Nella prassi cristiana il simbolo caratterizza l’azione liturgica,
ordinata a esprimere e a trasmettere ai credenti le realtà della
giustificazione. La costituzione liturgica del Concilio Vaticano II
afferma che nella Liturgia “per mezzo di segni sensibili, viene
significata, e in modo a essi proprio, realizzata la santificazione
dell’uomo” (n. 7). Nella liturgia, che appare un complesso di segni,
il simbolismo è presente e connesso a ogni sua parte, dagli elementi
nucleari a quelli periferici, nelle strutture portanti e in quelle
di rivestimento. Ma nella dinamica di questo organismo sussistono
delle differenziazioni di valore.
Occorre prima richiamare la distinzione tra segno, simbolo e
allegoria. Il segno è una dimensione fisica che rivela in sé una
carenza e rimanda a una realtà diversa o assente; esso è statico,
ha soltanto funzione informativo-conoscitiva.
Il simbolo è pure una realtà sensibile, che rinvia a un’effettività
altra, già presente in esso, ma non allo stesso modo e comunicata
germinalmente. Nel segno, “significato” (il dato nascosto) e “significante” (ciò che appare) stanno tra loro come causa ed effetto.
Nel simbolo questo rapporto è vitale e operativo: esso introduce e
conduce a fare esperienza, comunica e attua, svolge un ruolo di
mediazione efficace. L’allegoria invece è un procedimento puramente
intellettuale e un concetto in figura che, per uso e abuso, nei secoli
passati è diventato interpretativo della Bibbia e dell’universo.

Francesco Venuti








