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Gino Paoli note "Storie"

note storie a cura di C. G. Romana

“Storie” è un titolo all’apparenza generico, e magari anche un po’ pleonastico. Ma restituisce perfettamente il senso d’un album, questo nuovo di Gino Paoli, in cui il cantautore genovese s’affida più che mai al metodo dell’allegoria, del racconto emblematico, della fiaba che va ben oltre la fiaba per collocarsi tra la levità del sogno e l’acre profilo della realtà: che è il modo cui i bimbi affidano la loro conoscenza del mondo, e non per niente fu proprio Paoli, in un disco di molti anni fa, a definirsi “un bambino dai capelli bianchi che parla d’amore”, già allora. Così “Storie” ci racconta, appunto, dodici storie, tanto visionarie quanto vere. Raccontate a fior di labbra, con uno stile di canto e di melodia tanto più intenso quanto più refrattario all’enfasi, su arrangiamenti dove le chitarre prevalgono senza che manchino, qua e là, un’eco remota di tastiere, un alito di violino o un sospiro di violoncello. Dunque ecco “Il marinaio”, “fermo sul ponte e traballante a terra”, quasi un’eco dell’albatro di Baudelaire per raccontarci il mare come vocazione e come casa. E poi alcuni teneri madrigali, sciolti da un ragazzo di oltre settant’anni a riprova dell’eterna giovinezza del cuore: “Il nome”, “La chiave”, “Zanzibar” che festeggia non una donna ma la Maremma, a riproporre l’anima senza tempo d’un artista che non ha mai smesso di parlare dell’amore.

Ma c’è un Paoli più “narrativo”, in queste “Storie” di nome e di fatto. Il Paoli che in “La Signora e Mauri” dice d’un amico troppo presto portato via dalla morte, “questa signora che ci segue per tutta la vita ma che sento non come una persecutrice arcigna, semmai come una presenza benevola”. Il Paoli che a “Il buco” affida il ritratto d’una civiltà che ad un aleatorio benessere ha sacrificato il suo bene più prezioso, la naturalità. O che a “Il pettirosso” consegna l’amore inatteso di un vecchio verso una bimba, la storia di uno stupro in cui lui alla fine muore, e la ragazzina ne ha pietà. Quello, ancora, che traccia in “Signora Provvidenza” un anarchico autoritratto, descrive un gatto “spelato malinconico e un po’ matto”, conscio che ai padroni “non bisogna mai troppo obbedire”. O che in “La paura” si chiede se la cattiveria esista davvero, e se l’uomo nero non sia piuttosto un’invenzione un po’ terroristica degli adulti, qui smentita dalla lungimiranza d’un bambino. Un po’ come, in modo diverso, avviene in “Due vite”, dove il confine tra giusto e sbagliato si svela irreperibile, visto che “senza uno sbaglio io non saprei vivere”. Insomma, “Storie” è un disco, come nella miglior tradizione paoliana, senza esclamativi, ricco invece di interrogativi, proposti senza alcuna pretesa di risolverli: come in “L’uomo che vendeva domande”, frutto della consapevolezza che è il dubbio, non la certezza, a determinare la conoscenza, e che i dogmi servono soltanto ad imporci un’esistenza fabbricata da altri.
Come è nato questo album? “Tempo fa – dice Gino – mi venne da raccontare d’una donna conosciuta in un locale di Pegli, c’era un buttafuori piccolo e nero e lei, che illuminava tutto. Così è nata “La falena”, e il resto è venuto di conseguenza. Raccontare storie mi diverte e mi dà modo di dire tante cose in più, per mettere meglio a fuoco la mia antica, indomita, sempreverde anarchia”.

Cesare G. Romana

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