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Il grande match

"Il Grande Match" è un film di fiction, ma sembra più un documentario sul grande potere unificatore del calcio e sul ruolo della televisione. Recensione di Sara Sagrati

Il grande match

di Gerardo Olivares

(La gran final) Con Ahmed Alansar, Mahamadou Alzouma. Genere Commedia, colore 88 minuti. - Produzione Spagna, Germania 2006. - Distribuzione Mikado

Tre gruppi di persone che vivono nei posti più sperduti del pianeta: una tribù Tuareg del Sahara, una famiglia nomade della Mongolia, gli abitanti di un villaggio Indios dell’Amazzonia. Nessuna affinità tra questi popoli eppure ognuno di loro vuole assolutamente vedere la finale dei campionati del mondo di calcio del 2002 tra Brasile e Germania. Il film, ideato e diretto dal documentarista Gerardo Olivares, racconta le peripezie che ognuno di queste persone dovrà affrontare pur di riuscire a vivere in diretta questo grande evento sportivo di fronte ad un televisore. La tribù Tuareg, con televisore a dorso di cammello, cerca di raggiungere l’albero di ferro, un’antenna piantata in mezzo alle dune. Gli Indios che vanno a caccia imitando i telecronisti sportivi e si dipingono sulla schiena il numero di Ronaldo dovranno far funzionare la loro antenna. La famiglia nomade mongola che da quando possiede la televisione ha modificato i propri itinerari per seguire i cavi elettrici si imbatterà in un gruppo di burocrati cinesi tifosi della Germania.

Popoli che hanno in comune solo la loro distanza sociale e culturale dal mondo occidentale. Eppure ognuno di queste persone ha in comune l’amore per il calcio. Il Grande Match è un film di fiction, ma sembra più un documentario sul grande potere unificatore del calcio e sul ruolo della televisione.
Il regista Gerardo Olivares si trovava in Mongolia nel 2001 per i sopralluoghi di un documentario, quando notò una tribù nomade che trasportava una televisione a dorso di cavallo. Chiese dove fossero diretti e gli risposero che stavano cercando di raggiungere l’albero di ferro per collegare la tv e godersi una partita di calcio. Nacque così il soggetto del film.
L’idea è quella di mostrare tre popolazioni che non hanno niente in comune se non la loro distanza culturale e sociale con l’occidente e che, nonostante le difficoltà tecniche e ambientali, sono state contagiate dalla febbre del calcio. Una febbre che però porta con se anche il media. Olivares si concentra su questa ambivalenza. Se da una parte lo sport unisce i popoli, dall’altra la TV li uniforma. Esemplare in tal senso la partitella di calcio tra i burocrati cinesi che vogliono multare la famiglia nomade mongola per essersi collegata alla rete elettrica senza autorizzazione. In palio il ritiro della multa e la possibilità di assistere insieme alla grande finale. Lo sport li unisce. Eppure quello stesso gruppo di persone che pratica la caccia con l’aquila ed è fieramente legato alle proprie tradizioni nomadi, ha cambiato i propri itinerari di spostamento pur di seguire i cavi elettrici e poter guardare la tv. Ancor più impressionante è il dialogo che avviene nella segheria in mezzo all’Amazzonia. Il guardiano bianco sostiene che “una volta gli Indios erano pericolosi. Poi gli abbiamo dato una televisione, un generatore e un’antenna e adesso non ci danno più fastidio”. Per non parlare del nigeriano che vuole andare a Marsiglia a fare un provino per l’Olimpique e che vende pagine della rivista Playboy durante la grande finale facendo grossi affari.

Il Grande Match è un film potente da questo punto di vista, anche perché non punta il dito, ma si limita a mostrare. Forse il suo più grande difetto è che mostra fin troppo bene, nel senso che le splendide immagini da cartolina a volte stridono con le intenzioni da documentario sociale. Eppure l’effetto spettacolare è notevole: da non perdere l’emozionante apparire del camion sovraccarico di persone e valigie in mezzo al deserto.

Il film è stato girato in tre lingue: dialetto kazako della Mongolia, il Tamashek del Niger e il Tupi brasiliano. In Italia questa bellissima diversità linguistica è stata doppiata, malissimo, nella nostra lingua. Eppure Mikado inizialmente aveva deciso di distribuirlo sottotitolato. Un vero peccato.
Nonostante questo Il Grande Match è un film che vale il prezzo del biglietto, e che non punta il dito verso la globalizzazione, ma ne mostra uno degli effetti. Allo spettatore occidentale decidere cosa pensarne, e per una volta, grazie al calcio e alla tv, sarà lui ad imparare qualcosa in più su culture diverse dalla propria.

Sara Sagrati

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