Il lupo di Rimini

Calunniato dai suoi avversari politici e disprezzato dagli storici romantici, Sigismondo Malatesta è stata una figura chiave del Rinascimento italiano, capace di suscitare anche l'ammirazione di poeti anticonformisti come Ezra Pound. Breve storia del condottiero che fece di Rimini il cuore dell'umanesimo settentrionale, sfidando centri affermati come Mantova e Ferrara.

Sigismondo Malatesta, signore di Rimini e Fano per oltre trent’anni, fu una delle figure piu’ odiate e controverse del XV secolo. Calunniato spietatamente dai suoi avversari politici, inclusa la Chiesa romana, il figlio di Pandolfo III Malatesta non ha infatti goduto di particolare favore da parte degli storici, che lo hanno quasi sempre liquidato come un tiranno della peggior specie. Da questo punto di vista, memorabile è il ritratto lasciatoci dal Burckhardt ne La Civiltà del Rinascimento in Italia, dove lo studioso basilese accusa il principe romagnolo di ogni possibile nefandezza, trasformandolo nel simbolo stesso dell’immoralità rinascimentale.

In realtà, il “lupo di Rimini” fu un politico e condottiero eccezionale, capace di salvaguardare il proprio minuscolo regno dai continui assalti delle maggiori potenze dell’epoca (Aragona, Stato pontificio, Venezia). Nato in circostanze illegittime nel 1417, il giovane Sigismondo dovette già lottare per emergere negli ambienti infidi delle corti rinascimentali lombarde e romagnole, combattendo come mercenario al servizio del miglior offerente. Nel 1429 ottenne in eredità dallo zio Carlo I Malatesta la zona di Rimini, Fano e Cesena, che divise in parti eguali con i fratelli Domenico e Galeotto. Alla morte di quest’ultimo, si ebbe una nuova spartizione lungo il fiume Rubicone: a Domenico tocco’ Cesena, mentre Sigismondo conservo’ il riminese. I confini del territorio furono contrassegnati da una lunga serie di rocche fortificate, che ancora oggi rendono pressochè unico il paesaggio della regione marchigiano-romagnola.

E, in effetti, i problemi per il Malatesta cominciarono quasi subito: minacciato dai Montefeltro di Urbino, dovette costantemente allearsi con stati piu’ ricchi e potenti, in un gioco diplomatico spregiudicato e pericoloso. Dopo aver sostenuto i veneziani contro Francesco Sforza, si alleo’ con i fiorentini, aiutandoli a respingere con successo l’invasione aragonese dei loro domini: cio’ gli valse l’odio eterno della casata spagnola, che lancio’ nei suoi confronti una pesantissima campagna diffamatoria, presentandolo come perfido assassino e volgare doppiogiochista.

La propaganda anti-malatestiana ebbe notevole successo anche per via della sregolatezza privata del condottiero riminese, che si sposo’ ben tre volte ed ebbe un numero impressionate di amanti e/o concubine. Particolarmente chiacchierate furono le unioni con Ginevra d’Este e Polissena Sorza, entrambe morte in circostanze misteriose. Nel 1461 Papa Piccolomini accuso’ apertamente Sigismondo di uxoricidio, reclamando direttamente i suoi possedimenti per la Santa Sede, di cui era vicario fedele da parecchi anni. Scomunicato come eretico e isolato diplomaticamente, il Malatesta combattè disperatamente contro le forze papali, ottenendo persino una spettacolare vittoria a Nidastore contro un esercito numericamente superiore; ma alla fine dovette assistere impotente alla perdita di buona parte dei suoi territori per mano dell’odiato rivale Federico da Montefeltro. Nel tentativo di risorgere si uni’ a Venezia nella guerra contro i Turchi, senza pero’ alcun risultato significativo.

Rientrato in patria, subi’ nuovamente le pressioni politiche papali. Mori’ improvvisamente nel 1468, probabilmente consumato dalle continue lotte contro i suoi nemici. Il figlio Roberto riusci’ comunque a preservare la signoria di Rimini per altri quindici anni, grazie all’alleanza cruciale con i veneziani. Per questo motivo il poeta Ezra Pound defini’ piu’ tardi Sigismondo come “il miglior perdente della Storia”.

Malatesta pero’ non fu famoso solo per le sue imprese politico-militari. Egli infatti fu anche un grandissimo mecenate artistico, capace di trasformare la sua piccola capitale in uno splendido gioiello urbanistico, pieno di architetture ardite e spettacolari. Esemplare al riguardo è il celebre Tempio Malatestiano, concepita come cripta di famiglia sul modello degli antichi edifici pagani. Affidata al geniale Leon Battista Alberti, la monumentale costruzione rimase incompiuta, anche per via del drammatico declino della signoria malatestiana: tuttavia essa resta unica nella storia rinascimentale, perchè completamente staccata dalla precedente tradizione cristiana persino nei dettagli piu’ minuti.

Per vendicarsi della scomunica papale, infatti, Sigismondo proibi’ l’uso di qualsiasi simbolo cristiano nel suo mausoleo, suscitando grande scandalo presso i contemporanei. Le cappelle della cripta furono percio’ decorate con bassorilievi di muse, sibille e segni zodiacali, tutti opera dell’ottimo Agostino di Duccio. Ovunque sono presenti i simboli del casato attorniati da frondoni di frutta e statuette di putti, oggi purtroppo disperse in numerose collezioni private. All’opera contribui’ anche Piero della Francesca, che ritrasse Malatesta in uno spettacolare affresco votivo, ricco di elementi metaforici ed allegorici. L’artista toscano realizzo’ pure uno splendido ritratto personale del signore riminese, attualmente conservato al Louvre di Parigi.

Riconsacrata dopo la caduta della dinastia malatestiana, la chiesa continua ad ospirare i resti del “lupo di Rimini” e dei suoi famigliari, incluse le mogli “assassinate” Ginevra e Polissena. Accanto ai Malatesta c’è pero’ anche il sepolcro del filosofo neoplatonico Georgius Gemistos (1355-1452), i cui resti furono portati in Italia da Sigismondo dopo la sua fallimentare campagna balcanica. Purtroppo molto della creazione originale è andato perduto, incluso l’abside distrutto durante la seconda guerra mondiale; tuttavia il complesso continua a trasmettere tutto il fascino di uno dei principi piu’ risoluti, radicali e carismatici del nostro lontano passato.

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