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Manifesto al rimpianto

L’affermazione è celebre e fu scritta da Percy Bysshe Shelley: «I poeti sono i non riconosciuti legislatori del mondo». Una frase con la quale il grande poeta romantico inglese volle dimostrare che la forza della poesia risiede nella sua ferrea dimensione legislativa dell’anima, della sensibilità, dell’immaginazione.

la copertina del libro di poesie di Alberto SchieppatiL’affermazione è celebre e fu scritta da Percy Bysshe Shelley: «I poeti sono i non riconosciuti legislatori del mondo». Una frase con la quale il grande poeta romantico inglese volle dimostrare che la forza della poesia risiede nella sua ferrea dimensione legislativa dell’anima, della sensibilità, dell’immaginazione. E i versi, a quel punto, si trasformano in lemmi, codici, postille del cuore, capaci di legiferare le nostre vite interiori, leggi invisibili che regolano le nostre vite e quelle che abbiamo sempre sognato. Quest’affermazione mi è tornata alla mente leggendo la nuova raccolta di poesie che Alberto Schieppati, giornalista, gourmet, raffinato traduttore di poesie dal greco e dal latino, che è stata pubblicata dalla casa editrice veronese Cierre Grafica, dal titolo “Alta risoluzione”.

Un libro che raccoglie venticinque poesie che Alberto Schieppati ha scritto negli ultimi diciotto anni, nei momenti in cui il suo lavoro di giornalista enogastronomico, di gourmet all’instancabile ricerca di ristoranti, trattorie, nuovi piatti e vini, che lo portano in giro per l’Italia e il mondo, gli concede il tempo, soprattutto quello passato, di ricordare e di viaggiare dentro se stesso. Ciò che colpisce, fin dalla prima lettura, è la dimensione del rimpianto, di ciò che è stato solo per un attimo e non più, che giace quale sedimentazione ramificata nelle parole e nei versi del poeta milanese. Basta il titolo di una poesia, “Il nostro ricordo della Francia” (terra amata da Schieppati e non solo per i suoi ristoranti e per i suoi vini), per dare il senso di questo inno, di questo manifesto al rimpianto. Un’idea che è fonte di timidezza (“par delicatesse, j’ai perdu ma vie”, scrisse Rimbaud… ), sì, di una vera e propria delicatezza ponderata, non svilita, non compresa di ciò che può essere il ricordo. “Viali campagne donne delicate/bas de loisir, silenzi,/ distanze che incantano” è la netta fotografia che si stempera in un’immagine che si sovrappone alle altre, sempre fissa, eppure sempre cangiante.

E il rimpianto, a volte, fa anche da monito, come nella chiusa di “Contro la luce”: “il contrasto di colore/non è qui,/ma almeno seicento metri/prima, non scordarlo. La memoria/è un fatto,/non un ricordo”. Ricordare è concretezza, è la prima e irrinunciabile fattibilità delle nostre esistenze, è ciò che ci permette di considerare il passato un futuro travestito da presente, puro succo d’immanenza che lavora incessantemente per dare più valore alla nostra ombra, al nostro essere ormai accerchiato dai “cingolati del pensiero, della fretta”, come recita Schieppati in un’altra poesia. E poi “La banalità dei ricordi,/quel parcheggio vuoto,/ci hanno lasciati/senza/presidiare la nostra/deriva./Eppure/è bastato un attimo/a svuotare i cinema polverosi/degli anni.”, altro smagliante, dolcemente crudele richiamo a dimensioni che, una volta svuotate della loro carnalità esistenziale, ripiegano in noi stessi, spettatori instancabili, ma incompresi della nostra memoria.

Poesie da leggere e rileggere, quelle di Alberto Schieppati, mantra lessicali che devono essere ripetuti interiormente, per essere riassaporati. È il fascino della seduzione del rimpianto, del liofilizzarsi delle cose che, come un caffè solubile, si riaffaccia con un po’ di ricordi nel bicchiere della memoria. Un giorno, il grande poeta bretone Tristan Corbière, uno dei pochi veri simbolisti francesi dell’Ottocento, disse argutamente al suo oste, presso il quale spesso andava a consumare i suoi pasti: «Vede, caro amico, entrambi siamo grandi corruttori. Lei di stomaci ed io di anime».
In un certo senso, anche Alberto Schieppati è un irresistibile, delicato corruttore di anime. Come lo sono le sue profonde e toccanti poesie.

Alberto Schieppati “Alta risoluzione”, Cierre Grafica, pp. 48, s.i.p.

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