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[segue VADEMECUM del REIKISTA in REGOLA] / 3

Quindi, senza andare a fare un corso universitario, vediamo in sintesi le principali implicazioni fiscali ed amministrative di chi decide di porsi “professionalmente” rispetto al ReiKi.

Ci sono diverse possibilità di lavorare professionalmente nell’ambito del ReiKi.

Le principali a mio avviso sono tre:

- professionista (maestro o operatore nei trattamenti)

- agire tramite una associazione culturale

- agire tramite una Onlus

Vediamo i vantaggi e gli svantaggi delle tre soluzioni proposte e le relative incombenze.

PROFESSIONISTA

Una persona che opera in modo professionale e che vuole porsi in modo professionale nell’ambito di una attività, può aprire la Partita Iva.

Per aprire la Partita Iva e quindi avere di fatto lo status di professionista a tutti gli effetti occorre recarsi presso una Agenzia delle Entrate e richiederla tramite l’apposito modulo (o scaricarlo da AGENZIA DELLE ENTRATE) nel quale vengono richieste poche e semplici informazioni: nome e cognome, codice fiscale, indirizzo di casa e dell’eventuale luogo nel quale si opererà in modo sistematico, data di inizio della attività. E queste sono domande semplici che non richiedono alcuna competenza.
Vi sono poi due campi da compilare che sono un po’ più complessi e che sono:

- l’indicazione del Volume D’Affari Presunto, ovvero quello che si pensa di incassare nel primo anno di esercizio (rapportando l’importo ai mesi, per cui se apro la partita Iva ad Ottobre indicherò l’importo di 3/12 di quello che penso di incassare nell’anno);

- l’indicazione del codice Istat di attività che nel caso del ReiKi (disciplina non riconosciuta ufficialmente in Italia) è 93.05.0, ovvero il codice residuale “altri servizi alle famiglie” visto che non esiste un codice specifico.

In alternativa, e forse anche in modo molto più semplice e soprattutto senza perdere tempo e senza doversi procurare e compilare modelli, è possibile andare da un commercialista abilitato all’esercizio della professione e quindi autorizzato al collegamento con il Ministero delle Finanze gli che consente di aprire la partita Iva al volo.

L’apertura della P.Iva come professionista non comporta altre particolari iscrizioni (quindi niente autorizzazioni o domande in Comune, né iscrizione in Camera di Commercio) se non quella all’Inps.
Dal 1995 è infatti previsto che in Italia qualsiasi attività lavorativa sia obbligatoriamente assoggettata a contribuzione pensionistica, per cui sia che si sia già lavoratori dipendenti, sia che non si abbia alcuna forma di contribuzione, dopo aver aperto la P.Iva, occorre comunicarlo alla sede Inps della propria provincia, aprendo così una “posizione contributiva” ai sensi della Legge 335/95 che ha introdotto la “Gestione Speciale”. Sul sito Inps e precisamente all’indirizzo internet www.inps.it/Modulistica/Moduli/Sc04_ISCRIZIONE_GS.PDF c’è il modulo per l’iscrizione che può essere anche semplicemente inviato per raccomandata.

A seconda che il professionista sia già mutuato o sia non mutuato pagherà un importo in percentuale (attualmente il 10% per chi è già soggetto a contribuzione e 13,50 % per chi non lo è, ma è una aliquota che crescerà di anno in anno così come già previsto al momento dell’uscita di questa legge) e questo importo lo si calcola una volta all’anno nel quadro RR della denuncia dei redditi…. eh si, perché chi ha la P.Iva, indipendentemente dall’aver fatturato o meno e dall’aver avuto guadagni o meno, DEVE presentare comunque la denuncia dei redditi, così come DEVE tenere comunque la contabilità (semplificata o ordinaria, che sia…) anche se non ha avuto nessun movimento.

Di più…

….occorre anche sapere che dal II anno di attività in poi, in denuncia dei redditi si applicano i cosiddetti “Studi di Settore” che sono un sistema economico/statistico per fare i conti in tasca ai contribuenti e presumere se gli stessi stanno presentando una denuncia dei redditi “coerente” e quindi credibile o meno e, nel caso, dare corso ad un accertamento fiscale.

E’ un sistema orribile e “bulgaro”, ma, giusto o sbagliato che sia, è quello che c’è attualmente….

Detto questo il mio consiglio spassionato è quello che avere la P.Iva presuppone una presa di responsabilità da parte del contribuente per cui spassionatamente dico: andate dal dentista per i denti, dal panettiere per il pane, dal calzolaio per le scarpe, e dal commercialista per la contabilità (magari trattando il prezzo, perché no ?….) perché nel campo del fisco ogni anche il minimo errore o la minima dimenticanza, svista, omissione, possono costare MOLTO cari e non si scherza.

L’ASSOCIAZIONE CULTURALE

Se non si vuole o non si può aprire la partita iva, è sempre possibile pensare di costituire, con qualche amico, una associazione culturale che abbia come scopo la diffusione e la divulgazione del ReiKi.

Contrariamente a quello che si pensa non è affatto necessario andare dal notaio per costituire una associazione culturale, ma è possibile aprirla da sé redigendo uno statuto che abbia un minimo di forma (dati fiscali dei soci fondatori, oggetto e scopo della associazione, statuto, ecc.) , e registrando questo atto costitutivo a “tassa fissa” all’Agenzia delle Entrate.

A voler essere sinceri anche questa della registrazione non è una incombenza strettamente obbligatoria per legge (è possibile fare un “plico aperto postale” per dare la data certa al documento con tutto il valore che ne consegue) ma sia le banche sia gli Enti pubblici alla fine delle finite se non c’è un atto registrato trovano sempre da ridire, quindi il mio consiglio è quello di redigere un Atto Costitutivo con il relativo Statuto e di registrare il tutto alla Agenzia Entrate.

La associazione agisce a favore dei propri associati: il ché vuol dire che tutto quello che avviene all’“interno” della stessa non ha obbligo di fiscalizzazione; per cui non occorre che abbia la partita iva né che emetta fatture o ricevute fiscali ai propri associati. Per i limiti e le condizioni essenziali di questo beneficio si vedano gli articoli 148 e seguenti del Testo Unico delle Imposte sui Redditi aggiornato al 2003.

Se invece ha rapporti economici con Enti diversi o persone che non sono soci, può sempre aggiungere (anche successivamente) al solo codice fiscale, la P.Iva ed entrare quindi in un regime contabile, così come può avere entrambe le situazioni in modo misto: la parte che riguarda i rapporti con gli associati sarà “defiscalizzata” mentre quella con i non associati e gli Enti esterni sarà soggetta alla tenuta della contabilità.
In questo caso è previsto dalla normativa fiscale che sia redatto e messo a disposizione della amministrazione finanziaria dietro richiesta, un prospetto (anche un foglio di excel va benissimo) nel quale vengono evidenziati i conteggi relativi alla sezione fiscalizzata (non soci ed Enti terzi) e quella non fiscalizzata (rapporti con i soli associati).

Attenzione se che si agisce come maestro o come operatore di trattamenti nell’ambito di una Associazione Culturale prende dei compensi per il proprio operato, c’è una normativa specifica per come vanno trattati questi compensi, per cui anche in questo caso l’invito è quello a fare riferimento ad una persona competente nella materia specifica prima di combinare qualche guaio anche se in buona fede.

ONLUS

Se si fanno le cose “sul serio” nel senso che si intende dare massima visibilità alla propria organizzazione ed agire pubblicamente e nel sociale, magari avendo rapporti anche con gli Enti e le Istituzioni, finanziamenti pubblici e privati, lo strumento più adatto è la Onlus.

Creare una Onlus è impegnativo in quanto richiede per forza la presenza iniziale di un notaio. Inoltre una Onlus deve necessariamente tenere una particolare contabilità fiscale e procedere con l’iscrizione in appositi registri, per cui rimando chi fosse interessato alla consulenza di un professionista competente in materia.

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