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L'arte dilettevole di Lodovico Castelvetro

Umanista modenese, spassionato ammiratore di Pietro Bembo, Lodovico Castelvetro riprese i principali concetti letterari aristotelici, proponendo un'arte libera dalle costrizioni della rigida pedagogia cristiana. Per tale visione iconoclasta fu perseguitato dalla Chiesa e costretto a vivere in esilio, ma le sue teorie ebbero comunque una certa influenza sulla prosa italiana del Seicento.

Lodovico Castelvetro (1505-1571) è esponente poco noto della letteratura italiana rinascimentale. Cio’ è sicuramente dovuto al fatto che la sua attività intellettuale si concentro’ principalmente in ambito critico-linguistico, trascurando la produzione poetica vera e propria; tuttavia parte dell’oblio nasce anche dal pesante ostracismo culturale subito dall’umanista emiliano, colpevole di proporre una concezione della letteratura assai lontana dalla rigida pedagogia cristiana di età controriformistica.

Originario di Modena, Castelvetro compi’ i propri studi filosofici nei prestigiosi atenei di Padova e Bologna, intrecciando importanti relazioni epistolari con i maggiori letterati del suo tempo. Durante il periodo universitario Lodovico si innamoro’ letteralmente dello stile classico ed elegante di Pietro Bembo, scrivendo piu’ tardi una lunga serie di acuti commenti sulle opere del grande scrittore veneto; sfortunatamente tale apparato critico rimase incompiuto per le vicissitudini sofferte dall’autore nella seconda parte della sua vita.

Rientrato nel Modenese, Castelvetro si dedico’ quindi all’insegnamento e alla critica letteraria presso la locale università, concentrando la propria attenzione sulla Poetica di Aristotele. Partendo dai concetti filosofici presenti in tale opera, egli fini’ per proporre l’idea di un’arte dilettevole, indipendente da qualsiasi fine morale o pedagogico: compito principale dell’artista restava infatti quello di allietare il tempo libero del grande pubblico, rispettando le variegate impressioni soggettive del singolo spettatore. Inoltre, l’impossibilità di riprodurre il “vero” sulla pagina - dovuta ai limiti della conoscenza umana - obbligava a basarsi principalmente sulla fantasia dell’autore, regolamentata secondo precisi canoni estetici. Tra questi, Castelvetro segnalo’ soprattutto l’unità di luogo e di tempo aristotelica, assolutamente essenziale per rendere credibili le invenzioni drammaturgiche del racconto. Quest’ultimo concetto divenne presto molto popolare, e rimase al centro della discussione intellettuale italiana sino agli inizi dell’Ottocento, suscitando persino gli appassionati interventi di Alessandro Manzoni.

Gli anni di Modena furono segnati anche da una proficua attività di tipo linguistico, volta a rintracciare le radici filologiche della prosa volgare italiana. Castelvetro le individuo’ principalmente nel latino, stendendo un’accurata disanima dell’argomento nelle Giunte alle prose della volgar lingua, lavoro che impegno’ oltre quindici anni della sua vita. Nel frattempo stese un autorevole commento sulla poetica di Petrarca, mostrando una certa diffidenza nei confronti del letterato aretino: questa critica divenne piu’ serrata col passare del tempo, trovando una sistemazione definitiva nel corposo trattato Le Rime del Petrarca brevemente sposte per Lodovico Castelvetro, edito postumo a Basilea nel 1582.

A dispetto della fervida attività intellettuale, Lodovico rimase una figura marginale sulla scena letteraria tardorinascimentale, e le sue teorie poco ortodosse gli procurarono parecchi problemi con autori tradizionali come Annibal Caro, che gli rivolsero spesso accuse pesanti ed indecorose. Inoltre l’autorità ecclesiastica non gradiva gli appelli del Castelvetro alla libertà narrativa, difendendo i rigidi canoni estetici e morali imposti all’attività artistica dal recente Concilio di Trento. Questa crescente ostilità culturale trovo’ il suo drammatico sbocco nel biennio 1556-57, quando la morte di un seguace del Caro venne attribuita arbitrariamente all’eretico umanista modenese, sospettato anche di tradurre segretamente testi luterani per il pubblico italiano. Perseguitato dalle autorità civili e religiose, Castelvetro dovette fuggire in Svizzera, dove si mantenne insegnando poetica all’Università di Ginevra. Nel frattempo l’Inquisizione romana lo scomunico’ formalmente per eresia, ordinando pure il sequestro di tutti i beni della sua famiglia.

Ridotto in miseria, Castelvetro visse per alcuni anni tra i Grigioni e il Bergamasco, dove insegno’ lettere classiche a diversi esponenti della nobiltà locale. Trasferitosi a Vienna nel 1570, grazie al favore di Rodolfo II d’Asburgo (1552-1612), curo’ un’edizione critica della Poetica aristotelica, destinata ad avere una discreta influenza sulla critica letteraria europea di fine secolo. Ma la peste lo costrinse presto ad abbandonare la capitale imperiale, riportandolo in Valtellina, dove mori’ nel febbraio 1571. Fu sepolto a Chiavenna, nel giardino di palazzo Pestalozzi, alla presenza di alcuni riformatori svizzeri giunti a visitarlo nei suoi ultimi giorni di vita. Nel 1880 la Biblioteca locale lo onoro’ di una lapide commemorativa, e la prima biografia completa del Castelvetro fu sempre opera di un chiavennasco, Attilio Ploncher. Poco prima la salma era stata riportata a Modena, dove al critico-scrittore venne dedicata una bella statua commemorativa nel cortile del palazzo dei musei.

Per quanto poco conosciuto, quindi, Lodovico Castelvetro resta uno dei maggiori filologi del XVI secolo, capace di alternare il rigore della lingua al recupero originale della visione filosofica classica. Inoltre, la sua idea di arte dilettevole - influenzata dal pensiero aristotelico - avrebbe avuto un notevole successo nella letteratura italiana dei secoli seguenti, anticipando soprattutto l’allegro edonismo dell’epoca barocca.

Sono da ricordare anche le numerosi traduzioni dal latino al volgare effettuate dal brillante studioso modenese, inclusa quella della ciceroniana Retorica ad Erennio per i suoi colti allievi della Bergamasca.

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