Storia di santi e imperatori

Unico copione teatrale scritto da Lorenzo il Magnifico poco prima di morire, la "Rappresentazione di San Giovanni e Paolo" riprende con originalità le tradizionali agiografie medievali, mostrando un'immagine cupa e disincantata della vanità umana. E forse il singolare testo serviva proprio da bilancio finale del lungo governo del Medici, segnato da tanti successi ma anche da lutti famigliari e profonde delusioni morali.

Il 17 febbraio 1491, in base alla preziosa testimonianza del calderaio Bartolomeo Masi, la compagnia teatrale del giovanissimo Giuliano de’ Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico, presento’ in pubblico la Rappresentazione di San Giovanni e Paolo, unica opera drammaturgica del grande signore fiorentino. L’evento ebbe un successo straordinario, come riportato dallo stesso Masi nel suo diario: “eravi a vedere detta festa Lorenzo de’ Medici, padre del sopraddetto messere [Giuliano], e dimolti altri uomini da bene, e tanto popolo che era una cosa meravigliosa. E tutti e fanciugli istettono in sul palco, massimamente quegli che avevano indosso veste di drappo, che Piero [fratello di Masi] e io Bartolomeo fumo di quegli a starvi.”

La Rappresentazione era stata scritta dal Magnifico circa un anno prima con chiaro intento religioso e pedagogico. Non a caso, il “tanto popolo” menzionato dal Masi era in realtà una platea selezionata di uditori, composta principalmente da genitori e parenti dei piccoli attori. L’obiettivo di Lorenzo era quindi quello di comunicare agli amici alcune riflessioni filosofiche sulla difficile arte del governare, esprimendo pubblicamente - ma con sicurezza - la profonda crisi esistenziale dei suoi ultimi mesi di vita.

Dalla tarda primavera 1490 il Medici infatti si sentiva sempre piu’ cupo e sfiduciato, anche per via del repentino ritorno in patria dell’infuocato Savonarola, nemico giurato del suo regime politico. Un ritorno che Lorenzo aveva segretamente appoggiato, nella speranza di riportare un certo fervore etico nella politica cittadina, ma che adesso gli stava pericolosamente sfuggendo di mano, minando le basi stesse del proprio potere personale. Tuttavia l’aspro confronto dialettico con il frate domenicano ebbe comunque l’effetto di rivitalizzare la poesia medicea, chiusa in prospettive letterarie ormai esaurite, trasformandola in un’audace esplorazione della parola di Dio. La Rappresentazione venne infatti composta durante la settimana santa del 1490, forse in stretta collaborazione con il Poliziano, già coinvolto in una ripresa di temi mistici nelle sue composizioni di quegli anni.

Basata su una ripresa originale di motivi biblici e popolari, specialmente di quelli legati alle tradizionali agiografie medievali, l’opera narra la vita edificante dei tre figli dell’imperatore Costantino - Costanza, Giovanni e Paolo - perseguitati dal perfido Giuliano l’Apostata per la loro limpida fede cristiana. Alla fine Costanza entrerà in convento, guarita miracolosamente dalla lebbra per intercessione di Sant’Agnese, mentre i fratelli affronteranno con coraggio il martirio, dimostrando la grazia infinita di Dio verso gli uomini. A dispetto di una certa melensaggine spiritualista, pero’, il testo presenta parecchi elementi di vivacità narrativa, e tutte le scene sono organizzate in modo rigorosamente corale, cosi’ da presentare molteplici punti di vista all’interno della stessa vicenda. E’ una discreta novità rispetto alle precedenti rappresentazioni sacre, dall’andamento sempre piuttosto rigido e schematico; inoltre, il linguaggio alterna momenti di estrema scioltezza con altri piu’ riflessivi, dove l’autore sembra interrogare il pubblico sul significato dell’esistenza umana.

E l’attenzione di Lorenzo non è rivolta principalmente verso la santità dei protagonisti, bensi’ verso le tribolazioni morali e caratteriali dei loro regali antagonisti (Costantino, Gallicano, Giuliano), ritratti con simpatetica indulgenza. L’epopea agiografica diventa quindi fine strumento di analisi politica, mostrando impietosamente tutte le “spine” del potere: la vanagloria di Gallicano è incapace di trasmettere vero amore nei confronti di Costanza, rafforzando il suo intimo convincimento religioso; le manovre diplomatiche di Costantino - giocate anche sul matrimonio coatto della figlia - falliscono miseramente, lasciando l’impero sull’orlo dell’anarchia; Giuliano si incaponisce a risuscitare una tradizione politica ormai defunta, condannandosi nel tentativo all’eterna dannazione.

Certo, Lorenzo vuole rendere questi personaggi degli esempi negativi, in contrasto con la beatitudine religiosa del terzetto principale, autentica espressione dell’amore divino nel mondo. Tuttavia il ritratto di tali antagonisti risulta infine ambiguo e sfaccettato, con la riconciliazione definitiva di politica e teologia nella spettacolare vittoria di Gallicano in Dacia, frutto di un salvifico intervento celeste. E Costantino ribadirà successivamente questo incontro provvidenziale nella dottrina della “guerra giusta”, enunciata vigorosamente alla fine dell’ottantacinquesima ottava: “L’animo che alle cose degne aspira,/quanto puo’, cerca simigliare Dio:/vincer si sforza e superar desira/finchè contenta il suo alto desio;/ma poi lo sdegno conceputo e l’ira,/l’offesa mette subito in oblio.” Insomma, la parola di Dio al servizio della diplomazia - con buona pace delle pure virtu’ morali espresse all’inizio della Rappresentazione!

Nonostante gli scrupoli di coscienza, il Magnifico resta dunque conscio delle dure necessità del governo, riaffermandone l’inevitabilità per bocca dei suoi personaggi piu’ riusciti. Ma se il dramma fallisce nel suo intento pedagogico, venendo catturato nuovamente nei meccanismi della cinica politica rinascimentale, esso mette comunque in piedi una macchina scenografico-recitativa eccezionale, ricca di battaglie, dialoghi serrati, scene comiche e momenti spirituali. Uno sforzo non indifferente per i giovani attori della piccola rappresentazione fiorentina, e questo spiega tutto l’entusiasmo mostrato dal Masi per la loro performance invernale. “Una cosa meravigliosa”, veramente degna del piu’ grande principe del Quattrocento italiano.

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