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La sottile malinconia del "Cortegiano"

Il nome di Baldassarre Castiglione è ormai sinonimo di raffinatezza aristocratica ed eleganza razionale, in virtu' della sua celebre opera "Il Cortegiano", pubblicata nel 1528 e ambientata presso la corte rinascimentale di Urbino. Ma forse tale scritto è stato completamente travisato, disegnando uno spledore che non è mai realmente esistito, se non nei ricordi malinconici del suo creatore.

Il Cortegiano è l’opera piu’ celebre di Baldassarre Castiglione, poeta e diplomatico del primo Cinquecento: strutturata come un lungo dialogo filosofico tra diversi intellettuali di spicco, residenti alla corte del duca di Urbino, essa rappresenta l’apoteosi dell’aristocrazia rinascimentale, ritratta nei suoi aspetti piu’ eleganti e raffinati. Castiglione presenta dunque un quadro appassionato della sua epoca basata sull’amore per la comunità, sull’intraprendenza del singolo individuo, sulla fluidità della lingua e delle maniere. Per secoli tale visione ha ispirato storici ed artisti, influenzando l’immagine popolare del Rinascimento sino ai giorni nostri.

Ma quello proposto dal Castiglione nel suo capolavoro, copiato e imitato dagli intellettuali di mezza Europa, è un mondo assolutamente fantastico, esistito solo nella fervida immaginazione del suo creatore. Quando il geniale umanista lombardo scrisse Il Cortegiano, infatti, gli splendori dell’Italia signorile erano già in rovina, schiacciati dalla potenza militare della Spagna e dalla Francia: nonostante la loro decantata raffinatezza civile, gli Italiani erano ormai condannati alla servitu’ dello straniero, senza alcuna possibilità concreta di riconquistare le antiche libertà. Nel 1527 Roma conobbe l’orrore della furia lanzichenecca, e da allora in poi dovette appoggiarsi alla benevolenza interessata degli Asburgo per sopravvivere. Con la caduta del Papato, succube di una forte autorità esterna, anche gli altri principati della penisola dovettero piegare la testa ai nuovi padroni venuti d’Oltralpe. L’originale richiamo ai lussi dell’antichità venne cosi’ soffocato dalla brutale realtà del mondo moderno, fatta di armi da fuoco, eserciti professionali e Stati iper-burocratizzati.

Castiglione fu impotente protagonista di questa traumatica rivoluzione: nominato ambasciatore da Clemente VII presso la corte spagnola, egli non riusci’ a proteggere il pontefice dal disastro incombente, subendone piu’ tardi gli ingiusti rimproveri. Amareggiato da tanta ingratitudine, il brillante diplomatico si rifugio’ allora nei ricordi della sua giovinezza, trascorsa alla corte dei Montefeltro in compagnia delle migliori menti filosofiche della sua epoca. A Urbino egli aveva infatti sperimentato la gaia serenità delle vecchie signorie rinascimentali, ancora racchiuse nel culto dell’eccellenza artistica ed individuale; qui aveva stretto amicizia con Pietro Bembo, il cardinal Bibbiena, Pietro Aretino e tanti altri uomini illustri al seguito dei Medici o dei Montefeltro. Rispetto alla miseria della sua vita successiva, spesa nella provincialissima Toledo, Castiglione conservo’ sempre tali memorie preziose nel suo pensiero, trasformandole poi nell’elegia di una buona società irrimediabilmente perduta.

Nasceva cosi’ Il Cortegiano, trattato filosofico-comportamentale pubblicato a Venezia nella primavera 1528. Il testo era già stato redatto in forma sciolta tra il 1513 e il 1518, secondo lo schema dei classici dialoghi platonici; esso venne quindi solo riorganizzato in modo unitario, accogliendo il nuovo stato d’animo del suo autore. Scriveva infatti il Castiglione a don Michele de Silva un anno prima della pubblicazione: “…presi non mediocre tristezza, la qual ancora nel passar piu’ avanti molto si accrebbe, ricordandomi la maggior parte di coloro, che sono introdutti nei ragionamenti, esser già morti; ché, oltre a quelli de chi si fa menzione nel proemio dell’ultimo, morto è il medesimo messer Alfonso Ariosto, a cui il libro è indrizzato; giovane affabile, discreto, pieno di suavissimi costumi ed atto ad ogni cosa conveniente ad omo di corte.”

C’è dunque un’atmosfera quasi sepolcrale nell’opera, appena nascosta dalla fine compostezza delle maniere aristocratiche. La perduta nobiltà d’animo viene esaltata in base all’antica concezione dell’uomo greco-romano, costruito minuziosamente sulla ragione e sull’equilibrio delle passioni: non a caso, Livio e Platone accompagnano continuamente il protagonista del racconto, dando ulteriore forza al suo grandioso affresco dell’Umanesimo italiano di inizio Cinquecento. Inoltre, attraverso la ricchezza semantica della lingua, Castiglione riprende anche gli ideali della cavalleria medievale, pagando omaggio formale alle intime convinzioni di maestri letterari come Dante e Boccaccio. Il Cortegiano palesa quindi una forte volontà restauratrice, che mira a ripristinare l’influsso benefico di una civiltà ormai degradata. Da questo punto di vista esso puo’ essere ben collegato con i contemporanei lavori di Macchiavelli e Guicciardini, estremi tentativi di riorganizzare la vita pubblica italiana secondo gli schemi di un glorioso passato.

Tentativo utopistico, certo, ma comunque non privo di una modesta efficacia. Saranno infatti le varie aristocrazie europee a far propri i suggerimenti del Castiglione, modellando il proprio codice di comportamento sugli augusti insegnamenti della corte urbinate. A partire dalla metà del Cinquecento i nobili rampolli francesi, inglesi, spagnoli e tedeschi imiteranno cosi’ l’eleganza dell’Italia rinascimentale, tirando di scherma e parlando di poesia, scrivendo in latino e trattando affari segreti per il proprio sovrano. I risultati finali non saranno sempre dei migliori, ma lo spirito cortese tramandato dallo scrittore mantovano conserverà intatto il suo potere, creando la figura tipica del “gentiluomo” ancora ben presente nella nostra società odierna.

E tuttavia Il Cortegiano resta libro solitario e disilluso, simbolo di un idealismo cosmopolita non realizzabile al di fuori di una ristretta cerchia sociale e culturale. Non a caso, il critico Giuseppe Toffanin, in un’acuta analisi letteraria del testo scritta agli inizi del Novecento, osserverà: “C’è troppo poca politica in quest’opera! Cosi’ si brancola nel vuoto della Giustizia, della Religione, della Fede senza incontrarvi mai un qualche grande proposito: per una patria: per un popolo: per una monarchia. Perchè? Perchè il suo non arriva neppure ad essere il cortigiano di un dato signore: è quello che usava e solo poteva fiorire in Italia: che passava per metodo da un signore ad un altro portando con sé il bagaglio delle buone intenzioni, cioè il culto di certe astrazioni scritte con la lettera maiuscola!…Io non esiterei ad affermare che questo è uno dei libri piu’ tristi del rinascimento: qui la debolezza di un popolo si specchia nella coscienza d’un uomo di buona fede.”

Parole di scottante attualità, che meriterebbero ben piu’ di una riflessione, soprattutto ai livelli piu’ alti della nostra cosa pubblica.

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