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Tra Aristotele e Averroé

Vita e pensiero di Nicoletto Vernia (1420-1499), maestro del celebre Pietro Pomponazzi e grande studioso della filosofia aristotelica nell'Italia del secondo Quattrocento.



Nicoletto Vernia non è personaggio molto conosciuto al di fuori del ristretto ambiente della filosofia rinascimentale. D’altronde, la sua vita fu sostanzialmente tranquilla e priva di particolari vicende drammatiche: originario di Chieti, studio’ filosofia alla presigiosa Università di Padova, sotto la direzione di grandi figure quali Gaetano di Thiene e Paolo della Pergola. Nel 1468 eredito’ formalmente la cattedra dei suoi maestri, mantenendola sino alla morte, avvenuta intorno al 1499. A parte qualche screzio con l’autorità ecclesiastica, l’esistenza del Vernia fu quindi assai monotona, vivacizzata solamente dall’incontro con le piu’ importanti figure filosofiche dell’epoca, da Marsilio Ficino a Pico della Mirandola. Inoltre molti suoi allievi ebbero una luminosa carriera in ambiente accademico, a cominciare dal leggendario Pietro Pomponazzi, critico radicale della pedanteria scolastica del suo tempo.

Eppure Vernia fu importantissimo per lo sviluppo della filosofia italiana nella seconda metà del Quattrocento. I suoi studi dimostrarono infatti una tensione irrisolta tra vecchi schemi medievali e riscoperta dell’antico classicismo, frutto del grande dibattito intorno all’eredità di Aristotele presente negli ambienti culturali europei sin dalla fine del XII secolo. Il pensiero del celeberrimo filosofo greco si era infatti diffuso nel mondo cristiano tramite i lunghi commentari del pensatore arabo Averroé (1126-1198), basati su traduzioni imperfette dei testi originali; tuttavia tale versione spuria venne ampiamente adottata in Occidente, dando vita ad una prestigiosa scuola interpretativa composta da Alberto Magno, San Tommaso d’Aquino e il filosofo ebreo Maimonide.

L’avvento dell’Umanesimo, con la sua rigida precisione filologica, mise pero’ in crisi tale visione della filosofia aristotelica, aprendo una lunga serie di feroci dibattiti tra studiosi e religiosi di diversa provenienza intellettuale. Lo stesso Vernia non sfuggi’ a questa conflittualità teorica, mostandosi incapace di sciogliere le ambiguità del suo pensiero. Ad esempio, egli accetto’ il concetto rinascimentale di demonstratio potissima, ovvero la necessità di una dimostrazione assoluta e positiva per appurare la causa di un dato fenomeno; allo stesso tempo, pero’, non riusci’ a staccarsi dalla tradizionale concezione averroistica dell’unità intellettiva, rifiutata precedentemente da Tommaso d’Aquino e Duns Scoto per motivi religiosi.

Questa rigorosa fedeltà all’averroismo gli procuro’ guai non solo con la scuola neoplatonica di Ficino, che lo critico’ per il suo “passatismo” intellettuale, ma anche con l’autorità ecclesiastica, piuttosto seccata per la contraddizione implicita delle proprie verità di fede. Cosi’, nel 1489, il vescovo di Padova proibi’ ogni ulteriore dibattito sulle idee aristoteliche relative alla conoscenza umana, e attacco’ duramente il Vernia per numerose affermazioni contenute nel suo trattato De intellectu, giudicate erronee e pericolose. Il filosofo abruzzese capi’ l’antifona e corresse il tiro nelle sue successive lezioni accademiche, distaccandosi dalle riflessioni originali di Averroé attraverso un ritorno forzato alle fonti classiche del pensiero greco, riproposte in quegli anni in versione riveduta e corretta da filologi come Ermolao Barbaro e Pico della Mirandola.

Nel 1492 il Vernia scrisse poi un secondo trattato (Contra perversam Averrois opinionem) in cui confutava buona parte delle tesi esposte in precedenza, cercando di riconciliare la dottrina canonica dell’immortalità dell’anima con l’originale molteplicità intellettiva aristotelica. In pratica, per l’autore del De intellectu, lo spirito veniva creato da Dio prima del singolo individuo, fondendosi poi col corpo materiale; la mente non rappresentava dunque che la somma delle conoscenze precedentemente acquisite dallo spirito nella sua trasmigrazione verso il mondo naturale. Era una secca dipartita dalla visione unitarista di Averroé, e doveva molto piu’ alle idee di Platone che a quelle di Aristotele: non a caso, il trattato venne ferocemente criticato da Agostino Nifo, uno degli allievi piu’ brillanti del Vernia. Tuttavia, a dispetto delle sue giravolte, Nicoletto riportava il testo filologicamente corretto al centro del dibattito accademico del suo tempo, aprendo la strada a commentari piu’ fedeli delle antiche opere greche. Questo elemento fu ben apprezzato dal Pomponazzi, che avrebbe portato le idee del suo maestro in tutt’altra direzione, sfruttando le antiche speculazioni pitagoriche tanto care al Ficino.

Nel contrasto tra Averroé e Aristotele, praticamente inconcepibile appena un secolo prima, il Vernia getto’ le basi di una filosofia nuova, aperta ai molteplici impulsi culturali dell’età rinascimentale. I suoi allievi avrebbero sviluppato ulteriomente questo schema, riportando Aristotele al centro del pensiero europeo contemporaneo.

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