la protezione della monarchia. Al momento le camicie gialle non sono però coinvolte negli scontri.

La Thailandia, in realtà, non è recidiva a tali situazioni: nel 1976 e nel 1993, simili movimenti di rivolta sono stati sedati con un colpo di stato o con l’intervento della monarchia. E dal 1993 a oggi l’Esercito ha tentato, con o senza successo, di prendere il potere per circa diciotto volte. La situazione attuale appare, però, molto più complicata, e difficilmente risolvibile in modo diplomatico.

La spaccatura tra filogovernativi e camicie rosse è profonda, irrimediabile e presente praticamente ad ogni angolo del paese. Questo è aggravato dal fatto che ognuna delle due fazioni in lotta si divide circa il 40% ciascuna della popolazione e dal omicidio del generale rosso Seh Daeng, alias Khattiya, colpito da un cecchino, il 13 maggio u.s., la figura più autorevole e temuta dalle camicie rosse. Infatti, entrando nel movimento dei rivoltosi, si è portato dietro la sua milizia personale, spingendo l’accelleratore nel compiere vere e proprie azioni militari. Gli stessi leaders del movimento hanno più volte criticato le sue posizioni. Solo con la sua morte son riusciti a porre fine alla sua leadership militare all’interno del movimento. Gli altri dirigenti del movimento sono l’ex-cantante pop Arisman Pongruangrong, il medico Weng Tojirakarn e il politico Veera Musikapong. Inizialmente il premier attuale, aveva adottata una linea morbida, non convinto, pienamente, della lealtà dell’Esercito, dato che le camicie rosse avevano molti sostenitori tra le forze di Polizia ed in tutte le classi degli uffici pubblici.

Nelle ultime settimane, le due parti sembravano aver raggiunto un accordo, che fissava, appunto, le elezioni anticipate a novembre. In seguito, però, a nuove richieste del movimento, il patto era saltato ed il governo aveva fatto sapere che avrebbe evacuato l’accampamento dei manifestanti, giungendo a quelli che sono gli accadimenti delle ultime ore. Ormai, sono in molti a pensare che le dimissioni del attuale premier e nuove elezioni siano necessarie per riportare il paese ad un clima di calma, anche per scongiurare un nuovo colpo di stato o, peggio ancora, l’anarchia assoluta. Il pericolo maggiore è che la guerriglia degeneri sempre più e passi dalle strade di Bangkok al resto del paese per sconfinare anche negli stati adiacenti e destabilizzando, politicamente, l’intera area. E dato che la zona non brilli per storiche e solide democrazie, si può ben capire quali potrebbero esserne i risvolti politici e economici. Il caos che si genererebbe potrebbe avvantaggiare gli integralisti islamici Malay del sud del paese, sempre legati ad Al-Qaeda, finanziati da integralisti malesi ed indonesiani, e che disconoscono il potere di Bangkok. Come in tutto il mondo islamico, anche qui gli integralisti vogliono che si abbandonino gli usi occidentali introdotti dai politici al potere. Una Thailandia in questo stato, potrebbe essere la miccia che può far esplodere l’intero estremo oriente e, duole dirlo, dovrebbe attivarsi la diplomazia occidentale per permettere al paese di ritornare ad una calma, almeno apparante per poter permettere ai mediatori di lavorare con calma per poter dipanare la grave situazione.esercito delle camicie rosse dimostrano contro premier AbhisitVejjajiva

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