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La sindone di Leonardo da Vinci

Vittoria Haziel, autrice nel 1998 del libro “La passione secondo Leonardo”, non ha più dubbi a riguardo. Il genio della Gioconda e della Vergine delle Rocce realizzò in pratica un falso storico.

La copertina del libro della HazielVittoria Haziel, autrice nel 1998 del libro “La passione secondo Leonardo”, non ha più dubbi a riguardo. Il genio della Gioconda e della Vergine delle Rocce realizzò in pratica un falso storico. «A cavallo del Cinquecento, su commissione di Bayazet II, un sultano ottomano, Leonardo da Vinci creò la Sacra Sindone», ha spiegato nei giorni scorsi Vittoria Haziel. «Prese una tela antica e servendosi di un ferro arroventato sul fuoco disegnò sulla tela l’immagine di un uomo che portava sul corpo i segni della tortura e della crocifissione. Per disegnare l’impronta del volto, Leonardo usò se stesso come modello, realizzando dunque un autoritratto. La maestria di Leonardo fu tale da riuscire a creare il primo negativo “fotografico” della storia, avendo come matrice solo un’immagine mentale. Non solo: l’artista toscano inoltre riprodusse un’immagine che non si vede sul retro della tela e che ha in sé le caratteristiche di quello che più in là sarà definito lo “sfumato leonardesco”. Insomma, Leonardo fece Dio a sua immagine e somiglianza credendo fortemente nella divinità dell’uomo».

La scrittrice toscanaUna teoria affascinante, quella della scrittrice toscana (che vediamo nella foto a fianco), che ha provato a fare luce, come tanti prima di lei, sui misteri e le controversie che avvolgono la tela custodita oggi nel Duomo di Torino. Sacra reliquia per i credenti, (nella tradizione è il sudario che avvolse il corpo di Cristo deposto dalla croce), la Sindone di Torino, in realtà, non ha retto alla prova della scienza. Gli esami del carbonio 14 effettuati nei laboratori di Oxford, Tucson e Zurigo hanno portato tutti allo stesso risultato: il lenzuolo-sudario risale incontestabilmente all’epoca medioevale.

Il volto impresso nella sindoneAd ogni modo, la tesi della scrittrice che attribuisce a Leonardo la paternità della Sindone (nella foto accanto il volto) conservata a Torino non è nuova. Non più tardi di qualche giorno fa è stato infatti diffuso lo studio di Lillian Schwartz, in cui la specialista in grafica della School of Visual Arts di New York sostiene che il volto della Sindone è un autoritratto del maestro. «Al contrario della Schwartz, però», ha spiegato la Haziel, «io sono riuscita a riprodurre la Sindone usando la pirografia, ossia la stessa tecnica alla quale ricorse Leonardo, e ho ottenuto un risultato molto simile all’originale. È impossibile sostenere, come ha fatto la Schwartz, che una tela, cosparsa di una emulsione fotosensibile, posta in una stanza buia e sigillata, una sorta di camera oscura ante-litteram, venga impressa grazie al sole. Quale sole può essere duraturo come un lampada?».

Il Duomo di TorinoNel 2010 è in programma una nuova ostensione della Sindone custodita nel Duomo di Torino (nella foto a fianco). Certamente, per quella data, si moltiplicheranno studi, teorie o solo semplici supposizioni sul lenzuolo-reliquia che nei secoli ha affascinato e sedotto credenti e non. Anche la Haziel ha nel cassetto una nuova edizione de “La passione secondo Leonardo”. Laureata in legge, la scrittrice si è accostata per puro caso allo studio della Sindone, o meglio, come sostiene la diretta interessata, per una serie di «coincidenze straordinarie» che, negli anni, l’hanno portata fino a Leonardo e alla «creazione consapevole» da parte dell’artista di un’«opera» che poi sarebbe diventata l’«icona per eccellenza».

Commenti dei lettori

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  • Ernesto Solari

    14 Jun 2010 - 10:53 - #1
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    IN UNO SCRITTO DI ABULAFIA L’ISPIRAZIONE SINDONICA DI LEONARDO

    La Dott.ssa Haziel ha recentemente tentato di ripercorrere in alcune sue pubblicazioni il possibile processo tecnico di Leonardo e sembra che almeno apparentemente I risultati siano molto vicini all’originale ma qualche dubbio permane.
    La Sindone non è, come la Veronica, solo l’impronta del viso di Cristo ma anche del corpo ed a mio parere, contrariamente a quanto ipotizzato nel suo recente libro dalla Haziel, è proprio nel corpo che nascono I dubbi più forti: vi sembrano infatti presenti degli errori e delle sproporzioni che uno studioso di anatomia come Leonardo non avrebbe potuto fare se non volutamente. Ricordo però che Leonardo non è nuovo a simili errori: nell’Annunciazione il braccio della Vergine è troppo lungo e non avrebbe potuto mai anteporsi al leggio su cui è posato il libro. Si trattò anche in quell’occasione di un errore voluto: tale accorgimento potrebbe essere stato studiato ed adottato da Leonardo intenzionalmente anche nella Sindone ma a quale scopo?.
    Forse per mascherare la propria identità sacrilega? ….oppure per evidenziare un altro significato simbolico?
    Non sembra semplice trovare una risposta a tali interrogativi?
    L’unico modo per riuscirvi, mi sono detto, è quello di considerare con molta attenzione un’opera dello stesso Leonardo, l’Uomo Vitruviano. Non serve utilizzare l’autoritratto di Torino opera per altro molto discutibile.
    Sull’uomo relativo al disegno vitruviano Leonardo scrive “Vetruvio architetto mette nella sua opera d’architettura che le misure dell’omo sono dalla natura distribuite in questo modo” (e poi cita una serie di relazioni verificabili sul disegno stesso….)…..Si tratta di un vero e proprio canone proporzionale che l’artista avrebbe comunque e sempre dovuto rispettare nella esecuzione di ogni sua opera, quindi anche nell’eventuale copia della Sindone.
    E mi sembra interessante considerare che il centro del corpo coincide con la prominenza del pube: la distanza che intercorre dai piedi al pube è uguale a quella fra la sommità del capo e il pube stesso. E la somma di queste due misure corrisponde alla distanza che, a braccia aperte, separa la punta di ciascun dito medio.
    In questo modo, l’uomo che assuma questa posizione, è inscrivibile in un quadrato. Dice Leonardo:” Tanto apre l’omo né le braccia, quanto è lla sua alteza”.
    Il disegno di Leonardo vuole rappresentare la dimostrazione visiva di quale “grande miracolo è l’uomo!” secondo l’esclamazione di Ermete Trismegisto riportata da Pico della Mirandola.
    Si può constatare che il centro del quadrato o dell’incontro delle due diagonali corrisponde esattamente al pube dell’uomo simbolo del rinascimento, un ideale di uomo perfetto, simbolo anche dell’armonia del creato: una concezione che si rifà alla cultura classica. E Leonardo fu il primo a disegnare davvero, con indubbia abilità artistica, la figura umana racchiusa nelle due forme geometriche e a verificarne i rapporti proporzionali e geometrici grazie ai suoi studi anatomici e matematici.
    A questo punto ho pensato di accostare e sovrapporre l’uomo perfetto di Leonardo all’uomo della Sindone giungendo a quale risultato?
    Ne sono scaturite alcune interessanti riflessioni.
    Sappiamo che l’uomo vitruviano di Leonardo rispecchia uno stereotipo di uomo del Rinascimento e, come è possibile che esistano legami così profondi e tanti aspetti comuni con l’uomo della Sindone?… cosa può significare?…è una pura coincidenza?
    Ci troviamo davanti non ad un uomo qualunque mediorientale ma ad un uomo con caratteristiche che vanno al di fuori degli schemi e dei canoni specifici di quelle terre, in quel tempo.
    Ci troviamo davanti ad un uomo perfetto con caratteristiche al di sopra della norma.
    E’ certamente da escludere il fatto che ci si possa trovare davanti ad un martire qualunque, ad un Giudeo . Ciò potrebbe dimostrare un legame divino o soprannaturale di tale impronta umana.
    La sua perfezione potrebbe rappresentare la precisa volontà di Leonardo di rispecchiare nella ricostruzione sindonica il canone classico dell’uomo-Dio rinascimentale o viceversa Leonardo potrebbe essersi ispirato alla Sindone per creare l’archetipo dell’uomo-Dio, dell’uomo perfetto (l’uomo vitruviano).
    Le due ipotesi possono essere plausibili, fino a dimostrazione contraria, e l’obiezione del Prof. Baima Bollone e Lynn Picknett alla Haziel che Leonardo è nato nel 1452 mentre la Sindone è riapparsa nel 1353, non è a mio avviso sufficiente a dimostrare che non possa essere copia di Leonardo. E’ sulla base di altri elementi e particolari che bisogna realmente riflettere: si tratta della posa delle braccia incrociate che vanno ad unirsi proprio sul pube, cioè sul centro dell’uomo perfetto, che corrisponde all’incrocio delle due diagonali del quadrato disegnato da Leonardo.
    Ebbene, se noi osserviamo nell’uomo della Sindone I due avambracci notiamo che la loro inclinazione, se prolungata, ci consente di descrivere le suddette diagonali ed è semplice poi ottenere che l’uomo della Sindone è descrivibile in un quadrato così come nel disegno leonardesco. A prima vista può sembrare che esista una proporzione diversa tra le due figure ma considerando il fatto che il lenzuolo era attillato al corpo l’impronta, sul lenzuolo steso, risulta essere leggermente più lunga e quindi deformata, è pertanto giusto calcolare la figura, matrice di tale impronta, leggermente più bassa rispetto alle apparenze.
    Non ci sono dubbi quindi sull’esistenza di un legame profondo fra la Sindone e l’uomo Vitruviano di Leonardo.
    Ma sul perchè di tale legame è necessario ancora indagare e trovare una risposta plausibile..
    Il campo delle ipotesi si è comunque molto ristretto, ci troviamo davanti a questa forbice: o la Sindone è un falso Leonardesco o Leonardo per disegnare l’uomo Vitruviano si è ispirato all’uomo della Sindone.
    L’intuito e la fede mi dicono che la Sindone è autentica…
    Ma, secondo la ragione, potrebbe realmente trattarsi di un’opera di Leonardo….di un suo miracolo di arte, scienza, tecnica e fede(?)
    Qualcuno griderà all’anatema, ma pensiamo all’importanza che aveva questa reliquia e senz’altro chi ne era in possesso non poteva correre il rischio che la stessa andasse perduta e quindi dovevano essere prese certe precauzioni. La più logica e naturale di queste era la sostituzione dell’originale con una copia e chi avrebbe potuto effettuarla in modo perfetto se non il genio Leonardo?

    A mio avviso però il mistero si può risolvere attraverso la lettura e l’interpretazione di una frase scritta da un grande cabalista Avrahm Abulafia che aveva ispirato la Divina Commedia Dantesca e che era stata sicuramente letta da Leonardo che qui riporto:

    Secondo Abulafia l’uomo, al contrario di tutti gli altri esseri, ha la libertà di scelta, senza alcuna costrizione, grazie ad una forza chiamata il “Potere di muovere”. Nel suo cuore si svolge una battaglia perenne tra gli impulsi del bene e del male, diretti gli uni dall’intelletto, gli altri dall’immaginazione, gli uni dall’Angelo della vita, gli altri dall’angelo della morte: “la battaglia tra il sangue e l’inchiostro dentro al cuore è molto intensa”. L’inchiostro è l’elemento spirituale, l’intelletto, definito anche con il termine ebraico tzele (forma), e il sangue è l’elemento immaginativo, dmut, cioè “immagine”. Sangue e inchiostro, quando combattono all’interno dell’anima, sono proiettati al di fuori, e così appaiono nella visione profetica..
    I segni della battaglia interna tra i due diversi impulsi del cuore sono visibili sulla fronte dell’uomo sui cui lati sono stampate lettere di sangue e di inchiostro. E in mezzo a loro vi è un’altra lettera, il cui significato è nascosto, comprensibile soltanto dal cuore. Questo segno significa l’Intelletto Agente, pozione di vita per chi è in grado di riceverne il flusso e pozione di morte per chi non ne è capace. La completa adesione all’Intelletto Agente è fonte di vita eterna ed ispira ad agire, parlare, comporre. Il vero profeta, aderendo all’intelletto Agente, forma immaginaria, riesce a trasformare il sangue, l’elemento immaginativo, in inchiostro, la componente intellettuale. Il passaggio da sangue ad inchiostro, dalla morte alla vita, grazie alla comprensione, trasforma la forma immaginativa da morta a viva e”…quando l’immaginazione è sottomessa all’intelletto, allora compare, sia dentro sia fuori, la forma, davanti alla quale bisogna inchinarsi” (da I sette sentieri della Torah di Abulafia, cit, p.132)

    Come negare che venga spontaneo un riferimento alla Santa Sindone: è forse possibile in queste parole trovare la spiegazione ma anche la motivazione plausibile per i committenti alla realizzazione di una copia della Sindone attribuibile a Leonardo?

    Como, 14. 6. 2010 Prof. Ernesto Solari

  • rodolfo

    17 Jul 2010 - 11:27 - #2
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    UN INDIZIO
    “Un dipinto rimasto nascosto più di cinque secoli”.

    UN PERCORSO
    “la sua storia”.

    Un misterioso dipinto potrebbe essere il nuovo Graal? Questo dipinto apparso subito dopo l’ultimo conflitto
    mondiale non fu mai reso pubblico.
    È rimasto segreto per più di cinque secoli, sul quale fu dipinto lo studio del volto della Sindone, una tempera all’uovo molto particolare, perché non presenta sottofondo, l’immagine dipinta poggia tra filo e filo la cui trama rimane libera, osservando la tela di seta in contro luce si possono vedere tutti gli spazi tra filo e filo, come se fosse dipinta su un telaio a maglie larghe, alla strtegua di un vero e propio stencil che normalmente viene usato in serigrafia. In controluce dal retro possiamo distinguere perfettamente l’immagine dipinta anteriormente, quasi fosse in trasparenza.
    Qualcuno, durante e verso la fine dell’ultimo conflitto mondiale era sulle sue tracce, questa mirabile tempera all’uovo, fu riportata alla luce proprio durante gli ultimi mesi dell’ultimo conflitto, durante un rocambolesco recupero effettuato da alcuni fiduciari per conto del Terzo Reich.

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    Questo recupero venne eseguito presso un facoltoso custode, ma non fu mai portato completamente a termine, infatti prima di essere recapitato all’Ordine delle Tenebre in Germania, il dipinto venne intercettato da un nuovo ignaro Custode, che lo ospiterà nella sua dimora fino al 1972.
    Trattandosi di una reliquia per pochi iniziati e a disposizione di qualche gruppo molto esclusivo.
    É apparso subito difficile tracciare il suo percorso con una certa credibilità .
    Solo cercando dentro la reliquia, e lasciandoci guidare dall’intuito, siamo riusciti alla fine a collocarla in un contesto storico vicino a noi, e da questa posizione favorevole scavare nel passato protendendo lo sguardo verso il futuro.
    In questo modo anche se avvolti dalle tenebre del mito, siamo riusciti a tracciare una storia verosimile anche sotto il profilo cronologico. La reliquia o nuovo Graal, è stato creato per nascondere, o, contenere delle nuove conoscenze, per le quali qualcuno era ed è disposto anche ad (?!), pur di averle.
    Per questo motivo il suo tormentato viaggio nel mondo occulto si è sempre più assottigliato bruciando quasi tutti i punti di riferimento logico, entrando prepotentemente nell’oblio dell’immaginario e della legenda. A tal proposito, siamo certi che esistono delle imitazioni, ma che nulla hanno a che fare con l’originale per la qualità dell’immagine, per la sua collocazione storica e soprattutto per i contenuti visibili e invisibili.
    A questo punto, è quasi inverosimile pensare che questa particolare reliquia galleggiando sulle acque di un fiume senza nome, potesse essere pescata proprio da un iniziato ai misteri dell’esoterismo quasi per gioco.

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    Anche se l’involontario pescatore, non era stato programmato per questo scopo. Solo dopo molti anni, fu scosso dalla Divina Provvidenza che gli fece riconoscere il grande mistero racchiuso nella mirabile reliquia.
    Durante l’alto rinascimento italico la reliquia fu eseguita da uno dei massimi esponenti dell’esoterismo di quel tempo, era stato scelto per occultare ciò che a tutti i costi bisognava nascondere, per tramandare senza pericoli alle future generazioni un messaggio “della massima importanza” già custodito e tramandato dai sacerdoti dell’antico Egitto.
    Il dipinto ha una data di origine, ha un esecutore materiale, e quello che nasconde proviene dai sotterranei del Tempio di Salomone, papiri che furono precedentemente trafugati da Mosè dalle stanze segrete dei sacerdoti egizi, che avevano a loro volta ricevuto in custodia da una civiltà della quale si erano perdute le sue tracce, forse da alcuni superstiti della mitica Atlantide.
    Chi portò questi documenti da Gerusalemme in Europa? Chi li recuperò?
    Sono stati i “Pauperes Commilitones Christi Templique Salomonis”, tutto ebbe inizio con i Poveri Compagni di Cristo e del Tempio di Salomone, come più avanti apparirà nella nostra ricerca…..

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    Questa misteriosa e sublime tempera all’uovo del XIV secolo, associata allo studio sull’occhio e sul volto di Leonardo, custodito presso la Biblioteca Reale di Torino, non potevano non confrontarsi con i misteri irrisolti che riguardano la Sindone di Torino, perché il volto impresso sulla mirabile tela di seta non è altro che lo studio più approfondito e autentico sul misterioso volto della Sindone.
    La mirabile tempera all’uovo, oltre che svelare delle varità che si possono osservare in superficie, ha anche criptati al suo interno dei misteri che attingono a dei documenti appartenuti a delle civiltà mai svelate. Oggi siamo in grado di affermare che tali documenti sottoforma di simboli e di immagini, sono stati impressi sotto la mirabile tempera all’uovo, con la stessa tecnica che fu usata per imprimere il volto e alcune parti del corpo sul telo sindonico, non sono delle pitture ma sono in realtà delle immagini stereoscopiche al negativo. Non vogliamo apparire come gli unici depositari di una verità sconosciuta, ma riteniamo che riunendo in un unico complesso mosaico, tutte le mezze verità che per millenni hanno cercato di dare delle risposte sul mistero della sindone, alla fine riusciremo a svelare delle verità che non possono più rimanere nascoste; il mistero dei volti e dei corpi impressi sul telo funebre.

    LA SINDONE DI TORINO, UN SEGRETO PER POCHI
    È DIVENTATA UNA BEFFA PER MOLTI?

    Di chi è il sangue e il volto sulla sindone?
    ….. Venne un uomo ricco da Arimatea di nome Giuseppe, che anche egli si era fatto discepolo di Gesù. Questi, andato da Pilato, chiese il corpo di Gesù. Allora Pilato ordinò che fosse dato. E, preso il corpo, Giuseppe lo avvolse in sindone (lenzuolo).- Dunque all’inizio una sindone c’era. Ne parlano anche Marco (15,46) e Luca (23,53). Non è dimostrabile che sia quella di Torino, anche se ci sono buone probabilità a suo favore.
    Come si era formata quella immagine originaria, che tanto fa discutere gli scienziati di tutto il mondo?
    Anche se dovessimo seguire scrupolosamente, passo dopo passo la deposizione dalla croce e la sucessiva tumulazione nel sepolcro del corpo di Cristo dopo la sua morte, non arriveremo mai alla conclusione certa e definitiva, ma molto vicini alla verità. Per capire qualche cosa, bisogna sempre partire dalle condizioni del corpo di Gesù. Subito dopo la morte i muscoli del corpo sono flaccidi, ma dopo un periodo di circa 1-3 ore iniziano a contrarsi e ad irrigidirsi, rimanendo in quello stato.

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    Quando il corpo si irrigidisce, rimane in quella posizione fino a che il rigor non termina o sia rotto fisicamente (forzando il rilassamento o la contrazione). Poiché il processo chimico del rigor è irreversibile, quando il processo di irrigidimento è terminato, non ricomparirà più nella zona in cui è stato rotto. Tuttavia, se il rigor è rotto prima dello sviluppo completo, il processo continuerà fino al completamento, con una rigidezza parziale nella zona in cui è stato interrotto. Il rigor inoltre è influenzato dalla temperatura corporea e dall’attività dei deceduti prima della morte. Più sono alte le temperature corporee al momento della morte, più alto è il valore dell’acido lattico che induce il rigor a svilupparsi più rapidamente. Per esempio, il cadavere di una persona che muore avendo una febbre alta da infezione, può sviluppare rigidezza più rapidamente rispetto ad una persona con una temperatura corporea normale.
    Il Livor mortis (riguardo il sangue), inizia 20 minuti a 3 ore dopo la morte e si congela nei capillari in 4 o 5 ore. Tutto ciò è accaduto nel Corpo di Gesù, Crocifisso sul Golgota, se poi consideriamo, il lavaggio e l’aver cosparso il corpo e il telo funebre, con gran quantità di “aloe e mirra”, quel corpo non poteva rilasciare alcuna significativa impronta ematica sul telo.

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    Da credenti cristiani possiamo immaginare che l’impronta sindonica si stata impressa per radiazione, in questo caso il risultato sarebbe un’altra cosa, sicuramente non il risultato di un’impronta ematica. Quindi è lecito “con i dovuti rispetti”, farci una domanda: “Quante sono le verità mai svelate, celate nel mistero della Sindone di Torino?”.
    Il nostro è solo un percorso alla ricerca della verità, e non vuole minimamente mettere in discusssione la fede e ciò che rappresenta per i credenti cristiani di tutto il mondo.
    Agli inizi, questo telo funebre è stato conservato dalla comunità cristiana, come reliquia della Passione di Gesù; a causa delle persecuzioni veniva tenuto nascosto.
    In seguito, il telo come era stato ripiegato, per poterlo nascondere con più facilità, venne portato nella città di Edessa e chiamato mandylion.
    Dopo che Edessa venne occupata dai musulmani, i bizantini trasferirono il mandylion a Costantinopoli.
    Nel 1204 Costantinopoli venne saccheggiata dai crociati, e del mandylion, ovvero della Sindone, si persero le sue tracce.
    Infatti, la storia “certa” della Sindone di Torino, inizia intorno alla metà del Trecento, quando riappare inspiegabilmente 150 anni dopo a Lirey in Francia.

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    A questo punto, oltre che domandarci se la Sindone è il lenzuolo funebre che avvolse il corpo di Gesù?, dobbiamo anche interpretare i fatti di un epoca, il periodo medievale, che certamente non chiarì ma avvolse nel mistero più profondo la storia più recente del sacro telo funebre. Cosa è accaduto realmente al telo funebre di Torino, immediatamente prima al 1353, e durante il periodo in cui tutti i passaggi sono rigorosamente documentati (Lirey,Chambéry e Torino)?.
    Da Costantinopoli alla Francia?
    Sono state avanzate diverse ipotesi per ricostruire in quale modo la Sindone, se davvero si trovava nel 1204 a Costantinopoli, poi sia pervenuta in Francia per riapparire nel 1353 in mano a Goffredo di Charny.
    Tra le tante ipotesi fatte, la più credibile è anche la più semplice, quella che sarebbero stati i Templari a prendere la Sindone e a custodirla segretamente fino allo scioglimento dell’ordine: nel 1314, quando l’ultimo Gran maestro Jacques de Molay vene messo al rogo, insieme a lui fu bruciato anche un alto dignitario dell’Ordine a nome Goffredo di Charny, omonimo e probabile parente di colui che quarant’anni dopo espose pubblicamente la Sindone.

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    Sicuramente prima di Lirey, qualche cosa è esistito, un lenzuolo funebre che recava l’impronta di un corpo molto antico presumibilmente risalente all’anno 30-33, “se così fosse ci troveremmo difronte al telo di lino che avvolse il corpo di Gesù”, se così non fosse, esisteva già un falso. Un telo funebre con l’impronta di un volto, e di un corpo usato come reliquia dai Templari convinti che fosse autentica.
    Perché di quel telo funebre così antico, si mostrava solo il volto? In realtà l’immagine più antica impressa sulla Sindone di Torino, quella che doveva mostrare il volto di Gesù per intenderci, soprattutto il corpo era talmente sfumata che le ferite sui polsi non si potevano neanche notare. Per questo motivo, si può supporre che il mandylion fosse in realtà la Sindone ripiegata e conservata in un reliquiario: il telo così piegato (tetradiplon) nascondeva l’impronta sbiadita del corpo, facendo emergere soltanto il Volto. Da più parti, sempre con più insistenza si parla di scritte invisibili sul telo sindonico. Alcuni ricercatori usando delle sofisticate tecniche fotografiche sono riusciti a far emergere delle scritte esclusivamente nell’area adiacente al volto, quasi ad incorniciarlo,

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    la spiegazione più titolata parla, di scritte lasciate per contatto, impronte lasciate da qualche oggetto, è lecito supporre che a imprimerle sia stato il contatto prolungato con delle cornici di contenimento “o reliquiario”. Sui margini all’interno di queste “cornici reliquiario”, lungo i bordi, vi erano poste delle scritte, nessuna di queste cornici è arrivata fino a noi per poter validare questa ipotesi. Comunque se osserviamo attentamente le fasce verticali e orizzontali sbiadite dalla luce sul telo scoperto, possiamo affermare che le “cornici reliquiario” sono state almeno due, una con l’apertura più larga che mostrava tutto il volto, anche le scritte sono più grandi e combaciano con tale apertura, l’altra più stretta che mostrava solo una piccola porzione del volto, anche le scritte sono di formato più piccolo e combaciano perfettamente con l’apertura più piccola.
    In realtà la Sindone di Torino non mostra solo il volto e il corpo di Gesù, cela ben altri segreti mai svelati, e tenuti gelosamente nascosti. Le novità che sono prepotentemente entrate in scena dopo la sua scomparsa tra il “1204 e il 1353”, sono:- “Lo stesso Jacques de Molay che reciterà la parte del nuovo crocifisso, e parecchi anni più tardi tra il “ 1496 e il 1499”, Leonardo da Vinci, che cercherà di sistemare il volto e parti dell’intera immagine del telo funebre”.

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    Mentre nel 2002, fu fatto un restauro conservativo che modificherà definitivamente l’immagine più antica della Sindone.
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    Perché proprio il corpo del de Molay?
    Secondo una tesi certamente originale di alcuni ricercatori, il Gran Maestro sarebbe stato sottoposto ad una forma di tortura mirante a riprodurre sul suo corpo i segni della Passione di Cristo.
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    “Quella notte drammatica del 13 ottobre 1307, furono arrestati ben quindicimila Templari, tra cui Jacques de Molay, il Gran Maestro dell’Ordine. A catturarlo ha provveduto Guillaume Imbert in persona, il grande inquisitore di Francia. L’arresto è avvenuto nel tempio di Parigi, che agli occhi di un uomo di Chiesa deve apparire come il covo dell’Anticristo: decorazioni pagane, squadre, compassi, e in una scatola di legno, un sudario, un cranio umano e due femori. Nella mente di Imbert cova una delle più sconcertanti vendette che un uomo della S.I. possa architettare.
    La notte è scesa, e de Molay attende nei sotterranei del tempio parigino, abbigliato come gli imputati di eresia: un camice grezzo, un capestro intorno al collo. Il Gran Maestro ha di fronte un uomo temibile, l’Imbert appunto, ma si rifiuta ugualmente di confessare i suoi delitti.

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    La vendetta sta per cominciare.
    È scandita da frammenti della Passione di Cristo, e ad essa s’ispira.
    De Molay è incatenato alla parete, la schiena nuda e le braccia alzate, il viso verso il muro. Due uomini iniziano a fustigarlo con fruste dotate di doppie sfere di metallo. Il più inferocito dei fustigatori è quello di destra, che colpisce il Templare sul dorso e sulle gambe.
    Terminata la flagellazione, a de Molay viene schiacciata sul capo una corona di spine, che fa sanguinare la fronte e il cuoio capelluto. Dopodiché una croce rudimentale è pronta per accogliere il Gran Maestro dei nemici del Cristianesimo. Questa è la vendetta che la mente acuta e crudele dell’Imbert ha concepito: fare provare a quell’Anticristo le pene subite da Gesù Cristo.
    Dei chiodi a fusto quadrangolare vengono inseriti all’altezza dei polsi, e così facendo il pollice si schiaccia nel palmo della mano, a causa della slogatura dell’articolazione. Dopo i piedi vengono fissati al legno, sovrapposti in modo da usare un chiodo solo. Il prigioniero è cosciente, e qui inizia la vera sofferenza. Il peso del corpo, tendente verso il basso, costringe de Molay ad incurvarsi, mettendolo così di fronte ad un duplice, atroce dolore: quello delle braccia e delle gambe, trafitti dai chiodi, costretti a sopportare il peso di tutto il corpo, e il tragico terrore di non riuscire a respirare.

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    Il risultato di questa situazione drammatica è l’incremento del tasso metabolico, e una marcata carenza di ossigeno.
    Al de Molay, stremato, viene dato da bere dell’aceto, per rispettare il canovaccio biblico della vicenda. Sebbene il Templare sia ormai allo stremo, e sia pronto a confessare ogni sorta di delitti, l’Imbert non è soddisfatto. La rappresentazione della Passione non è ancora conclusa: l’inquisitore conficca un pugnale nel torace del crocifisso (senza ledere alcun organo vitale). È l’ultimo atto: de Molay confessa le sue colpe, cade in uno stato di “acidosi metabolica”, una contrazione dei muscoli dovuta alla sovrabbondanza di acido lattico nel sangue, ed infine è levato dalla croce.
    Prima che il corpo quasi esanime del Gran Maestro sia portato via, l’Imbert ordina che venga avvolto nello stesso telo requisito alla vittima, che da oggetto di scherno verso Cristo diventi il sudario della sua personale “passione”. Il corpo del de Molay, ancora caldo e vivo, viene portato in una cella sotterranea, fredda ed umida, dove gli umori delle ferite, ovvero sudore mescolato a sangue acidotico, avevano impregnato il tessuto, “dipingendo” l’immagine del Templare sul lenzuolo.”
    Sarebbe questa la seconda immagine impressa sulla Sacra Sindone?

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    Un’immagine incredibilmente nitida, di un uomo di un metro e ottanta, dal lungo naso, i capelli lunghi, una folta barba, è dunque quella di Jacques de Molay? O come si sostiene da secoli, è quella di Gesù Cristo? Allo stato attuale, non ci sono dubbi, l’immagine del de Molay ha coperto definitivamente l’originale immagine di Gesù Cristo.
    La ricostruzione dell’incredibile vicenda occorsa a Jacques de Molay è stata presa dal libro di Christopher Knight e Robert Lomas “La Chiave di Hiram”, edito da Mondadori qualche anno fa, e che ebbe un clamoroso successo.
    ___________
    A tal proposito, è emersa una verità rimasta sepolta per secoli negli archivi vaticani, che “L’idolo barbuto, la divinità “pagana” che i Cavalieri del Tempio avevano adorato e nascosto, altro non era che “il telo di lino”. Quello che noi, oggi, chiamiamo Sindone”.
    I Templari o chi per loro nel 1308 (per vendetta o per qualche cosa d’altro), nascosero la Sindone, non in un baule, in soffitta o in una fossa segreta, ma celarono definitivamente la sua immagine originaria “sotto una nuova immagine, quella del de Molay, che recava i segni della passione di Gesù”.

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    Proprio da questo incredibile racconto “La chiave di Hiram”, possiamo comprendere la chiave di volta di tutto il mistero sulla Sindone di Torino, è racchiusa in quel telo “che da oggetto di scherno verso Cristo (a detta della S. I.), diventa il sudario dell’ultimo Gran Maestro del Tempio”.
    Quel telo in realtà non era altro che il Mandylion di Edessa. Infatti all’uso templare, Jacques de Molay, come se fosse già segnato dalla morte, fu disteso con molta cura sullo stesso lenzuolo che fu considerato dal de Molay e da alcuni Templari come una reliquia di grande potere”, ma inaspettatamente “forse per il potere miracoloso del lenzuolo?”, riuscì a riprendersi. “A questo punto potremmo fare un inciso, che il de Molay, ma anche Gesù, ebbero nella atrocità della passione, “un occhio di riguardo”, Gesù, la sua deposizione dalla croce prima dell’ora “lo stesso Pilato ne rimase sorpreso quando gli fu detto che il nazzareno era già morto”, facendolo deporre dalla croce senza la usuale rottura delle ginocchia, lo stesso trattamento che ebbe il de Molay in prigine, dove riuscì a riprendersi (?).
    La Sindone torinese riproporrebbe, perciò in superficie, anche la figura e i tratti somatici di Jacques de Molay, compresi quelli presunti di Gesù Cristo che si troverebbero ben sotto il suo corpo, considerando la stazza fisica del de Molay di qualche centimetro più alta e più larga.

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    Il medico radiologo Giuseppe Caselli nel lavoro “Caratteri di anormalità delle impronte sindoniche” aveva notato che i muscoli dei glutei, delle cosce e dei polpacci non sono appiattiti come dovrebbero essere in un cadavere, ma sembrano di marmo perché conservano la loro rotondità”.
    Già da diversi anni l’autore di questo lavoro aveva scritto che la foto dorsale a luce trasmessa di Barrie Schwortz mostra l’impronta sanguigna di tutta la superficie dorsale del cadavere.
    I glutei, le cosce, i polpacci sono appiattiti dalla forza di gravità su un piano orizzontale. Il confronto delle foto a luce trasmessa con quelle a luce diretta dimostrerebbe che il corpo appiattito sul piano sepolcrale in un determinato momento ha riacquistato il tono muscolare e la rotondità delle parti anatomiche come avviene ad un vivente.
    E’ sconcertante come il radiologo Caselli senza sapere nulla della sovrapposizione di due corpi, fa riferimento ad un corpo ancora vivo e tenace come quello di Jcques de Molay.
    L’ipotesi è suggestiva, ma alcuni Templari d’altronde, sono da sempre considerati come i depositari di conoscenze al limite dell’atteggiamento eretico.
    La lacunosità delle fonti relative alla Sindone tra 1204 e 1353 lascia spazio ad ogni sorta di interpretazione, alcune più verosimili, altre del tutto fantasiose.

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    Come anticipato, tutte le tracce riguardanti il tragitto della Sindone tra il 1204 e il 1353 conducono all’approdo di Lirey, centro abitato della regione della Champagne a circa venti chilometri da Troyes, la città nella quale si ratificò la fondazione dell’Ordine dei Templari.
    La storia trasuda di coincidenze, tutto sta nell’interpretarle correttamente.
    Vi è un fatto da non trascurare che collega il de Molay alla Sindone di Torino, il de Molay fu portato al rogo circa sette anni dopo il suo arresto nel 1314, assieme al suo amico d’arme Geoffroy de Charny, guarda caso presunto zio dell’omonimo Goffredo di Charny (nipote), proprietario documentato della Sindone di Torino dal 1353. Non ci è dato di sapere se quella Sindone fosse la stessa Sindone di Costantinopoli proveniente da Edessa, o qualche cosa d’altro. Sta di fatto, che dopo trentasei anni dalla morte dello zio, il nipote omonimo, dichiara apertamente di essere in possesso della Sacra Sindone, morirà senza mai spiegare come sia venuto in suo possesso. Della Sindone si erano perse le tracce da circa 150 anni. Se fosse stata la vera Sindone di Costantinopoli, era tutto interesse del nipote rendere chiara la sua provenienza, ma questo non lo fece. Non se la sentiva di dire che era la reliquia tanto venerata dai Templari, e che per il volere di alcuni era diventata qualche cosa d’altro.

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    In realtà lo stesso telo funebre che recava l’immagine di un uomo crocifisso e adorato dai templari come se fosse il Cristo, aveva avvolto anche il corpo del Gran Maestro de Molay. Sostenere delle mezze bugie per il nipote di Geoffroy de Charny, era più difficile che tacere. Ma questo “nipote”, non si era mai dimenticato dello zio (del quale portava il nome).
    Infatti nello svelare l’esistenza e la proprietà di questo telo funebre, faceva coniare una targhetta commemorativa, in piombo e stagno a sbalzo, di (cm. 4,5Å~6,2) che riproduceva per la prima volta esattamente la Sindone di Torino, con gli stemmi nobiliari di Geoffroy de Charny e dei Vergy il casato di sua moglie. In mezzo ai quali è rappresentato un sepolcro vuoto, mentre il sepolcro vuoto per effetto di un finissimo intervento a sbalzo, idealizza una croce templare, doveva essere il sepolcro per contenere il corpo di un Templare, quello del de Molay ultimo Gran Maestro, bruciato sul rogo con lo zio di Goffredo, e non il corpo di Gesù Cristo. Non a caso questa targhetta-ricordo fu trovata nella Senna nel 1855 presso il Ponte di Change, proprio difronte al ponte di Neuf, il luogo dove Molay e lo Zio furono immolati sul rogo. Probabilmente gettata nella Senna durante una cerimonia segreta per commemorare tutti i Templari giustiziati dalla Santa Inquisizione.

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    Di questo medaglione considerato importantissimo anche per altri motivi, esiste solo questo esemplare, sicuramente non furono stampati molti pezzi, solo qualche esemplare ad uso e consumo di una stretta cerchia di Cavalieri del Tempio. Oggi l’unico medaglione si trova a Parigi, nel Museo Nazionale del Medioevo-Thermes de Cluny.
    Perché proprio Leonardo da Vinci?
    Leonardo (1452-1519), come il padre era profondamente anticattolico, non tollerava il clero ed era attratto da una religione personale più vicina alla natura che alla storia di Gesù o dei Santi.
    Il geniale toscano, arrivò a Milano nel 1482 e vi rimase per ben sedici anni, “mai una riga di ufficiale, che rivelasse dei contatti con i custodi della Sindone i Savoia”, mentre le cronache ci riferiscono di come si occupasse nei diversi campi delle scienze e delle arti, con prevalenza nell’arte pittorica, infatti, qui realizzò opere molto importanti tra le quali l’ultima cena che fu realizzata intorno al 1495-1497 nel refettorio del convento di Santa Maria delle Grazie. In realtà Leonardo era ben presente nei pensieri del Papa Leone X, e dei Savoia.

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    Infatti Leonardo lavorando su commissione per le più prestigiose e titolate famiglie dell’epoca, compresi i Medici, ebbe sicuramente contatti con Giuliano de Medici sposo di Filiberta di Savoia, nonché fratello di papa Leone X, con ciò si può ben immaginare quanto Leonardo sia stato alla portata del Papa e dei Savoia, i due poteri che più direttamente potevano beneficiare di un nuovo e più autentico status della “nuova” Sindone. Risulta che nel 1490, a 38 anni, Leonardo visitò la Savoia e si pensa che in quella visita ebbe modo di prendere contatto diretto per la prima volta con la Sindone, e che gli fosse stata prospettata una rivisitazione dell’immagine e non una nuova sindone come alcuni continuano a sostenere. Per certo Leonardo intervenne sul telo funebre tra il 1496 e il 1499, dopo aver appreso nuove ed esileranti tecniche pittoriche, come i segreti della geometria sacra, interpretando “il fiore della vita”, la scrittura con la seta e la tecnica per imprimere sulla tela miscroscopiche immagini anaglifiche al negativo. Il telo su cui intervenne Leonardo, è sempre quello del 1353 di Lirey, per intenderci quello che per onorare un voto espresso dal marito Geoffreoy conte di Charny, la vedova, una Vergy, tenendo fede all’impegno espresso dal marito; Nel 1356 la Sindone viene data in custodia ai canonici di Lirey, di lì a qualche anno la Sindone diviene celebre.

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    Tra il 1356 e il 1452 vi fu un periodo di liti e contese tra i canonici di Lerey e il vescovo di Troyes che considerava il telo un volgare dipinto, le diatribe insistenti obbligarono i legittimi proprietari a richiedere non senza difficoltà la sua restituzione, quest’ultimi sostenuti sin dal 1364 anche dai Savoia, nel 1452 rientrano definitivamente in possesso del sacro telo. Nel 1453 l’ultimo erede del casato Margherita di Charny, vedova e in condizioni disagiate, dona la Sindone ad Anna di Lusignano, moglie del duca di Savoia Ludovico. Da questo momento, il lenzuolo risiede nel capoluogo savoiardo, Chambery. Nella notte fra il 3 e il 4 dicembre del 1532, scoppia un terribile incendio. La Sindone è salvata a stento con gran pericolo e sofferenza, riposta in un cofano, ne è tolta due anni dopo, alla presenza di notai e di coloro che ben la conoscevano.
    Nel 1499 Ludovico il Moro fuggì da Milano, dopo l’invasione del ducato da parte dei francesi, mentre Leonardo intraprese una serie di viaggi, si recò a Mantova, a Venezia, e poi ritornò a Firenze, in questi anni iniziò anche il famoso ritratto della Gioconda, un dipinto a lui caro che portò con se anche in Francia, alla quale non poté negare quel sorriso quasi complice per quello che aveva appena fatto.

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    Leonardo come avrebbe potuto architettare questa gigantesca beffa della storia? In realtà Lui fu lo strumento, lavorò su commissione in gran segreto. Probabilmente il volto della Sindone aveva bisogno di urgenti lavori di restauro, sin dalla sua apparizione nel lontano 1353, nel tempo, sempre più spesso, durante le ostensioni il telo veniva considerato come una grande bugia. Durante la sua permanenza al soldo di Ludovico il Moro, Leonardo, ebbe continui contatti con esponenti del Priorato di Syon, con artisti più o meno noti iniziati alle scienze esoteriche, e con alcuni affiliati di una potente loggia massonica. Proprio in questo periodo, mentre ostentava le sue doti di grande ingegno nel campo militare, ebbe occasione di consultare dei documenti misteriosi, provenienti dall’antica Cina, dove erano rappresentate macchine favolose per risolvere problemi inerenti alle acque e in particolare alcune macchine da usare nel campo militare, e tecnologie futuribili in gran parte sconosciute al mondo occidentale, ma non solo, apprese anche tecniche per creare immagini su tela senza l’uso dei pennelli “la scrittura con la seta”, e la tecnica mai svelata per criptare in alcuni dipinti usando delle immagini anaglifiche al negativo.

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    Di Leonardo si sa che studiò geometria con il matematico Luca Pacioli, “il francescano che durante il suo lungo girovagare, attraverso le città di Perugia, Zara, Firenze, ancora Perugia, Roma, Sansepolcro, Napoli, Assisi, Urbino, Venezia – dove pubblicò la Summa (1494) – approdò a Milano. Nella città sforzesca Pacioli trascorse tre anni (1496-1499) di grande fervore intellettuale. Il frate, infatti, portò al termine il Compendium de divina proportione (1498) dedicato a Ludovico il Moro e si servì della collaborazione di Leonardo da Vinci per la realizzazione dei disegni in prospettiva dei poliedri regolari e delle tavole annesse all’opera. Leonardo, da parte sua, imparò l’algebra e la geometria dalla Summa di maestro Luca, e in seguito ai suoi incontri col frate cominciò ad occuparsi con maggiore interesse ed assiduità di questioni matematiche. Dopo la cacciata del Moro, Pacioli si trasferì a Firenze per qualche anno ed insegnò matematica nello studio pisano”.

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    Grazie a Uno schizzo del Fiore della Vita di Leonardo, “questo simbolo della geometria sacra presente in India, in Cina, in Europa, in Asia Minore. Ma il più antico, finora scoperto, proviene dall’area di Abidos, in Egitto 1300 a.C.”, si viene a scoprire che Leonardo aveva cognizioni della geometria sacra che non facevano parte, se non in modo frammentario, delle conoscenze dei trattati di pittura sulle proporzioni e della geometria classica.
    Anche se mai dichiarato apertamente, la Sindone di Torino fu da sempre in un certo senso, un protettorato dei Cavalieri del Tempio, non dimentichiamo chi la possedeva, quando riapparve nel 1353 a Lirey in Francia. Quali le sue segrete origini, e chi era in realtà impresso sul telo funebre, “l’ultimo Gran Maestro del Tempio”.
    Quale migliore occasione, per architettare in gran segreto una simile beffa, nel dare il nome al secondo uomo misterioso della Sindone, e inserendo nel contempo la propria immagine, quasi una firma autografa.
    Non è un dipinto né una stampa, è assente qualsiasi pigmento che non sia quello sanguigno. Si può dipingere con il sangue diluito in un ampolla con acqua e sale senza usare i pennelli, solo per contatto facendo una piccola pressione circoscritta attraverso una matrice? (Certo sì!)

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    La tecnica usata, permetteva anche di produrre immagini al negativo.
    “Il volto nuovo di Gesù Cristo della Sindone di Torino, è in pratica la somma di due mezzi volti, metà volto del de Molay e metà volto di Leonardo.
    Ce lo spiega Leonardo stesso come lo ha fatto:-
    La scrittura con la seta, per questo sistema impressivo veniva utilizzata una matrice di seta, una tecnica usata in oriente da più di duemila anni.
    Il sistema è un procedimento di stampa per contatto, che consiste nel far passare il sangue diluito, attraverso le maglie del tessuto di una matrice facendo una pressione con uno strumento a forma di spatola. Leonardo stravolse questo attrezzo, lo avvolse completamente con delle bende o garze cercando di mantenere la sua rigidità, ma nello stesso tempo renderlo morbido e assorbente, lo intingeva nel sangue molto diluito in acqua e sale e con una leggera pressione faceva passare il sangue diluito attraverso le maglie libere e strette del tessuto di seta usato come matrice, depositando le gocce sul supporto da imprimere “il telo funebre”, che fu già di Gesù Cristo e del de Molay.

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    La matrice usata era costituita normalmente da un telaio, sul quale veniva teso ed incollato il tessuto di seta finissima facendo sì che le maglie, in tensione, risultassero ben aperte secondo la necessità, per facilitare il passaggio della miscela di sangue. Con un procedimento manuale si chiudevano le maglie nelle zone che non si volevano stampare e si lasciavano aperte le maglie nelle zone da stampare, in questo caso la soluzione sanguigna che impregnava lo strano pennello, veniva quasi guidata dalle sapienti mani dell’ artista. Non era necessario fare una pressione forte perché la soluzione acquosa del sangue potesse oltrepassare gli spazi liberi della matrice, in modo che si depositasse per contatto sul supporto da imprimere. In questa maniera, il lenzuolo funebre assorbiva quasi naturalmente la quantità di pigmento sanguigno voluta dall’artista, prendendo le forme e le volumetrie volute da Leonardo. Seguiva ad ogni passaggio del liquido sanguigno, il riscaldamento con un gran numero di candele per asciugare la stesura, e qualche volta per contatto con un attrezzo metallico riscaldato.
    Per riprodurre esattamente la Sindone di Torino non basta un p’ò di polvere e qualche agente chimico, bisogna aver prima conosciuto tutte le verità nascoste che il Sacro Telo cela tra le Sue pieghe.

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    Per lasciare una traccia di ciò, Leonardo, trascrisse questo messaggio su un misterioso telaio in seta, rimasto segreto per più di cinque secoli, sul quale dipinse il volto della Sindone, una tempera all’uovo molto particolare, perché non presenta sottofondo, l’immagine dipinta poggia tra filo e filo la cui trama rimane libera, osservando la tela di seta in contro luce si possono vedere tutti gli spazi tra filo e filo, come se fosse dipinta su un telaio a maglie larghe, in controluce dal retro possiamo distinguere perfettamente l’immagine dipinta anteriormente.
    Questa mirabile tempera all’uovo, fu riportata alla luce verso la fine del XX secolo durante un rocambolesco recupero effettuato da alcuni fiduciari per conto del Terzo Reich durante lultimo conflitto mondiale. Questo recupero venne eseguito presso un facoltoso custode, ma non fu mai portato completamente a termine, infatti prima di essere recapitato all’Ordine delle Tenebre, il dipinto venne intercettato da un nuovo ignaro Custode, che lo ospitò nella sua dimora fino al 1972.
    Leonardo, sicuramente anche per le sue capacità tecniche, si è trovato “suo malgrado”, coinvolto in questo artificio solo per caso, e che a causa della sua vena ironica, trasformò un segreto per pochi, in una beffa per molti.

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    Gli ultimi tre anni della sua vita Leonardo li trascorse ad Amboise in Francia. Si potrebbe proprio ipotizzare che spirò il 02 maggio 1519 fra le braccia di Luisa di Savoia, la madre del Re di Francia.
    Una situazione di fatto che dovrebbe far riflettere, “i proprietari della Sindone i Savoia, non avrebbero avuto alcuna difficoltà a far sparire uno dei tanti taccuini dove Leonardo prendeva appunti per i sui lavori, nel caso specifico, quelli relativi ai suoi interventi sulla Sindone”. Evidentemente appunti compromettenti, tutte le prove dovevano essere messe al sicuro. Ma i 007 dell’epoca, non si accorsero che un disegno collegato di Leonardo, “Lo studio sul volto e sull’occhio”, si era perso nella Biblioteca Reale di Torino, e che il fantomatico telaio con il quale Leonardo operò sul volto della Sindone, fu nascosto in gran segreto diventando il supporto per un anonimo dipinto, una mirabile tempera all’uovo su seta, “il vero volto della Sindone”, ospitata segretamente, di volta in volta presso facoltosi custodi iniziati alle pratiche esoteriche, protetti da una delle più potenti sette massoniche d’Europa, fuori dalla portata di quanti volevano invece la sua messa in sicurezza per non nuocere.

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    Dunque da questa ricerca, risulterebbe che sulla Sindone vi siano state impresse più immagini, un corpo molto antico presumibilmente risalente all’anno 30-33, questa tesi dovrebbe venir confermata da una ulteriore prova con il C14, “se così fosse ci troveremmo difronte al telo di lino che avvolse il corpo di Gesù”, se così non fosse, esisteva già un falso, usato come reliquia dai Templari convinti che fosse autentico; 1278 anni dopo, verso il 1308, sullo stesso telo funebre, fu disteso e avvolto con molta precisione un secondo corpo ancora vivo e febbricitante, che recava anch’esso i segni della passione di Gesù, vi rimase avvolto immobile per molte ore, quasi un giorno intero, si che l’impronta formatasi a contatto diretto, si asciugò quasi completamente; 187 anni dopo, verso il 1495/1499 qualcuno intervenne su commissione, con una mirabile tecnica, per definire il volto e alcune parti sul telo. Quindi sulla Sindone vi sono tre periodi ben distinti, e tre differenti impressioni sul telo, questo è il motivo per il quale la Sindone di Torino non può essere mai riprodotta esattamente come è attualmente, e non dobbiamo dimenticare anche le vicissitudini cruente subite dal telo funebre a causa degli incendi nelle varie epoche.

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    A questo punto, anche se la Sindone cerca di cambiare d’abito come nell’ultimo restauro conservativo del 2002, non riuscirà mai a scrollarsi di dosso tutte le sue confuse e misteriose problematiche, rimanendo comunque agli occhi del mondo un pozzo pieno di verità mai svelate, dove potrebbe proprio in virtù di quest’ultimo restauro conservativo sovvertire il precedente risultato del C14, facendo datare il telo di lino al 30/33 dopo Cristo, affermando con maggiore certezza, che ci troveremmo al cospetto del telo funebre che avvolse il corpo di Gesù. Comunque questo nuovo restyling della vecchia Sindone, non basterebbe a far cancellare la sconsiderata ritorsione eseguita dai Templari nel lontano 1308, che nascosero definitivamente agli occhi del mondo l’originale immagine impressa su tale telo funebre, collocandovi sopra il corpo di un altro uomo crocifisso, quello di Jacques de Molay, ultimo Gran Maestro del Tempio, una ritorsione a dir poco scontata a causa della feroce repressione subita dai Templari per mano della S.I.. Di queste verità quanto rimarrebbe dopo tante manipolazioni? Per i credenti Cristiani può rimanere tranquillamente il simbolo della Resurrezione.
    Per i Cavalieri del Tempio anche il telo funebre del loro ultimo Gran Maestro Molay, mentre Leonardo intervenendo con tanta decisione e poca fede sul volto della Sindone, è diventato suo malgrado il nuovo profeta.

    AD 2010
    ”Rodolfo”

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