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Il sogno neopagano di Polifilo

Scritto da un ecclesiastico della corte di Alessandro VI, il "Sogno di Polifilo" è uno dei trattati piu' curiosi ed originali del Rinascimento italiano, ricco di complesse allegorie simboliche legate all'antichità classica. In esso uomo e natura si compenetrano in un'unione mistica, assoluta, degna anticipatrice delle bizzarrie pittoriche di Giuseppe Arcimboldi.

Durante il Rinascimento la natura acquisto’ una valenza filosofica positiva come sede dell’armonia universale, portatrice infinita di bellezza ed energia. Questa visione - nettamente contrapposta a quella medievale, dove l’ambiente selvatico era considerato oscuro e pericoloso - ebbe una prima rappresentazione artistica nelle Logge vaticane di Raffaello, con l’immagine prosperosa dell’Artemide Efesia, circondata da una grande folla di piante ed animali. E trovo’ una definitiva sistemazione teorica nel breve trattato Hypnerotomachia Poliphili (Battaglia d’amore di Polifilo), apparso anonimamente a Venezia nelle ultime settimane del 1499.

Conosciuta semplicemente come Sogno di Polifilo, l’Hypnerotomachia era opera del domenicano Francesco Colonna, signore di Palestrina e consigliere spirituale alla corte di papa Alessandro VI, di cui subi’ probabilmente gli influssi iconoclasti e libertini. Tuttavia la paternità dello scritto è tutt’altro che risolta, vista l’estrema ambiguità del suo stile arcaico e classicheggiante: non a caso, diversi studiosi hanno identificato il Poliphili come prodotto della fantasia letteraria di Leon Battista Alberti o dei passatempi umanistici di Lorenzo il Magnifico. Comunque sia, il trattato ebbe un enorme successo, influenzando direttamente artisti e poeti come Giuseppe Arcimboldi, Francois Rabelais, Aubrey Beardsley e Walter Crane. Anche Carl Gustav Jung apprezzo’ enormemente l’effervescenza visionaria dell’opera, giudicandola come un perfetto esempio della sua teoria degli archetipi.

In effetti, il Sogno di Polifilo dimostra una carica fantasiosa straordinaria, attingendo a piene mani dall’antica mitologia greco-romana e mostrando una costante propensione alla totale compenetrazione spirituale tra uomo e natura, unica possibilità di rigenerazione per l’individuo nel mondo terreno. L’autore pero’ mostra scarsa naturalezza nel linguaggio, utilizzando discutibili preziosismi lessicali e perdendosi spesso in pesanti divagazioni erudite. Diventa quindi chiaro che la natura intesa nel testo non è quella fisica, selvatica, bensi’ quella simbolica, ordinata della classicità, già descritta nei poemi leggendari di Ovidio e Lucrezio. E la fusione con l’uomo ha una valenza prevalentemente allegorica, volta ad illustrare il destino imperiale della civiltà rinascimentale nel cosmo.

Tanta prosopopea esoterica non inficia comunque il valore artistico dell’opera, capace di presentare personaggi e situazioni con accattivante leggerezza. La storia inizia con lo sfortunato Polifilo, tormentato dal recente abbandono dell’amata Polia (”tante cose” in greco), che viene trasportato oniricamente in una foresta misteriosa, dove incontra creature, paesaggi e situazioni di ogni sorta. Catturato dalle ninfe, egli giura infine amore eterno per Polia, ricongiungendosi con l’amata e venendo condotto sulla mitica isola di Cerigo per il proprio matrimonio. Ma durante il viaggio la coppia litiga nuovamente, e sarà compito della magia di Eros riappacificarla. Finalmente l’incomprensione tra Polia e Polifilo è risolta, ma la ragazza scompare all’improvviso nell’aria: il sogno del protagonista è terminato.

L’intrigo è quindi molto semplice, riuscendo pero’ a trasmettere una tensione erotica piuttosto inconsueta per l’epoca: il viaggio di Polifilo è infatti ricco di incontri con le splendide dee dell’Olimpo, ritratte nella loro celeste nudità (coperta giusto da qualche grappolo d’uva), mente sull’isola di Cerigo si erge ben eretto il fallo di Priapo, figlio di Dioniso e Afrodite, padre della vita. Tale carica sessuale è poi ulteriormente sottolineata da continui rimandi ad immagini di fiori e frutti, che rendono ancora piu’ selvatica e “boschereccia” l’ambientazione narrativa. L’autore sembra proprio divertirsi a creare tali ammiccamenti scherzosi, che forse rimandano anche a simboli alchemici non ancora decifrati. Di certo la presenza di divinità magiche come Giano e Vertunno - descritte nei loro aspetti piu’ grotteschi ed ermetici - dimostra chiaramente l’intento filosofico-spirituale dell’opera, concepita come elegante manifesto di un nuovo paganesimo per il futuro dell’umanità.

Ma questa speranza utopica ando’ delusa, sia per il riesplodere della questione religiosa nell’Europa cinquecentesca sia per l’incapacità del lettore medio di comprendere appieno il significato dell’avventura di Polifilo. Solo qualche circolo magico alla corte degli Asburgo mostro’ infatti un discreto interesse per il lavoro di Colonna, riprendendone le suggestioni epicuree, mentre il resto degli umanisti si limito’ a riprodurne con fantasia il contenuto narrativo, considerandolo semplicemente come un divertissement letterario. E’ il caso dell’Arcimboldi, ad esempio, che riutilizzo’ molti personaggi dell’Hypnerotomachia (soprattutto Vertunno) nelle sue grottesche composizioni antropomorfe, catturandone perfettamente lo spirito erotico e visionario.

Tuttavia il pittore milanese era grande amico di Gian Paolo Lomazzo, discepolo del celebre occultista Girolamo Cardano, imprigionato nel 1570 dall’Inquisizione per eresia. Qualche elemento alchemico potrebbe dunque essere ben presente nelle fantasie dell’artista lombardo, perpetuando cosi’ il sogno di Polifilo sino ai giorni nostri.

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