I "Ricordi" di Francesco Guicciardini

I "Ricordi" sono l'opera piu' complessa e affascinante del Guicciardini, dove il celebre scrittore cinquecentesco dà libero sfogo alla propria riflessione filosofica ed esistenziale.

Francesco Guicciardini (1483-1540) è noto soprattutto per la sua monumentale Storia d’Italia, ambizioso tentativo di far rivivere il modello classico di Tito Livio nella letteratura italiana rinascimentale. Tuttavia tale opera non avrebbe potuto essere nemmeno concepita senza una prima raccolta disorganica delle idee politico-filosofiche del pensatore fiorentino. Questa collezione di riflessioni la si trova nei Ricordi, splendido esempio di “trattato breve” in netto anticipo su quelli piu’ celebri francesi del XVII secolo.

Guicciardini comincio’ a riflettere sulle proprie esperienze intorno al 1512, dettando alcune linee guide per la sua azione diplomatica alla corte di Spagna; nel 1530 questo primo abbozzo fu allargato ulteriormente con l’amara analisi del recente sacco di Roma, terribile tragedia che non aveva saputo e potuto evitare. Negli anni successivi si dedico’ ancora alla stesura di questi Ricordi, probabilmente per sfuggire alla degradante esistenza condotta nella Firenze di Alessandro de’ Medici (1534-37). Il libro doveva essere una specie di prontuario per la propria famiglia, contenente detti, ammonimenti, proverbi e florilegi per i membri piu’ giovani (ad esempio il nipote Lodovico, eccellente cronista-storico dei Paesi Bassi). Ma l’opera rimase incompiuta e vide la luce solo nel 1576, in un’edizione semiclandestina a Parigi.

Recuperati e risistemati solo nei secoli successivi, i Ricordi costituiscono ancora oggi una preziosa testimonianza della filosofia esistenziale guicciardiniana, sviluppatasi nel corso di una trentennale partecipazione alle principali vicende politiche e culturali dell’Italia tardorinascimentale. Come la personalità del loro autore, sono un testo aspro, avaro, brutalmente diretto; eppure contengono anche raffinate forme retoriche, spesso intervallate da citazioni dotte e sfumate.

La struttura del libro è quindi molto complessa, in virtu’ del suo andamento variegato e disaggregante: ogni paragrafo presenta infatti spunti incompiuti, soppressioni linguistiche, fusioni tematiche; sembra quasi che lo scaltro autore fiorentino si diverta a prendersi gioco dei suoi sprovveduti lettori, conducendoli in un labirinto affascinante e contorto di affermazioni e contraddizioni. Non a caso, una delle prime massime dell’opera esplicita chiaramente tale intenzione: “Le regole si truovano scritte in su’ libri: e casi eccettuati sono scritti in sulla discrezione”. La riservatezza è dunque parte essenziale dei “Ricordi”, che non schiudono mai completamente i loro segreti ad una semplice lettura superficiale.

E tuttavia essi sono chiaramente frutto di una non progettualità, di una mancanza di obiettivi: la loro confusione sottolinea l’insopportabile noia dell’ex uomo politico, costretto dopo il pontificato di Clemente VII ad una vita erratica ed insoddisfacente. La scrittura è casuale, impostata all’immediatezza formale e contenutistica. Pure Guicciardini non è particolarmente entusiasta del lavoro, e lo afferma apertamente senza tanti giri di parole: “Se bene lo ozio solo non fa ghiribizzi, pure male si fanno e ghiribizzi sanza ozio”. La frase è un omaggio implicito all’amico Machiavelli, che si serviva proprio di complicati “ghiribizzi” nella sua ricchissima corrispondenza privata.

Ma lo scrittore si dimostra comunque ben consapevole del valore della sua opera: nonostante i tanti difetti formali, Guicciardini mira sempre a rendere visibili le proprie considerazioni filosofiche, inglobandole in una visione concreta delle esperienze vissute. Ad esempio, molti dei proverbi sono frutto di conversazioni con i potenti dell’epoca, e rimandano direttamente ai loro ispiratori (Ludovico Sforza, Prospero Colonna, il segretario spagnolo Almazano ecc.) E c’è spazio anche per modelli illustri come Aristotele, Tacito e Seneca, richiamati spesso in modo ossequioso ed elaborato (“Quanto disse bene el filosofo…”). Ogni motto è quasi un invito ad approfondire la conoscenza della fonte originale, usando il ricordo personale per giungere alla riflessione generale.

E’ il caso, ad esempio, della religione, argomento poco amato dal Guicciardini ma comunque introdotto dal punto di vista della fede personale. Da qui poi l’autore elabora un complesso ragionamento sul delicato rapporto fra spiritualità e persuasione, rilevando l’immensa forza di quest’ultima nell’agire umano: una posizione già esplorata da Lorenzo Valla nel celebre trattato De elegantia linguae latinae (1444), ma espressa nei Ricordi guicciardiniani con maggiore acutezza e precisione.

L’importanza di questo libro risiede dunque in una straordinaria elasticità strutturale, che pero’ mantiene sempre una notevole convergenza tra brevità, differenza e concatenazione. Pur seguendo un disegno confuso e privato, Guicciardini ha creato un’opera unica, in cui la dimensione dell’Io assume una posizione prevalente e diventa strumento di guida nella conoscenza della realtà. Con lui siamo già alle soglie della modernità letteraria.

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