Questo sito contribuisce alla audience di

Trattato semiserio sulle zitelle e i traumi adolescenziali

Nella mia famiglia è un rito, una tappa irrinunciabile. Puoi tentare in cento modi di scappare, cercare mille strategie per porre rimedio, ma non c’è possibilità di salvezza. Ti tocca passarci e far buon viso a cattivo gioco. Racconto di Rita Marinelli

Trattato semiserio

sulle zitelle e i traumi adolescenziali

di Rita Marinelli

 

 

 

 

Nella mia famiglia è un rito, una tappa irrinunciabile.

Puoi tentare in cento modi di scappare, cercare mille strategie per porre rimedio, ma non c’è possibilità di salvezza. Ti tocca passarci e far buon viso a cattivo gioco.

Quante povere fanciulle pre-adolescenti sono cadute nella trappola? Si vocifera che siano almeno una diecina, tra le persone che conosco; ma verificabili non più di quattro, le mie sorelle; ed è certo che ve ne sia caduta almeno una… la sottoscritta.

Tutto comincia in una assolata giornata primaverile, finestre spalancate, il profumo dei gerani in fiore che inonda la casa, la luce del sole che illumina le stanze, una sottile polvere che vola nell’aria e che si nota solo quando viene colpita dai raggi del sole, un grande specchio nella camera dei miei genitori, e io che attraverso la stanza. Mi volto verso lo specchio, come mille altre volte, e improvvisamente eccolo là: enorme, rosso, sul punto di esplodere!

Il terrore accende il mio sguardo, lo stupore lo spegne subito dopo… “CHE E’ QUELLO????!!!!”.

Come un folletto delle fiabe mamma spunta alle mie spalle, mi guarda attraverso lo specchio, sorride sorniona. La guardo negli occhi. Lei sa che cosa accade, glielo leggo in faccia.

Con molta serenità d’animo, e con un sorriso che pare più una presa in giro, mi dice: «E’ un brufolo! Significa che stai diventando grande…».

A me sembra che quello, più che un brufolo, sia una sorella siamese che cerca di staccarsi da me, tanto è enorme.

Già mi vedo ricoperta di bitorzoli schifosi su tutta la faccia. Che ne sarà di me? Come faccio a uscire di casa con ‘sta cosa che ha deciso di far brutta mostra di sé sul mio mento? E, non ultimo tra i problemi: chi mi si piglia, ridotta così?

Affranta, e un po’ disgustata, continuo a guardare disperatamente la mia immagine riflessa, nella vana speranza che il Coso svanisca. Poco a poco la stanza si riempie di altre donne, di altre facce che mi scrutano dallo specchio, facce che conosco e che mi guardano con dolcezza e inaspettata soddisfazione. Come se con gli occhi mi dicessero: “Vedi…? E’ toccato a me? Mo’ tocca a te!”. Che dolci, le mie sorelle!

Mamma mi abbraccia e dice: «Non ti preoccupare. Poi, quando ti sposi, spariscono. Appena trovi marito se ne vanno via». E mi bacia in fronte dopo aver dispensato questa perla di saggezza antica, che la mia famiglia si tramanda di generazione in generazione. Solo diversi anni più tardi sarò in grado di capire che per mia madre un marito era il toccasana per una miriade imprecisata di malattie: dal braccio rotto all’alluce valgo, dai calcoli al fegato alla psoriasi. Ma ormai era tardi, ero caduta nella trappola!

A tredici anni cominciò così la mia estenuante ricerca del mio “Uomo Topexan”.

Non crediate che l’impresa sia così facile: non è trovando “un uomo” che svaniscono i brufoli. Eh no, troppo semplice. Il messaggio è ben chiaro, preciso, inattaccabile: bisogna trovare marito.

Mi addentro così nella marea umana, annusando l’aria come i cani, alla disperata ricerca del feromone maschile biocompatibile.

La prima certezza che acquisisco in questa dissennata ricerca è che gli adolescenti degli anni ottanta si dividono principalmente in due categorie: quelli che annegano il feromone in ettolitri di profumo (ancora oggi percepire il Drakkar Noir mentre cammino per strada scatena in me l’istinto della caccia), e quelli che invece lo soffocano con esalazioni nocive perché non hanno ancora compreso bene a che serve il sapone.

Ahimè, a quel tempo non rispecchiavo certamente il tipico canone femminile di moda. Non perché non fossi carina e simpatica. Solo che non interessava a nessuno se una persona era carina e simpatica: non era indispensabile. Ciò che contava era come ti vestivi.

Bisognava scegliere a quale categoria si volesse appartenere: c’erano i Paninari che vestivano rigorosamente griffato, i Metallari che indossavano borchie e anelli di metallo in ogni appiglio possibile dei loro vestiti, i Dark che vestivano e si truccavano esclusivamente di colore nero. E poi c’ero io.

Ancora oggi mi stupisco di come, pur essendo fuori da ogni contesto sociale schematizzato, io riuscissi, saltuariamente, ad avere anche dei morosetti.

Il mio problema però tardava a trovare soluzione. Certo, era abbastanza inverosimile trovare marito a quindici anni, ma io non demordevo. Il mio obiettivo primario era sposarmi entro i diciotto anni.

 

segue - clicca qui per continuare

 

Link correlati