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La maledizione di Flavio Giuseppe

Diventa sempre più difficile scrivere un thriller storico nel quale possano confluire diverse qualità stilistiche e narrative, unite a una debita e indispensabile preparazione culturale.

La copertina del libro della NordDiventa sempre più difficile scrivere un thriller storico nel quale possano confluire diverse qualità stilistiche e narrative, unite a una debita e indispensabile preparazione culturale. Siamo circondati, infatti, sull’onda del successo del genere thriller unito a connotazioni storiche, esoteriche, fantastiche, da una messe di opere che il più delle volte si dimostrano essere delle furbacchiate capaci soltanto di cavalcare la tigre della moda editoriale del momento. Naturalmente e fortunatamente, non mancano le debite eccezioni, come un romanzo che è stato pubblicato recentemente dall’Editrice Nord. Questo romanzo, che può rientrare nel cosiddetto filone del thriller archeologico-religioso, s’intitola “I sette fuochi del tempio” ed è stato scritto da un giovane avvocato americano, Daniel Levin (che vediamo nella foto sotto), il quale si avvale (e si vede leggendo il libro in questione) di una solida formazione storica classica.

Il giovane narratore americanoIl thriller in questione, retto da un buon ritmo narrativo, fatto di capitoli brevi e densi, s’incentra sulla figura di un avvocato statunitense, Jonathan Marcus (una sorta di alter ego dello stesso autore), specializzato nel filone legale che si occupa di opere d’arte. Da giovane Jonathan aveva studiato con profitto a Roma letteratura e storia classiche, specializzandosi sulla figura di uno dei personaggi più controversi dell’antichità, lo storico ebreo Flavio Giuseppe, che durante le guerre giudaiche si era alleato con l’imperatore Tito contro il suo stesso popolo, permettendo alle legioni romane di conquistare Gerusalemme e radere al suolo il tempio. Marcus, per motivi di lavoro, torna nella capitale italiana per difendere un cliente dall’accusa di aver acquistato illegalmente due frammenti della “Forma Urbis”, la celeberrima e straordinaria mappa in marmo della Roma imperiale (di cui vediamo un frammento in basso).

Un frammneto della celebre mappa in marmoMa il romanzo si concentra, nel tempo e nello spazio, anche in altri due luoghi. A Ostia, dove il capitano dei Carabinieri Jacopo Profeta, responsabile del settore che si occupa delle opere d’arte trafugate, con i suoi uomini scampa a una violentissima esplosione che distrugge un magazzino dove si erano recati che conteneva il cadavere imbalsamato di una donna e alcune pagine manoscritte di un’opera di Flavio Giuseppe. E a Gerusalemme, dove un personaggio a dir poco inquietante, Salah al-Din, nipote del Gran Mufti di Gerusalemme (quello legato da una profonda amicizia a Mussolini e a Hitler), sta scavando clandestinamente sotto la Cupola della Roccia, perché il suo obiettivo è localizzare la camera dove proprio Flavio Giuseppe ha nascosto una reliquia leggendaria, la menorah, ossia il candelabro a sette bracci che appartiene alla tradizione della religione ebraica…

Come ho già accennato, il merito principale di Daniel Levin non è solo quello di aver dato vita a un romanzo che rispetta le principali leggi narrative del genere thriller, ma di averlo arricchito con spunti eruditi e motivazioni storiche decisamente accattivanti, che si combaciano con lo sviluppo della trama. Da qui, un libro che permette al lettore non solo di addentrarsi in un thriller piacevolmente leggibile, ma di acquisire un bagaglio di nozioni storiche, misteriche e letterarie dell’antichità classica, che non smettono di incuriosirlo e di sorprenderlo.

Daniel Levin “I sette fuochi del tempio”, Editrice Nord, pp. 448, euro 18,60

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