Dove degenera il linguaggio, degenera la vita

L’istruzione non è emancipazione, ma un'astuta trappola.

Michela mette in evidenza alcune problematiche importanti.
 
E’ evidente come il linguaggio d’uso sia lo specchio della società in cui si vive, e che oggi si stia inesorabilmente impoverendo grazie soprattutto al rilievo dato all’immagine. L’apparire sembra più rilevante dei contenuti. Di conseguenza l’urlare più forte degli altri, in tv ma anche, virtualmente, nei blog e spesso, purtroppo, anche nella narrativa.
 
Michela sa mettere il dito anche su una piaga la cui portata è ancora tutta da vedere: l’istruzione generalizzata, una delle grandi illusioni del secolo scorso. E’ vero che l’istruzione è più o meno alla portata di tutti, ma è altrettanto vero che l’istruzione non è emancipazione: come scrive Carmine Mezzacappa, “l’istruzione concessa anche ai ceti poveri non è altro che un’astuta trappola in cui questi perdono la loro identità e, di conseguenza, anche la loro carica critica e polemica contro un sistema che li schiaccia”; e ancora: “una cultura che non arricchisce e che forza ad accettare le ipocrisie di una società che si finge liberale”. Gli scrittori seguono a ruota.
 
Per parlare del proprio tempo non è necessario livellare il proprio linguaggio: se questo può dare l’illusione che tutti si possa diventare scrittori, e il livello medio dei manoscritti che le case editrici ricevono ne è testimonianza, non è però in questo modo che uno scrittore può emergere dagli altri. In un’epoca di scrittura omologata come la nostra, ai trionfi effimeri di pseudo-scrittori come Moccia o Muccino fa da contraltare la durata del successo di autori come Camilleri e Baricco: autori sì popolari, ma maestri dello stile, a prescindere dalla povertà (che riguarda soprattutto Baricco) dei contenuti e delle storie. Autori che non si sono adeguati al generale impoverimento linguistico ed espressivo, e che proprio per questo spiccano e hanno un pubblico numeroso e fedele.
 
Le parole nuove, purtroppo, in Italia sono quasi sempre di origine anglofona, anche quando non è necessario: se “computer” può essere più attuale di “elaboratore”, non si può dire che “politically correct” non trovi perfetta traduzione in “politicamente corretto”, giusto per fare un paio di esempi. E lo svuotamento di significato delle parole è un’operazione attraverso la quale smarriamo il senso primo dei termini, la loro definizione, che viene coattamente sostituita da un travisamento che ne fa perdere la percezione reale, se non addirittura il valore.
 
Come nota Michela, l’importante non è più comunicare, ma mettersi in mostra e prevalere, avere attenzione, per cui la velocità è diventata più importante del significato. Perdendo, però, anche in chiarezza ed incisività: l’eccessiva semplificazione diventa facilmente superficialità. Al punto che, spesso, non si hanno più le parole per esprimere ciò che ci accade, come per esempio i sentimenti: ne è una prova evidente il diffondersi sempre più ampio di patologie quali l’alexitimia. Come ha scritto Hermann Broch, dove degenera il linguaggio, là degenera la vita.

 
Heiko H. Caimi
 

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