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I pacifisti della Mavi Marmara 1/2

Israele condannata per essere caduta nella trappola dei buoni

Nella notte a cavallo tra 30 ed il 31 di maggio, tra le 4.30 e le 5.00, una piccola squadra, composta di 8 navi, denominata Freedom Flotilla, è stata intercettata e fermata, come succede da diversi anni, da unità della Marina militare israeliana, davanti a quella tristemente nota come la Striscia di Gaza. Quello che non era mai successo, sino ad ora, è che i fanti di marina ed i commandos, eliportati sin la, una volta a bordo, fossero attaccati a forza di spranghe, coltelli e, sembra, armi da fuoco. Questi pacifisti… perchè è di pacifisti che parliamo, vero? Dicevo, questi pacifisti che avevano l’ottima intenzione di portare rifornimenti di acqua e cibo e materiali da costruzione per i poveri abitanti della succitata striscia, oltre a non aver ottemperato alla richiesta di fermarsi perchè venissero ispezionati documenti e carico, hanno, anche, accolto in malo modo il personale di Tsahal, comandato all’ispezione. Abbordata la prima nave del convoglio, la Mavi Marmara, che era anche la più grande, i soldati sono stati assaliti, con i tragici risvolti che tutti conosciamo. 19 morti e 10 feriti, tra cui anche 5 israeliani. Ora l’esecutivo dello stato di Israele, e con esso tutta la nazione ebraica, è alla gogna mediatica. Ogni organizzazione, organo d’informazione, stato del pianeta, cavalcando l’onda della notizia, addita Gerusalemme come grave irresponsabile e responsabile di un eccidio senza portata.

Prima di farsi prendere dall’entusiasmo perchè, però, non analizzare, con calma, l’evolversi dei fatti?

Il convoglio della Freedom Flotilla, sapeva già che non li avrebbero lasciati passare. Sapevano già che le regole d’ingaggio, stabilite da Israele, per il controllo di imbarcazioni sospette, ove possibile, prevedono l’intervento in acque internazionali, perchè non è concesso l’ingresso in acque territoriali di pacifisti ed affini per ovvi motivi di sicurezza. Anche se, a tuttoggi, ancora non sappiamo l’esatta ubicazione del avvenimento.

Da quando sono stati firmati gli accordi di Oslo, nel 1993, Israele ha mantenuto il controllo delle acque territoriali davanti alla Striscia di Gaza per una distanza di ca. 20 miglia. E da allora esercita controlli su tutto il traffico da e per Gaza, per prevenire l’ingresso di armi e di materiali da costruzione, utilizzati, soprattutto, per costruire bunker, da dove lanciare missili sulle cittadine israeliane, per realizzare tunnel, costruiti per aggirare i controlli dei valichi di frontiera, sbucando al di qua del confine israeliano, e colpire le forze di sicurezza ebraiche alle spalle e compiere attentati, con le ormai classiche tecniche dei giubbotti esplosivi o delle autobombe ai danni di civili inermi.

Eppure per più di una settimana, ai “pacifisti” erano state prospettate più opzioni per risolvere il problema, senza dover incorrere in incidenti. La soluzione più giusta, a mio modesto parere, era quella offerta da Noam, padre del caporale israeliano, Gilad Shalit, ormai prigioniero a Gaza dal 2006, rapito, proprio, da un commando di terroristi palestinesi, sbucati, da un tunnel, alle spalle del posto di controllo che il militare presidiava. La mediazione offerta dal povero Noam, avrebbe permesso, con l’ausilio del governo di Gerusalemme, l’arrivo dei rifornimenti via terra, attraverso i valichi di frontiera. Addirittura, il governo turco, proprietario della Mavi Marmara, durante le fasi della tentata mediazione, aveva, anche, inviato a Gerusalemme, un comunicato nel quale minacciava gravi ritorsioni nel caso di un intervento ai danni del convoglio.

Ma i pacifisti, forti degli appoggi internazionali, hanno preferito percorrere la loro strada. Hanno rifiutato al povero Noam Gilat, che aveva chiesto loro, dato che parliamo di gente dotata di una bontà superiore alla media, di recapitare al figlio un suo pacco ed alcune sue lettere. Ma la loro bontà d’animo per questo non esiste. Eppure la Convenzione di Ginevra contempla, eccome, la possibilità. Invece, queste brave persone, hanno rifiutato ogni tentativo di mediazione. Hanno imbottito la navi del convoglio di ogni tipo di personaggio possibile ed immaginabile, giornalisti, politici di alto rango, prelati, ed hanno spinto i soldati a rispondere al fuoco di cui erano fatti segno. Il loro intento, e nemmeno tanto velato, era, proprio, quello di creare, ad arte, una risposta dura delle forze impiegate sul campo per il controllo e sventolare al mondo intero la cattiva fede di Israele.

Ricordo che Gerusalemme ha sempre dato la più ampia disponibilità a togliere l’assedio a Gaza, purchè si rispettassero delle semplici condizioni. Condizioni mai accettate da Hamas, nonostate lo stato ebraico abbia, di propria spontanea volontà, abbandonato l’occupazione di una parte della Striscia stessa. Ma questo ritiro unilaterale, invece, non ha fatto altro che ringalluzire gli animi dei palestinesi. La piena autonomia e la ripresa di ogni attività terrestre, aerea e navale sarebbe possibile nel giro di soli due giorni se, appunto, le autorità palestinesi ratificassero la fine degli attacchi kamikaze e con missili Al-Qassam, contro le loro città ed i loro cittadini, sia civili che in armi, riconoscessero lo stato di Israele e liberassero, finalmente, il povero caporale Shalit.