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Vocazione al lavoro e al riposo (terza parte)

Continua la riflessione sul tema del lavoro dell'uomo. Il lavoro non deve impegnare tutto l'uomo, perchè il lavoro è per l'uomo, non l'uomo per il lavoro. Io ho lavorato con imprenditori per i quali il lavoro rappresentava la vita e credo che questo avvenisse perché nella loro vita non c'era Dio, per loro Dio era il lavoro...

Lavoro e possesso vengono sfigurati dal peccato, ma la valutazione di fondo resta positiva. Fatica, amarezza e rischio di sterilità fanno sentire il loro peso: “Maledetto sia il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. Spine e cardi produrrà per te…Con il sudore del tuo volto mangerai il pane” (Gen 3,17-19). Ma questa maledizione non annulla la benedizione originaria. Il lavoro diventa un bene arduo, ma resta pur sempre un bene, via insostituibile per affermare la dignità dell’uomo e il suo primato sul mondo visibile. Anzi la difficoltà costituisce una sfida e un’occasione per crescere in umanità. Di qui l’alta considerazione che la Bibbia e la tradizione cristiana riservano alla virtù della laboriosità.

Ma la laboriosità, per essere autentica, deve accompagnarsi con l’impegno per la giustizia, per un ordine economico-sociale in cui il lavoratore resti soggetto libero, signore e non schiavo. Il peccato crea un disordine strutturale, che tende a ridurre l’uomo a puro strumento di produzione, a forza lavoro. Gli ebrei in Egitto vengono assoggettati a un lavoro duro, monotono e sfruttato, un lavoro senza senso e senza riposo. Dio però libera gli oppressi, restituisce un senso al lavoro e concede il riposo. Il giorno di festa sarà memoria efficace della liberazione donata dal Signore, perno di una società libera e solidale, protezione per la dignità dei più deboli.