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Libro della origine delli volgari proverbi

Oggi, per la prima volta dopo secoli di oblio, l’opera torna ad essere finalmente ristampata in una importante e rinnovata veste editoriale. Recensione di Marco Andrea Marcuccio

Libro della origine delli volgari proverbi

di Aloyse Cinthio de gli Fabritii

 

Brossura - 584 pp. - Edizioni Spirali - Prezzo di copertina: Euro 35,00

 

Ci sono alcuni libri che oltre al proprio intrinseco contenuto evocano, grazie a particolarissime ed a volte fortuite coincidenze storiche, più ampi significati ideali e simbolici. Questo è uno di quei casi. Le edizioni Spirali – infatti – riportano in questi giorni in libreria il Libro della origine delli volgari proverbi di Aloyse Cinthio de gli Fabritii, strappandolo all’ingrato destino di rimozione cui sembrava essere definitivamente destinato.
Ma partiamo dall’inizio: composto in anni di certosino lavoro da un medico letterato veneziano di nome Cinzio, stampato originariamente nel 1526, il volume fu immediatamante contrastato dai “benpensanti” locali (provocando la prima censura di un libro che si ricordi nella “Serenissima”), poi condannato dall’Inquisizione nel 1559 con il suo inserimento nell’Indice dei libri proibiti; così come d’usanza, le copie in circolazione in quel momento furono bruciate ed il volume non fu mai più riproposto. Le rarissime copie superstiti furono comunque sufficienti a censori e critici dei secoli successivi per alimentare la sua fama sinistra come “testo di alcun pregio”, “immorale” se non proprio “maledetto”.

 

Dov’è lo scandalo? Si tratta, in effetti, di un testo che già nelle intenzioni pecca di ambizione per dimensione (circa 41 mila versi endecasillabi in terza rima) e contenuto (una disamina di 45 proverbi di uso comune, illustrati per origine e significato); nello svolgimento della sua arte, l’autore coglie in realtà il pretesto per compiere un’imprudente ed immaginifica narrazione epico-satirica della propria epoca, tra scellerate gesta oscene e smodate frecciate sarcastiche ai notabili della buona società. Ne deriva dunque un’opera densa di voli poetici e di accenni pornografici, in cui si riversa tutta la cultura cinquecentesca; un testo da gustare nella sua fervida invenzione e capacità di costruzione, che - al di là dei popolarissimi rimandi anticlericali - si colloca in quel ricco filone artistico rinascimentale dedito al culto del fantastico e del grottesco.

 

Superando la facciata moralistico-religiosa delle crociate contro il poema, è interessante notare come dietro a quegli attacchi ci fossero ben altre sostanziali questioni. Intanto si tratta di un “pericoloso” veicolo di una visione popolare e “laica” della storia: in ogni canto agiscono maschere popolari indimenticabili, mosse da un’umanità astuta che non si dà mai per vinta; il bersaglio preferito di tutte le storie rimangono inoltre i “disfrenati” e gli “aggabbadei”, ovvero tutti coloro che dovrebbero teoricamente portare il messaggio cristiano ed invece ne fanno scempio (cosa non poco, in tempi in cui si respirava già aria di controriforma). Poi c’è la questione più strettamente letteraria della lingua: questi sonetti sono scritti in un creativo italiano volgare, latineggiante e dalle influenze tosco-venete, che mal si concilia con i coevi precetti del Brembo sull’uso “corretto” del volgare; è evidente che all’aulico Petrarca il De Fabrizi preferisca il Dante della Commedia ed il Boccaccio del Decamerone.

 

Insomma i Volgari proverbi hanno da sempre percorso un cursus honorum lungo ed accidentato, costellato di episodi di indifferenza se non proprio di aperta contrarietà: tra gli altri, ci si mise anche l’insospettabile Benedetto Croce che tacciò l’opera di scarsa rilevanza letteraria e morale (ma l’Imbriani, per esempio, la ritenne di eccezionale valore, “stupenda e ciclopica”). Di censura in censura e di cancellazione in cancellazione, di quella prima -e fin ora unica- edizione sono sopravvissute dodici copie appena, oggi oggetto di culto per i bibliofili più ricercati. Dunque un libro “maledetto”, vittima del pregiudizio secolare e dell’oscurantismo accademico.

 

Oggi, per la prima volta dopo secoli di oblio, l’opera torna ad essere finalmente ristampata in una importante e rinnovata veste editoriale, arricchita da contenuti supplementari (un manoscritto cinziano inedito ritrovato nella biblioteca “Marciana” di Venezia, certi Sonetti lussuriosi di Pietro l’Aretino e le incisioni d’epoca di Giulio Romano).La stampa italiana sta salutando con simpatia la pubblicazione del volume, talvolta sottolineandone gli aspetti curiosi, talvolta le caratteristiche più ardite, talvolta ancora la qualità meritoria dell’operazione culturale.
Al lettore, ora, non resta che farsene - in modo finalmente agevole e libero- un’idea in proprio.

 

in collaborazione con www.nouvellevague.eu