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Il foglio bianco - 2

Una piccola lezione di scrittura creativa sul blocco dello scrittore, sotto forma di racconto.

Devo prendere confidenza con la mia scrittura. Prendere confidenza con questo lato di me stesso. Con calma, con amore, con pazienza. Senza la tensione delle aspettative che ho verso me stesso, e che altri, come grandi fratelli ipotetici, hanno su di me. Io sono io. Scriverò a modo mio. E vadano a impiccarsi Dos Passos, Fitzgerald e Kundera. No, Pirandello no: ci sono troppo affezionato.
E allora va bene anche così, come sto scrivendo ora. Chi cazzo l’ha detto che non si può scrivere in questo modo?
Se una, una sola persona è arrivata a leggermi fino a qua vuol dire che non si è annoiata a morte, non ha trovato irresistibilmente noioso ciò che ho scritto, non ha trovato insopportabile questo stile raffazzonato e privo di fronzoli e raffinatezze.
Già, ma mica posso andare avanti a scrivere queste cazzate. Poi, appena mi metto a scrivere sul serio, mi torna l’ansia.
L’ansia? Che cosa ci posso fare con l’ansia? Con questa paura di non saper scrivere?
Hmmmm…
Forse qualcosa posso farci, oltre ad averla scritta qua. Usarla per scrivere qualcosa di nuovo.
Vediamo un po’… Per esempio… Chissà se mi funziona.
Eccco, proviamo…

“Si svegliò nel cuore della notte. Per l’ennesima volta. Un urlo muto gli rimase intrappolato nella gola”. Hmmm… se è muto, può essergli rimasto intrappolato nella gola? Boh… chi se ne importa. Lo rivedrò poi, sennò mi fermo a pensare a questi particolari e non riesco ad arrivare fino in fondo. C’è sempre tempo per rivedere. Ma le storie vanno scritte fin che le abbiamo in testa, prima che si perdano in troppi pensieri. Dunque…
“Un urlo muto gli rimase intrappolato nella gola. Le lenzuola sembravano esserglisi appiccicate alla pelle come un sudario, e si sentiva prigioniero. Le immagini del sogno gli erano sfuggite un’altra volta, eppure le sensazioni che aveva provato gli erano orrendamente presenti. E quelle lenzuola che lo stringevano come una camicia di forza avevano una strana attinenza con quelle sensazioni.
Cercò di liberarsi, a strattoni, senza riuscirci. Emise uno squittìo, l’imitazione grottesca dell’urlo che si sentiva dentro. Tirò ancora, dibattendosi in quella trappola di stoffa. Finalmente riuscì a liberare un braccio. E, con la mano libera, si strappò di dosso il resto delle lenzuola. Poi si gettò giù dal letto, e restò a contemplare il giaciglio disfatto.
Si portò una mano alla testa, come a voler fermare le emozioni violente che il sogno gli aveva provocato. La sua fronte era sudata, come tutte le altre volte. Quel sogno lo perseguitava. Era sempre lo stesso sogno, lo stesso sogno che non ricordava.
Ma, se non lo ricordava, come faceva a sapere che si trattava sempre dello stesso sogno? Si era già interrogato su questa questione, senza mai riuscire a venirne a capo. Eppure aveva quella certezza, quella strana certezza emotiva: che si trattasse sempre del medesimo sogno, delle stesse immagini misteriose. Ma allora perché non gli affioravano alla coscienza? Che cosa gli impediva di avere accesso a quelle forme del buio?
………………(omissis)”.

 

FINE

 

 

Copyright 2006 Heiko H. Caimi - Copyright 2007 Magnolia Italia

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