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4 - IL MIO RAKU "DOLCE"

Ho fatto un "raku dolce" perché mi piaceva fare ceramica Raku ma ero stanco d’argille piene di graniglia refrattaria ad effetto roccioso-materico, di forme quasi sempre fessurate e troppo fragili, di maleodoranti bidoni per le riduzioni e della puzza di fumo che mi restava sempre addosso. Adesso posso fare forme ben rifinite che vibrano con suono di campane, dove le argille scoperte dal vetro sono di colore nero etrusco e le "Terre Sigillate" disegnano, con attica nettezza, grandi craquelés girovaganti su superfici color arancio solare.

Ho iniziato a lavorare attorno ad un’ipotesi di Raku “freddo” alla fine degli anni novanta lavorando attorno alle “terre sigillate” e grazie anche alla conoscenza di artisti come Duncan Ross, Pierre Bayle e Tjok Dessauvage.
Con l’impiego di particolari ingobbi ho trovato la possibilità di annerire a fumo le argille porose anche a bassa temperatura.

Questa scoperta mi ha aperto ad una nuova variante di cottura Raku; metodo che sto ancora sperimentando e che ho definito di cottura a RAKU DOLCE.

Ho tenuto ad oggi diversi Workshop su questa mia tecnica e sulle varianti con l’impiego della Terra Sigillata applicabile anche su biscotto o con rivestimenti vetrosi a grandi craquelés in Italia, Svizzera, Belgio e Korea. Cosciente di una divulgazione che mentre sottrae produce nuove importanti esperienze.

Il mio Raku Dolce si colloca all’interno del cosiddetto Raku Americano, in pratica eseguito con estrazione a caldo dal forno e successiva fumigazione, ma con alcune sostanziali differenze che consentono una radicale diversità di risultati estetici e formali.

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