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3 - IL CANTO AMBROSIANO DAL V° SECOLO FINO AL 1400

Terza parte della relazione di Giovanni Vianini direttore della Schola Gregoriana Mediolanensis sul canto Ambrosiano.

Dal quinto secolo, Milano conobbe incredibili invasioni barbariche, fu distrutta dai Goti, occupata dai Longobardi, che finalmente alla fine del settimo secolo, si convertirono e favorirono la ripresa religiosa a Milano, ma la convivenza con i Franchi, a loro subentrati, non fu certo facile ed i milanesi si schierarono non direttamente in difesa della loro terra, perché non esistevano per motivi storici ideali nazionalistici in cui identificarsi, ma nella difesa del loro rito e del loro canto, in cui vedevano la propria sopravvivenza spirituale.

Nella testimonianza di un anonimo poeta milanese nel “versum de Mediolano civitate” viene mostrato come motivo di orgoglio che i salmi erano cantati con opportuni moduli al suono dell’organo.

Pochi sono i codici che sono arrivati a noi, Carlomagno con l’intento di favorire l’unità liturgica fece distruggere i codici di canto ambrosiano.

Nel secolo nono, Milano vide ben due officine librarie, una arcivescovile e l’altra presso il Monastero di Sant’Ambrogio, che producevano cultura finalizzata al rinnovamento liturgico. Fra i codici a noi rimasti citiamo il Trotti, perché contiene frammenti di notazione ambrosiana, mentre tra il codice di Busto Arsizio e il codice A28 dell’Ambrosiana, che pure furono redatti a trent’anni di distanza, troviamo nel primo una stesura retrospettiva e nel secondo una innovativa con ritocchi ed aggiornamenti.

Perché però l’attività musicale di San Gallo e Rouen nello stesso periodo era più famosa?

Perché Milano era sempre legata al suo rito, quindi aveva un raggio d’azione limitato, mentre la liturgia romana con il suo Canto Gregoriano ebbe maggior estensione ed esecuzione. Anche a Milano dal decimo secolo troviamo influssi del Canto Gregoriano, che però venne assimilato “more Ambrosiano”, cioè secondo i parametri con cui la città aveva da secoli accompagnato la liturgia. Se abbiamo poche testimonianze, lo dobbiamo al fatto che si preferiva imprimere il canto nella memoria dei cantori, accennando sui codici solo i punti difficili o controversi.

Il Vescovo Ariberto da Intimiano, ben noto come difensore della città nell’undicesimo secolo, volle la creazione di una “Schola puerorum” condotta da musici competenti e da lui personalmente sovvenzionata, per mantenere il canto liturgico ambrosiano ad un buon livello esecutivo. Dicono i documenti che presenziasse alle lezioni ed intervenisse con opportuni consigli.

Dal dodicesimo secolo la tradizione del Canto Ambrosiano è testimoniata in parecchi manoscritti e qui l’elenco dei notatori (il primo fu Magister Cesarinus, nella prima metà del tredicesimo secolo) è molto lungo e forse conviene trascurarlo, perché interessa soprattutto la paleografia musicale.

Tra i più importanti codici consultati dal Benedettino Don Gregorio Suñol per le pubblicazioni dell’Antifonale (1935) e del Vesperale (1939) sono due volumi scritti dal Prete Fatius DeCastoldis nel 1387/88 per la Chiesa di Vendrogno (Lecco).