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Hofmannsthal e la fine di un’epoca

Non c’è da stupirsi se uno scrittore e saggista quale Hermann Broch decise negli ultimissimi anni della sua vita di dedicare un approfondito ed esemplare studio sulla personalità di uno dei più grandi letterati del Novecento, l’asburgico Hugo von Hoffmansthal.

La copertina del libro dell'AdelphiNon c’è da stupirsi se uno scrittore e saggista quale Hermann Broch, che fece della “degenerazione dei valori” nell’età contemporanea il cardine dei suoi interessi, decise negli ultimissimi anni della sua vita di dedicare un approfondito ed esemplare studio sulla personalità di uno dei più grandi letterati del Novecento, l’asburgico Hugo von Hoffmansthal. Ma questa figura di drammaturgo, poeta, scrittore, saggista e librettista è anche un pretesto illuminato, perfetto per narrare e vivisezionare l’epoca che coincide con quel momento irripetibile che fu la finis Austriae. Da qui, il titolo di quello straordinario libro che fu “Hofmannsthal e il suo tempo”, ristampato adesso dalla casa editrice Adelphi.

Il saggista e scrittore austriacoBroch (che vediamo nella foto a fianco), esponente dell’illuminata, alta borghesia ebraica viennese, nato nel 1886 e morto a New Haven, nel Connecticut, nel 1951, dopo essere sfuggito alle persecuzioni da parte del nazismo dopo l’Anschluss, fu un osservatore della cultura e dell’arte capace di sguazzare nell’oceano della decadenza come pochi altri. E questo splendido volume ne fa testo, con l’incipit che già fa emergere quale sarà il tenore del costrutto brochiano, nel momento stesso in cui introducendo Hofmannsthal e la sua nascita, senza dubbi o incertezze, definisce la seconda metà del XIX secolo «una delle più miserevoli che siano mai esistite». E per dimostrare tale tesi, nel corso del primo capitolo, con il pennino intinto nella spietatezza, Broch analizza il “non-stile” artistico che dalla fine di quel secolo porta fino al Novecento.

Il grande letterato asburgicoSì, perché la decadenza, la fine dei valori si cela dietro questo inerme “non-stile” che trionfa in quella Vienna d’inizio secolo nel quale germoglia l’attività letteraria di Hofmannsthal (nella foto). E qui il pennino di Broch s’intinge nel veleno, picchia duro, assimilando la figura del grande rappresentante della finis Austriae quale sorta di figlioccio, di epigono di un’epoca vuota, trionfo di echi fini a se stessi, che cerca di preservare ciò che invece Broch odia con tutte le sue forze, la forza propulsiva della letteratura. Vienna, la sua epoca, lo stesso Hofmannsthal sono menzogna e Broch mira a distruggere, a ridicolizzare la menzogna non solo con la sua opera saggistica, ma anche e soprattutto con quella letteraria, a cominciare da quel grandioso e quasi impossibile affresco che fu “La morte di Virgilio”.

Ecco, se si vuole comprendere che cosa e chi è stato Broch non si deve partire dai suoi romanzi, perché il suo romanzare, il suo narrare è quanto di più saggistico possa esserci nella letteratura del Ventesimo secolo. Si deve, al contrario, cominciare dai suoi saggi, palestra d’allenamento alla parola narrativa. Bisogna cominciare da questo libro, porta d’ingresso verso una lettura cattiva, granitica, nemica di tutti i vaniloqui (a detta di Broch) che infestarono la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento.

Hermann Broch “Hofmannsthal e il suo tempo”, Adelphi, pp. 340, euro 18,00

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