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Come muoiono i filosofi

Ci sono molti modi di presentare una “controstoria” della filosofia, uno stratagemma che diversi autori usano per invogliare i lettori ad avvicinarsi con curiosità e senza troppi timori reverenziali a questo affascinante, ma a volte ostico, argomento.

La copertina del libro GarzantiCi sono molti modi di presentare una “controstoria” della filosofia, uno stratagemma che diversi autori usano per invogliare i lettori ad avvicinarsi con curiosità e senza troppi timori reverenziali a questo affascinante, ma a volte ostico, argomento. Sicuramente, questo scelto da Simon Critchley, docente di filosofia alla New School for Social Research di New York, è decisamente originale e intrigante. Lo studioso americano, infatti, nel corposo saggio “Il libro dei filosofi morti”, edito da Garzanti, ha voluto riassumere la storia della filosofia dai presocratici fino ai pensatori contemporanei, presentandola attraverso il racconto della morte di circa centonovanta dei suoi esponenti. D’altronde, l’assunto dal quale inizia Critchley ha la sua validità e la sua logica: in fondo fare filosofia significa fondamentalmente imparare a morire. E, a sua volta, imparare a morire, significa saper affrontare la vita nel modo più libero, più assoluto, più aderente a noi stessi e alla realtà che ci circonda.

Il filosofo statunitenseCerto, che elencando con certosina pazienza e competenza la fine di quasi duecento filosofi, Critchley (che vediamo nella foto), dà modo al lettore di apprendere anche aspetti del tutto curiosi e bizzarri che fanno parte della storia di questa disciplina. Quanti, per esempio, sapevano che Pitagora preferì farsi sgozzare piuttosto che attraversare un campo di fave o che Lucrezio si è suicidato in preda alla pazzia provocatagli da un filtro d’amore? Che Avicenna morì per un’overdose di oppio, dopo essersi dedicato con eccessivo ardore all’attività sessuale, e che La Mettrie morì d’indigestione per aver mangiato una quantità spropositata di pâté? In effetti, il filosofo americano ha saputo unire un approccio, che riguarda la storia e soprattutto alcuni aspetti evolutivi del pensiero filosofico, alla dimensione tragica della morte di coloro che hanno disquisito a lungo della morte stessa.

Il corpo mummificato del filosofo ingleseNaturalmente non mancano gli eccessi, perché la speculazione escatologica ha spinto alcuni di questi filosofi, come l’utilitarista Jeremy Bentham, a fare della propria morte un atto pubblico, visto che il suo corpo mummificato (con tanto di testa posta ai piedi del cadavere) è tuttora esposto agli sguardi dei visitatori in una vetrina all’University College di Londra al fine di massimizzare l’utilità della sua persona (come si vede nella foto). L’esito del volume è sicuramente positivo, visto che attraverso il fatto di soddisfare la “pruderie” del lettore colto così come del semplice curioso, ha permesso a Simon Critchley di raggiungere l’obiettivo di interessare e stimolare l’attenzione nei confronti dell’indagine speculativa del pensiero umano. Se proprio devo trovare il cosiddetto pelo nell’uovo, avrei gradito che il linguaggio dello studioso non diventasse in alcuni punti del libro fin troppo ironico. Ma forse è stato solo un modo, dopotutto, di esorcizzare, da filosofo, l’idea stessa della morte.

Simon Critchley “Il libro dei filosofi morti” Garzanti, pp. 320, euro 20,00

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