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La genesi della pittura fantastica (2): Peter Bruegel

Ispirato dalle opere di Bosch, Peter Bruegel (1525-1569) continuo' ad esplorare le potenzialità espressive della rinnovata pittura fantastica, reinterpretando in chiave grottesca i principali concetti religiosi e morali del suo tempo.



Vissuto principalmente ad Anversa, Peter Bruegel il Vecchio (1525-1569) è stato, insieme a Hyeronimus Bosch, il principale esponente della pittura fiamminga cinquecentesca. Inizialmente il suo stile fu prettamente naturalistico, sulla scia del Rinascimento italiano: Bruegel realizzo’ infatti parecchie vedute paesaggistiche di gran pregio, catturando con semplicità la vita povera dei contadini delle sue terre. Negli ultimi anni della sua vita, tuttavia, l’influenza di Bosch si fece pesantemente sentire nei suoi dipinti, dando spazio a visioni fantastiche dal carattere mistico e/o moraleggiante.

Questo cambiamento radicale si comincia a vedere nell’incisione Grosso Pesce Piccolo Pesce (1556), che raffigura la “pesca miracolosa” di un gruppo di bizzarri contadini. I pesci catturati hanno sembianze mostruose, mentre sullo sfondo si stagliano edifici onirici e misteriosi. Inoltre, il cielo è solcato da strane creature, simili a mosche o rettili volanti. Nel complesso, il bozzetto risulta parecchio inquietante, soprattutto per via del continuo riferimento alla precarietà della vita, racchiusa quasi in una gigantesca catena alimentare (uomo mangia pesce grosso, pesce grosso mangia pesce piccolo, pesce piccolo mangia pesce piccolissimo, ecc.)

Con La Caduta degli angeli ribelli (1562), la deriva grottesca di Bruegel è ormai inarrestabile. Nel rappresentare la classica storia della sconfitta di Lucifero per mano dell’Arcangelo Michele, Bruegel infatti pesca a piene mani dalla tradizione boschiana, creando un inestricabile groviglio di corpi, oggetti e animali impegnato in una sarabanda chiassosa e infernale. Nelle tela sono ben visibili solo gli angeli, stilizzati secondo i canoni della tradizione medievale; sotto di loro si stende invece una massa confusa di mostri e rettili che invade letteralmente la scena, suscitando repulsione e ammirazione negli occhi dello spettatore. Ci sono teste umane con ali di farfalla, pesci dalle zampe di rospo, gigantesche ostriche deformi, strani demoni in armatura…E’ una vera e propria “anticreazione”, resa con una spettacolare gamma cromatica. Il vecchio Bruegel è praticamente all’apice del propro vigore artistico.

Vi è poi la splendida raffigurazione della Torre di Babele (1563), monumentale colosso in una terra minuscola e desolata. E La Processione al Calvario (1564), dove la tragedia di Cristo si perde in una carnevalesca processione contadina, minacciata pero’ da un cielo oscuro e pieno di corvi spettrali. Entrambi questi dipinti dimostrano l’abilità di Bruegel nel reinterpretare celebri temi biblici in maniera complessa e originale, ricca di allusioni e invenzioni surreali.

Tuttavia l’opera piu’ rappresentativa di quel periodo resta il gigantesco Trionfo della Morte, conservato al Prado di Madrid. Qui le suggestioni prese da Bosch raggiungono il loro massimo sviluppo, in una panoramica delirante e dai toni quasi danteschi. Il tratto paesaggistico di Bruegel - cosi’ fortemente naturale agli inizi della sua carriera - assume in questo quadro caratteri deformanti e irreali: in una terra desolata, inframmezzata da alberi morenti e macabre impiccagioni, si consuma la lotta finale degli uomini contro l’esercito della Morte, composto da inquietanti scheletri avvolti in candide vesti bianche. L’esito della caotica battaglia pare già deciso; gli ultimi vivi sono infatti accerchiati dalla torma scheletrica, senza alcuna possibilità di scampo. In un angolo della tela si vede una giovane coppia intenta a suonare il liuto, in quieta attesa del proprio destino. L’orizzonte è oscurato da un intenso fumo nero, proveniente da misteriosi roghi infernali.

Come nella Caduta, anche quest’opera presenta una straordinaria potenza cromatica, presente in ogni elemento dell’insieme scenico (vesti, personaggi, oggetti). E’ una reinterpretazione estrema del tema della Danse Macabre, probabilmente influenzata dalle crescenti tensioni politiche dell’epoca: in quegli anni infatti i fiamminghi si ribellarono al dominio spagnolo, scatenando una lunghissima guerra per la propria indipendenza nazionale. Bruegel sembro’ presagire gli orrori di tale conflitto, catturandoli nelle complesse allegorie dei suoi dipinti. Il tema bellico ritorna infatti ne Il Massacro degli Innocenti (1567), in cui riemerge un certo naturalismo formale nello sfondo e nei personaggi. Tuttavia l’atmosfera è inquietante e surreale, mentre il cielo azzurro e la neve distolgono lo sguardo dello spettatore dalle atrocità dei soldati.

Alla fine la fantasia diventa un rifugio dalla crudeltà del mondo reale. Pur riprendendo la visione oscura e pessimistica di Bosch, Bruegel se ne distacca, dando comunque un messaggio di gioiosa vitalità al suo pubblico. Questa biazzarra positività verrà parzialmente ripresa da Giuseppe Arcimboldi, che fonderà la scuola fiamminga con influssi leonardeschi, portando la pittura fantastica rinascimentale verso nuovo mete. Finisce la tragedia del peccato originale; inizia la commedia della quotidianità cortigiana.

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