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Ufficiale e gentiluomo

Uomo coltissimo ed amante delle belle arti, Ferrante Gonzaga fu uno dei migliori generali al servizio dell'imperatore Carlo V, partecipando ad importanti eventi militari come l'assedio di Firenze e la spedizione spagnola contro Tunisi. Tuttavia il suo piu' grande lascito alla posterità resta l'ambiziosa riorganizzazione urbanistica della piccola cittadina di Guastalla, trasformata in autentico capolavoro dell'architettura rinascimentale.



Terzogenito del marchese Francesco II e di Isabella d’Este, Ferrante Gonzaga nacque a Mantova nel gennaio 1507, trascorrendo felicemente l’infanzia in una delle corti piu’ colte e raffinate dell’Italia settentrionale. Appena sedicenne, pero’, il ragazzo fu mandato in Spagna per “farsi le ossa” e per suggellare la recente alleanza politica tra la sua famiglia e la potente monarchia imperiale di Carlo V, allora impegnata in un durissimo braccio di ferro con la Francia per il controllo del Mediterraneo. E a Madrid Ferrante strinse amicizia proprio con il sovrano iberico, che lo tratto’ sempre con un affetto inusuale per altri membri del suo vasto seguito. Nel 1527, infatti, l’imperatore lo rimando’ in Italia con il titolo onorifico di “Don”, favore rarissimo per l’aristocrazia dell’epoca, concesso giusto per dimostrare la sua particolare benevolenza nei confronti del giovane Gonzaga.

Dopo un periodo di ulteriore affinamento diplomatico-militare al servizio del duca di Borbone, Ferrante fece quindi il suo esordio pubblico durante la campagna italiana contro la Lega di Cognac, terminata con l’infame saccheggio di Roma da parte delle truppe imperiali: il neocomandante diede buona prova di sé, mostrando notevole perizia in battaglia, e cerco’ anche di porre un freno alla selvaggia violenza dei Lanzichenecchi, usando minacce e corruzione per salvare alcune case della nobiltà romana dalla soldataglia scatenata. Ma i risultati di tale azione disciplinare furono piuttosto scarsi, e il Gonzaga dovette addirittura sudare sette camicie per ottenere la liberazione di sua madre, giunta a Roma per l’elezione cardinalizia del fratello Ercole e barricatasi frettolosamente insieme ad alcuni amici dentro le solide mura di palazzo Colonna. Solo il pagamento di un pesantissimo riscatto consenti’ finalmente ad Isabella d’Este di lasciare il suo rifugio di fortuna, venendo poi scortata dagli uomini del figlio sino al sicuro porto di Ostia.

Chiuso il drammatico capitolo romano, Ferrante venne nominato generale di cavalleria dal nuovo comandante dell’armata imperiale, Filippo di Chalons, e con questa prestigiosa carica partecipo’ successivamente alla difesa di Napoli contro i Francesi, coprendosi di gloria e guadagnando come ricompensa la signoria di Ariano, tolta all’infido duca Alberico Carafa. Ma la guerra in Campania gli porto’ in dote anche una bellissima compagna, Isabella di Capua, principessa di Molfetta, con cui convolo’ a nozze verso la fine del 1529: purtroppo le necessità belliche impedirono subito alla coppia di consumare il matrimonio, dando a storici e cronisti sufficiente materiale per molti pettegolezzi futuri. Comunque sia, l’unione di Ferrante e Isabella fu assai felice, vista la nascita di oltre quattordici figli, fra cui il primogenito Cesare (erede di tutti i titoli paterni) e il terzogenito Francesco che ottenne la porpora nel 1561.

Nel marzo 1530 il Gonzaga partecipo’ allo spettacolare assedio di Firenze, prendendo il posto dello Chalons come comandante supremo dell’armata imperiale all’età di solo ventitré anni. Alla fine la città si arrese, e dovette pagare un pesantissimo tributo monetario al vincitore: grato a Ferrante per il rovesciamento della repubblica antimedicea, papa Clemente VII lo ricompenso’ anche con l’importante carica di governatore di Benevento. Ma il giovane condottiero non era ancora fatto per una placida vita sedentaria, e negli anni seguenti combatté al servizio di Carlo V in Ungheria e in Africa settentrionale, dove - in stretta collaborazione con la flotta di Andrea Doria - conquisto’ e rase al suolo la città fortificata di Tunisi, autentica base della pirateria barbaresca nel Mediterraneo centrale. L’impresa tunisina gli valse l’incarico di viceré della Sicilia, ma la sua incapacità amministrativa fini’ per procurargli la sincera antipatia della popolazione locale, dissanguata finanziariamente per realizzare un vasto (ed inutile) programma di opere pubbliche. Inoltre, senza alcuna approvazione da parte della corte imperiale, Ferrante taglieggio’ pure le piu’ importanti famiglie dell’aristocrazia siciliana, usando metodi assai discutibili se non addirittura criminali. Un simile comportamento provoco’ quindi parecchi malumori nelle fila della burocrazia spagnola, che trovarono espressione nelle peggiori calunnie contro il Gonzaga, inclusa quella di avvelenamento per la morte misteriosa del delfino francese durante le campagne militari del 1536.

Tuttavia, a dispetto di ostilità e calunnie, il signore di Ariano continuo’ a godere della fiducia incondizionata di Carlo V, che nel 1539 gli affido’ il comando della guerra nelle Fiandre, chiusa trionfalmente qualche anno piu’ tardi con la capitolazione della fortezza di Ligny. Nel frattempo, pero’, Ferrante si dedico’ alla sua attività prediletta di mecenate artistico, comprando per oltre ventimila scudi la cittadina emiliana di Guastalla dalla duchessa Ludovica Torelli e affidandone la ristrutturazione urbanistica ai migliori artisti dell’epoca (Francesco da Volterra, Bernardino Campi, Giovanni Battista Guarini). Il risultato finale di tanti sforzi fu la creazione di un autentico capolavoro dello stile rinascimentale, fatto di monumenti, palazzi e chiese perfettamente inquadrati nello spazio geografico del territorio. Non a caso, Guastalla venne considerata nei secoli successivi come un capolavoro dell’architettura urbana cinquecentesca, ed ancora oggi le sue piazze classicheggianti attirano l’ammirazione incondizionata di appassionati d’arte e semplici turisti, colpiti dalla chiarezza espositiva di case e vie di comunicazione. Nel 1541 Carlo V riconobbe ufficialmente l’acquisto privato dell’amico, trasformando cosi’ questa piccola area vicino al Po in uno dei ducati piu’ ricchi dell’Italia settentrionale.

Ma Guastalla non fu l’unica città a conoscere una rinascita urbanistica sotto Ferrante: anche Milano venne abbellita dalle iniziative artistiche del Ferrante, soprattutto durante il suo periodo come governatore locale tra il 1546 e il 1555. Le principali strutture cittadine vennero integralmente recuperate dopo decenni di abbandono, mentre la caotica viabilità intorno al Duomo venne snellita con un ampio programma di demolizioni, che permise ai milanesi un migliore sfruttamento del centro cittadino. Inoltre l’originale cinta muraria venne ampliata in modo da includere i sobborghi nella nuova municipalità meneghina, inclusa la vecchia villa Simonetta dei Medici, riportata dal Gonzaga agli antichi splendori. Gli anni del governatorato milanese non furono pero’ completamente tranquilli: nell’agosto 1547 l’assassinio del duca Pierluigi Farnese, signore di Piacenza, provoco’ una guerra ferocissima tra i principati emiliani, coinvolgendo nella lotta anche le autorità spagnole della Lombardia. Sospettato di essere uno dei mandanti del delitto Farnese, Ferrante fini’ presto nel mirino dei suoi avversari politici, che organizzarono contro di lui diverse congiure, tutte clamorosamente fallite. La piu’ pericolosa fu certamente quella del 1551, sostenuta dai Francesi, che termino’ con la fuga spettacolare degli attentatori dalle mura di Castello Sforzesco, cosa che spinse il Gonzaga a rifortificare l’edificio specie nei settori di porta Comasina e porta Vercellina.

Comunque i numerosi complotti ebbero l’effetto di indebolire la fiducia di Carlo V nei confronti del suo collaboratore, privandolo del governatorato nel 1555. Stanco e amareggiato, Ferrante si ritiro’ nella corte natale di Mantova, ma il nuovo sovrano spagnolo Filippo II lo convinse a partecipare alle ultime fasi della decennale guerra contro i Francesi. Raggiunte le Fiandre nell’estate 1557, il vecchio generale diresse cosi’ le complesse operazioni militari della battaglia di San Quintino, avvalendosi della preziosa collaborazione di Emanuele Filiberto di Savoia. Il suo talento strategico porto’ ancora una volta alla Spagna una vittoria decisiva, ma don Ferrante era ormai troppo malandato per goderne appieno i frutti politici ed economici. Colpito da apoplessia, il gran capitano si spense infatti a Bruxelles nel novembre 1557, assistito inutilmente dai medici della corte reale; la salma fu poi traslata nel Duomo di Mantova, dove riposa tuttora.

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