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Il Convento di San Marco a Firenze

Ristrutturato alla metà del Quattrocento per volere di Cosimo de' Medici, il Convento di San Marco ospita alcuni dei maggiori capolavori del Rinascimento fiorentino, inclusi gli splendidi affreschi di Beato Angelico e le raffinate architetture di Michelozzo Michelozzi.

Situato nel centro storico di Firenze, il convento domenicano di San Marco ha una lunga storia: eretto prima del 1300 per l’Ordine dei Silvestrini, esso svolse per quasi un secolo il doppio ruolo di monastero e di chiesa parrocchiale, partecipando attivamente alla turbolenta vita spirituale della città toscana. Nel 1418, pero’, i monaci furono espulsi dalla struttura, che venne occupata da un piccolo gruppo di frati domenicani, provenienti dal vicino convento di San Domenico a Fiesole.

Dietro tale mossa vi erano probabilmente gli interessi personali di Cosimo de’ Medici, che voleva rafforzare il proprio controllo politico sui quartieri settentrionali della città: non a caso, il potente magnate si impegno’ subito con papa Eugenio IV per una costosa ristrutturazione dell’edificio, reso ormai fatiscente dall’incuria dei precedenti inquilini. Tuttavia tale ambizioso progetto poté essere messo in moto solo nel 1434, per via dei guai politici del Medici, condannato all’esilio dai rivali Strozzi e Albizi; nel frattempo, i poveri domenicani dovettero vivere in celle umide e misere capanne di legno, adempiendo sino in fondo al proprio voto originale di povertà. Con il rientro in patria di Cosimo, i lavori di restauro partirono nell’arco di poche settimane, sotto l’attenta direzione di Michelozzo Michelozzi (1396-1472), architetto di fiducia della famiglia Medici.

Famoso per le ardite composizioni realizzate in compagnia dell’amico Donatello, Michelozzo utilizzo’ una solida pianta tradizionale per i due chiostri centrali, riservando una maggiore libertà stilistica ai locali della biblioteca e del refettorio. Questi ultimi furono infatti concepiti secondo norme di straordinaria semplicità, scaricando il peso delle grandi volte a botte direttamente su una doppia fila di capitelli ionici, senza alcuna mediazione intermedia. Inoltre, le pareti vennero lasciate rigorosamente in bianco, in modo da esaltare la luminosità naturale dell’edificio. Nel caso specifico di San Marco si puo’ dunque parlare di un’eccellente “architettura di rappresentanza”, slegata dai vincoli ortodossi del periodo precedente: Michelozzo dimostro’ infatti di aver ben appreso la lezione classicista di Filippo Brunelleschi e Leon Battista Alberti, adattandola alle particolari esigenze della sua committenza religiosa. Era un ulteriore passo avanti nella complessa genesi dell’architettura rinascimentale, ispirata a criteri sempre piu’ razionalisti e funzionali.

L’edificio venne ufficialmente consacrato nel gennaio 1443, alla presenza di Eugenio IV e del cardinale Niccolo’ d’Acciapacio, arcivescovo di Capua. Secondo il Vasari, Cosimo de’ Medici spese oltre 40 000 fiorini nella ristrutturazione del convento, superando di gran lunga le somme sborsate per la costruzione del sontuoso palazzo di famiglia, affidata sempre alle abili mani di Michelozzo. Buona parte dei soldi andarono nelle tasche di una pletora di celebri pittori, incaricati della decorazione delle sale appena restaurate: tra loro, vi era anche il Beato Angelico (1395-1455), che dipinse qui lo spettacolare ciclo della Crocifissione e della Trasfigurazione di Cristo, modello straordinari di armonia stilistica e potenza espressiva. Anche la celeberrima pala dell’Annunciazione fu realizzata per il rinnovato convento domenicano, pagando un’elegante tributo formale alla sobrietà architettonica di Michelozzo: nel dipinto la Madonna riceve infatti l’Arcangelo Gabriele in un raffinato portico neoclassico, sorretto da dettagliati capitelli ionici e corinzi. Un chiaro omaggio al nuovo stile architettonico reso popolare dall’Alberti nelle sue opere di metà Quattrocento.

Grazie a queste felici ispirazioni artistiche, quindi, l’enorme investimento di Cosimo de’ Medici pago’ presto pegno: il complesso di San Marco divenne infatti un polo culturale e religioso di prim’ordine, capace di attirare l’attenzione delle maggiori personalità del tempo. Qui, ad esempio, studiarono Angelo Poliziano e Pico della Mirandola, lasciando in eredità le loro preziose collezioni librarie alla biblioteca dei domenicani; e qui visse e predico’ Girolamo Savonarola, destinato a finire tragicamente sul rogo nel 1498.

Nel 1866 il convento venne espropriato dallo Stato italiano, che lo inseri’ tra i beni del proprio demanio pubblico; i domenicani pero’ conservarono la gestione della chiesa e della biblioteca, arricchitasi un secolo piu’ tardi dell’immensa collezione del filosofo cattolico Arrigo Levasti. Nel 1906, per iniziativa di Guido Carocci, i principali locali dell’edificio furono trasformati in un museo, gestito direttamente dal comune di Firenze. Ancora oggi essi espongono al pubblico le principali opere di Beato Angelico, oltre a preziosi affreschi di Fra’ Bartolomeo, Domenico Ghirlandaio e Giovanni Antonio Sogliani.

Ma l’attrazione principale del convento, ancora adibito alla vita monastica in alcune aree, resta probabilmente la gigantesca campana cittadina detta La Piagnona, realizzata dal Verrocchio intorno al 1450. Essa suono’ furiosamente il giorno dell’arresto del Savonarola, mettendo sul chi vive i frati del convento; infuriata da tale “spiata”, la massa popolare le affibbio’ il suo bizzarro soprannome, preso in prestito dagli irriducibili seguaci dell’odiato religioso, trascinandola poi in giro per la città a mo’ di castigo. Conservata successivamente nel cortile del Museo Storico Topografico di Firenze, la sfortunata campana è ritornata all’ovile in tempi recenti, ed è tuttora conservata nella sala del capitolo di San Marco.

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