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Il frate "eretico"

Vita e opere di Paolo Sarpi (1552-1623), patriota veneziano e riformatore religioso nell'Italia tardorinascimentale.

Membro dell’ordine servita, Paolo Sarpi fu una delle figure piu’ poliedriche e controverse della scena culturale italiana di fine Cinquecento. Egli infatti fu consigliere teologico della Repubblica di Venezia, scrivendo diversi trattati sul ruolo del Papa all’interno della Chiesa; inoltre, studio’ matematica e metafisica con Francois Viète (1540-1603), fondatore dell’algebra moderna, intrattenendo spesso anche rapporti epistolari con Galileo Galilei su argomenti di carattere fisico e astronomico. Inutile dire che una simile varietà di interessi gli valse le sgradevoli attenzioni dell’Inquisizione, che lo pose per ben tre volte sotto inchiesta ufficiale. Ma fu soprattutto il sostegno del Sarpi al laicismo giurdico dello Stato veneziano a renderlo un imperdonabile “eretico” agli occhi della Santa Sede, che cerco’ addirittura di assassinarlo nell’autunno 1607. Ma cosa spinse il Papa a supportare un gesto cosi’ clamoroso? La risposta risiede sia nella filosofia eterodossa del Sarpi che nell’originale contenzioso politico sorto tra Venezia e Stato Ponticio agli inizi del XVII secolo.

Dopo aver terminato i propri studi teologici a Roma e a Milano, sotto l’attenta supervisione del cardinale Borromeo, lo scomodo frate rientro’ infatti a Venezia come professore di filosofia nel locale convento del suo ordine religioso. Qui condusse un’esistenza abbastanza tranquilla fino al 1601, quando tento’ di ottenere l’arcivescovato di Caorle tramite la mediazione del Senato cittadino: dopo un inizio promettente, tale richiesta venne respinta per volere del nunzio apostolico a Venezia, che rinfaccio’ al Sarpi la sua posizione non dogmatica sul tema dell’immortalità dell’anima. Questa dichiarazione aumento’ l’ostilità della Curia pontificia nei confronti del religioso veneziano, noto sostenitore di posizioni concilianti verso il mondo protestante, con cui intratteneva fitti rapporti epistolari. Clemente VIII avrebbe quindi emesso una scomunica formale contro il Sarpi, se la morte non lo avesse colto prima di completare tale documento nella primavera 1605. Gli successe il moderato Paolo V (1552-1621), che pareva intenzionato a perdonare il testardo servita per le sue opinioni impertinenti.

Dopotutto il Sarpi non nutriva particolari simpatie per le confessioni protestanti, mantenendo un atteggiamento assai distaccato verso le dispute teologiche del tempo. Le sue uniche obiezioni erano rivolte alla rigidità del rito tridentino, giudicato troppo lungo e dispendioso rispetto alle funzioni della Chiesa anglicana: ad un ambasciatore tedesco a Venezia, Christoph von Dohna, egli confesso’ infatti il suo fastidio per le lunghe ore tracorse a dir messa nel convento, perdendo tempo prezioso per i propri studi scientifici. Aggiungendo poi scherzosamente di non dire mai la verità agli altri.

Tuttavia, secondo lo storico francese Le Courayer, Sarpi era molto vicino al Calvinismo, soprattutto nelle sue formulazioni politiche espresse dal seguito di Enrico di Navarra, ex principe protestante giunto da poco sul trono di Francia dopo una lunga serie di guerre civili contro la Chiesa cattolica. E il frate veneziano non disdegno’ anche una certa simpatia verso il movimento conciliare del primo Quattrocento, guidato da intellettuali coraggiosi come Jean Gerson (1363-1429), cancelliere dell’Università di Parigi. Da quest’ultimo Sarpi prese molti argomenti di contestazione all’autorità papale, incluso l’inferiorità giuridica del pontefice rispetto alla comunità generale dei fedeli: simili teorie sarebbero emerse spesso nei suoi scritti teologici, in particolare durante la gravissima crisi diplomatica tra Venezia e la Santa Sede, apertasi ufficialmente nel gennaio 1606.

In quel mese, infatti, il nunzio apostolico di Venezia - vecchia conoscenza del Sarpi - invio’ una durissima lettera al governo della Serenissima, chiedendo l’abolizione dei limiti legali all’attività del clero nei domini della città lagunare. Sin dal Medioevo il Senato veneziano aveva effettivamente controllato la presenza ecclesiastica sul proprio territorio, proibendo la costruzione di nuove chiese e abbazie senza previa autorizzazione statale; inoltre, i prelati della zona non erano immuni dalla giustizia secolare, venendo regolarmente processati da tribunali non religiosi. Ora Paolo V voleva smantellare questi blocchi giuridici al potere della Santa Sede, riaffermando la propria supremazia sullo Stato piu’ forte dell’Italia settentrionale. I veneziani pero’ rifiutarono di sottomettersi alle pretese papali, chiedendo apertamente il sostegno del clero locale alle istituzioni repubblicane. Furioso per questo invito “ufficioso” alla rivolta, Paolo scomunico’ tutto il territorio della Serenissima, aprendo una crisi politica di difficilissima soluzione.

A quel punto entro’ in scena il Sarpi, convocato dal Senato veneziano per decidere il da farsi: basandosi proprio sulle idee conciliari di Gerson, egli incoraggio’ pubblicamente la Repubblica a resistere alle ingerenze pontificie, sottolineando la subordinazione del papa all’intera ecumene cattolica. La sua perorazione ebbe successo, e Venezia decise di sottomettere definitivamente il clero alle proprie necessità politiche. I Gesuiti furono espulsi dalle maggiori città della Terraferma, mentre altri ordini religiosi si schierarono sommessamente con la Repubblica, continuando ad assolvere i loro compiti spirituali a dispetto dell’interdetto pontificio. Sarpi appoggio’ calorosamente questa “nazionalizzazione” delle gerarchie ecclesiastiche venete, scrivendo numerosi pamphlet contro l’Inquisizione e le prerogative del Papato nei principati laici europei. Tutte questi libelli finirono naturalmente nell’Index Librorum Prohibitorum della Chiesa romana, e il cardinale Bellarmino contrattacco’ con una feroce campagna di stampa contro il frate ribelle, accusato di eresia e apostasia. Tuttavia le proteste papali sortirono scarsi effetti, e l’intervento diretto della corte francese sciolse il conflitto a favore di Venezia: nell’aprile 1607 Paolo V accetto’ infatti di firmare un accordo con la Serenissima, riconoscendo implicitamente i diritti dell’autorità laica sul clero locale.

La Santa Sede aveva subito una cocente sconfitta, e la “colpa” era principalmente di Sarpi, che aveva raccolto tutte le forze del riformismo cattolico intorno alla Repubblica veneziana, mettendo in discussione il prestigio morale e religioso del papa. Nessun ecclesiastico si era spinto come lui nella critica radicale dell’ortodossia cattolica, e la vendetta della Curia pontificia risulto’ quindi spietata e implacabile: pochi mesi dopo la firma del trattato tra Roma e Venezia, il frate ribelle fu infatti assalito da alcuni brutti ceffi di fronte al suo monastero, riuscendo a stento a salvare la pelle. Gli attentatori fuggirono piu’ tardi in territorio pontificio, confermando i sospetti su un possibile coinvolgimento della Santa Sede nella triste faccenda; tuttavia, scosso dall’accaduto, il Sarpi decise di mantenere da allora in poi un basso profilo pubblico, ritirandosi nella quiete dei suoi studi teologici.

Nel 1619 pubblico’ comunque una lunga Historia del Concilio Tridentino, in cui attaccava nuovamente il dispotismo papale e la corruzione del cattolicesimo romano. Apparso sotto falso nome per ragioni di sicurezza, il libro ebbe un enorme successo, e venne tradotto in diverse lingue europee nell’arco di pochi anni. Il puritano John Milton apprezzo’ molto lo stile sincero del Sarpi, definendolo affettuosamente “il grande smascheratore”. La Chiesa rispose con una storia apologetica del cardinal Pallavicino, che pero’ non ebbe lo stessa eco dell’opera rivale; ad ogni modo, nell’Ottocento, Leopold von Ranke critico’ aspramente entrambi i lavori, giudicandoli parecchio negligenti sotto il profilo dell’affidabilità storica. Come Milton, pero’, il grande studioso tedesco apprezzo’ maggiormente il volume del Sarpi, letterariamente brillante e appassionato.

Il frate “eretico” mori’ nel gennaio 1623, coinvolto in studi scientifici e religiosi di ogni tipo. Il giorno prima della sua scomparsa, egli detto’ tre missive al governo veneziano su argomenti di interesse pubblico, sigillato dal motto finale “Esto perpetua” (Che duri in eterno). Non si sa se le sue parole fossero dirette ai manoscritti o alla città di Venezia, ma la frase divenne presto famosa in ogni angolo d’Europa, contribuendo alla fama postuma del suo autore. Oggi essa appare persino sul sigillo dello Stato dell’Idaho, negli Stati Uniti, e su quello del college privato di Saint Thomas in Sri Lanka.

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