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Feriti vaganti

I racconti di William McIlvanney sono una doccia fredda che ci risveglia amaramente da un intontimento ventennale mostrandoci il vero volto di un Occidente, sedicente esempio di democrazia. Recensione di Giuseppe Ciarallo

«FERITI VAGANTI»

UNA RISATA LI SEPPELLIRÀ?

di Giuseppe Ciarallo

 

 

Chissà per quale oscuro esercizio di rimozione, quando parliamo degli “ultimi” pensiamo automaticamente all’immigrato clandestino che si sporge dal bordo di un’instabile imbarcazione, al bambino africano, ventre gonfio e cibo per insetti, al tossico abbrutito e divorato dall’eroina in cui cerca rifugio, all’ubriacone sdraiato, semicosciente, tra i rifiuti.

 

 

I racconti di William McIlvanney sono la doccia fredda, verrebbe fin troppo facile dire la doccia scozzese che ci risveglia amaramente dall’intontimento oramai ventennale (gli anni Ottanta sono stati nella storia dell’umanità l’equivalente di un deleterio big bang) mostrandoci il vero volto di un Occidente, sedicente esempio di democrazia, autocandidatosi, senza mandato alcuno, a guida dell’intera umanità. Sì, perché gli ultimi, oggi più che mai, sono tra noi, siamo noi stessi. I feriti vaganti di cui ci parla McIlvanney non vivono al di là dello spesso e rassicurante schermo di vetro di un televisore, gli umiliati e offesi di oggi sono le nostre madri e i nostri padri, sfruttati e privati di ogni energia nelle “loro” fabbriche di sogno, svuotati fino a diventare inutili vuoti a perdere. Produco, dunque sono. Questo, il verbo nuovo e dogma della nostra fulgida e opulenta società. I reietti, gli intoccabili, non abitano ghetti isolati, sono i nostri vicini di casa che frugano tra i rifiuti dei mercati alla ricerca di un frutto non del tutto marcio, disoccupati o pensionati che dopo una vita intera di lavoro stentano oggi a sbarcare il lunario.

 

 

I feriti vaganti siamo noi, gente arrogante del primo mondo, numerini contenuti in un immenso bussolotto, con la costante paura di essere “pescati” ed esclusi per sempre dalla confraternita degli integrati, noi che abbiamo barattato per un briciolo di potere (anche il benessere è potere, o quantomeno il suo simulacro) il nostro tempo, i nostri affetti, l’intera nostra anima.

 

 

McIlvanney non si limita a mostrarci i suoi feriti vaganti e le cicatrici che essi portano sul corpo, appuntate sul petto come medaglie al valore, ci indica con un impietoso atto d’accusa chi quelle ferite ha provocato, fa nomi e cognomi, senza neanche sprecare il suo tempo nominandoli, dei pazzi criminali che hanno scambiato l’unico mondo che abbiamo per un personale parco di divertimenti, per un gioco di società, Monopoli naturalmente, con cui passare le loro tediose giornate.

 

 

Il protagonista di uno dei più bei racconti del libro, Sognando, grazie alla finzione letteraria, bacchetta magica che tutto permette di realizzare, riesce a estorcere al Primo Ministro del suo paese (ma la Lady di Ferro del racconto potrebbe tranquillamente essere Sua Emittenza il Cavaliere o il bugiardo petroliere texano) la verità sulle nefandezze commesse, facendole dire, in un impeto di surreale sincerità: «I risultati di cui mi sono vantata in realtà non esistono. Quello che il mio governo ha davvero fatto è stato di cercare di smantellare generazioni e generazioni di progresso nella nostra società. Abbiamo creato la disoccupazione di massa. Abbiamo reso più ricchi i ricchi e più poveri i poveri. Abbiamo creato una nazione divisa. Abbiamo reso i vecchi miserabili e i giovani senza speranza. Il nostro primato è veramente abominevole e se voi aveste un po’ di buon senso non votereste di nuovo per noi.»

Feriti vaganti è una raccolta di racconti scritti tra la fine degli anni Settanta e il decennio successivo, nel preciso istante in cui veniva posto il seme da cui sarebbe poi sbocciato quell’abominevole fiore del male che è l’odierno liberismo (concetto falso persino nel nome, che pretende di avere una comune radice col sacro termine, libertà). McIlvanney quindi, coglie sul nascere, riconosce e denuncia con sorprendente prontezza i sintomi di ciò che egli vede come una stortura, il bivio al quale l’umanità sta imboccando il lato sbagliato.

 

 

Benestanti frustrati, donne sole e disperate, delinquentelli d’infimo ordine, rispettabili detenuti, mariti abbandonati, disoccupati di mezz’età senza più speranze, questa la galleria di personaggi che fa capolino tra le pagine del libro, in una scrittura circolare che fa affacciare, a sorpresa, i tanti attori nei vari racconti e addirittura negli altri romanzi dello scrittore scozzese, che in questo modo ci ricorda che le sue non sono storie di singoli individui, ma un’unica, grande Storia di un paese, di una nazione, di un popolo. Ma tra il plumbeo presente di questa «plebe», sempre «china» seppur non più «all’opra», brilla di una luce accecante il sole della capacità di sognare e della fantasia dei due giovani protagonisti del racconto d’apertura e di quello di chiusura del libro. Il primo, Duncan, vuole seguire la nazionale scozzese nella sua avventura pedatoria ai campionati del mondo d’Argentina e sa che nulla e nessuno potrà impedirgli di realizzare il suo sogno. L’altro, Sammy, rifiuta lavori umilianti per il modo in cui vengono a lui offerti, e sa bastare a se stesso, così pieno com’è di vita, di fantasia, di cultura, la sua cultura.

 

 

William McIlvanney guarda con simpatia e affetto a queste sue luminose due creature nell’affidare loro l’arduo compito di indicare a noi l’uscita di sicurezza, la via del riscatto, di sconfiggere con la loro scanzonata, giovanile strafottenza e con un sonoro sberleffo i ridicoli signorotti dell’odierno Medio(cre) Evo.

Sarà alfine una risata, che li seppellirà?

 

 

FERITI VAGANTI
di William McIlvanney

Brossura - 274 pp. - Giovanni Tranchida Editore

Prezzo di copertina: Euro 15,00