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La timida pigrizia di Domenico Puligo

Apprezzato dal severo Vasari, Domenico Puligo (1492-1527) fu uno degli artisti piu' rappresentativi del primo Cinquecento fiorentino, grazie alle sfumature morbide e soffuse della sua pittura. Tuttavia egli resta ancora oggi figura di secondo piano negli studi sul Rinascimento italiano, anche a causa della sua eccezionale "pigrizia" realizzativa.

Nato nei quartieri popolari di Firenze nella primavera 1492, Domenico di Bartolomeo degli Ubaldini detto Puligo era membro di una famiglia dalle lunghe tradizioni artigiane: il padre infatti esercitava il duro mestiere di fabbro, mentre lo zio svolgeva probabilmente attività di oreficeria nel centro cittadino. Questa caratteristica ebbe un peso assai notevole nella vita successiva del pittore, spingendolo ad una ricerca quasi ossessiva della perfezione in ogni sua opera. Ricerca che pero’ fini’ paradossalmente per limitare il numero di commissioni ufficiali a lui attribuite, facendolo passare - nelle parole severe del Vasari - per artista “pigro”, incapace di stare al passo con le evoluzioni stilistiche del tempo. E tale fama immeritata ha danneggiato seriamente la reputazione moderna del Puligo, condannandolo ad una posizione di secondo piano negli studi storici sul Rinascimento fiorentino.

Eppure Domenico fu artista sensibile e delicato, abilissimo nel replicare con brillante originalità le forme classicheggianti della sua epoca. Il suo apprendistato pittorico si era svolto infatti nella celebre bottega di Ridolfo Ghirlandaio, figlio del grande Domenico, primo affrescatore della Cappella Sistina sotto papa Sisto IV (1483-85). Ridolfo noto’ subito gli schemi precisi e calibrati del giovane aiutante, e lo mise rapidamente sotto la sua ala protettiva, coinvolgendolo nelle piu’ importanti commissioni affidate al suo laboratorio, come gli splendidi affreschi per la badia di Buonsollazzo eseguiti tra il 1513 e il 1521. In tale incarico il Puligo decoro’ l’intera cappella dedicata a San Giovanni Battista, mostrando già una certa autonomia dalle influenze quattrocentesche di Ghirlandaio jr. Purtroppo la perdita completa dell’opera - demolita dalle stesse autorità ecclesiastiche nel 1706 - rende impossibile farsi un’idea accurata del suo processo di maturità artistica, costringendo gli studiosi ad analizzare continuamente i dipinti realizzati in coppia col maestro, di difficile interpretazione.

Comunque sia, Domenico si affermo’ finalmente come pittore indipendente nel 1515, quando realizzo’ una splendida Deposizione della Croce per la Propositura di Santa Maria delle Grazie ad Anghiari: ricchissimo di sfumature sinuose e forme eleganti, il dipinto guadagno’ al suo autore una discreta clientela nelle fila della borghesia fiorentina, per cui produsse una lunga serie di ritratti ed immagini devozionali domestiche. Durante questo periodo infatti l’artista si specializzo’ prevalentemente in raffigurazioni della Madonna con Gesu’ bambino, declinate attraverso molteplici dettagli scenografici ed estetici. Ecco dunque la leonardesca Madonna col Bambino e un angelo, conservata nella collezione di Palazzo Barberini a Roma, dal segno chiaro e pulito, oppure la Madonna col Bambino in un paesaggio con San Giovannino, sempre nella stessa collezione romana, dallo sfondo semplice e altamente sentimentale. In tali rappresentazioni monotematiche il Puligo riusci’ sempre ad esprimere elementi originali nella composizione formale o nella costruzione cromatica, dimostrando un’eclettismo personale davvero notevole.

Nel 1525, con il capolavoro Madonna col Bambino in trono, Puligo raggiunse la completa maturità artistica, creando espressioni acerbe ma straordinariamente affascinanti. Un anno piu’ tardi il ricco mercante Giovanni da Romena gli affido’ la decorazione della cappella funeraria di famiglia nella Chiesa del Cestello (oggi Santa Maria dei Pazzi), e Domenico onoro’ il contratto con una meravigliosa pala d’altare, dove la classica iconografia delle sue opere precedenti conosceva uno sviluppo ulteriore nella costruzione scenica: in essa la Madonna appare infatti attorniata da una schiera di Santi, raffigurati brillantemente con le fattezze devozionali tipiche del Perugino. Ma il Puligo mantiene una sensibilità interpretativa assolutamente unica, grazie alla profonda intensità delle figure e dei colori.

La Pala Romena è il preludio all’ultima grande opera del pittore fiorentino, realizzata nell’inverno 1526-27 per l’ingresso della giovane Dianora di Piero di Bernardo in convento: visto attraverso il celebre episodio della Presentazione della Vergine al Tempio, l’evento risalta con forza grazie ai panneggi scuri degli uomini e alle vesti colorate delle donne, trasmettendo una genuina tensione spirituale in termini di nobile austerità. Conservata nella Chiesa di Santa Maria degli Angiolini, la tela è considerata ancora oggi come un esempio perfetto di pittura sacra, carica al contempo di affabilità espressiva e di giusta partecipazione sentimentale. Con essa il Puligo diede il proprio personale congedo al mondo: qualche mese piu’ tardi, infatti, Firenze sprofondo’ nuovamente in una rivoluzione antimedicea, mentre la peste decimava la popolazione locale. E Domenico rimase vittima del morbo, spegnendosi tra i familiari nel settembre 1527. Due anni dopo lo avrebbe seguito - per la stessa malattia - il fedele amico Andrea del Sarto, chiudendo definitivamente un’intera epoca del primo Rinascimento toscano cinquecentesco.

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