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San Gerolamo Penitente

Conservato alla National Gallery di Londra, questo straordinario dipinto testimonia la peculiare intensità drammatica di Giovanni Gerolamo Savoldo (1480-1548), allievo di Vincenzo Foppa e gran precursore di Caravaggio nella difficile tecnica del chiaroscuro.



Grande olio su tela rinascimentale, il San Gerolamo Penitente venne segnalato per la prima volta a Milano nella seconda metà dell’Ottocento in alcune annotazioni del celebre critico tedesco Otto Mündler, che lo giudicava “sfortunatamente troppo restaurato”. Nel 1864 esso entro’ poi a far parte dell’immensa collezione artistica di Sir Austen Henry Layard, scopritore della antiche rovine di Ninive, consegnata successivamente dagli eredi alla National Gallery londinese.

E fu proprio durante tale cambio di proprietà che questa splendida tela venne attribuita ufficialmente a Giovanni Gerolamo Savoldo (1480-1548), brillante allievo di Vincenzo Foppa nella Venezia del primo Cinquecento. Sulle scarne rocce vicine alla figura del santo è infatti presente una breve iscrizione autografa a firma “Johannes Jeron/Imus De Brisie/De Sauoldis/Faciebat”. Non esistono dunque ulteriori dubbi sull’identità del bravissimo autore.

Famoso per il colorismo quasi giorgionesco dei suoi quadri, Savoldo realizzo’ il San Gerolamo intorno al 1527, cioè subito dopo la sua definitiva sistemazione come pittore professionista nella città lagunare. Non a caso sullo sfondo della scena si intravedono le fondamenta della chiesa dei Santi Giovanni e Paolo, presso cui l’artista bresciano dichiaro’ di risiedere sino al 1532. I committenti restano pero’ sconosciuti: qualcuno ha proposto ipoteticamente la ricca famiglia Averoldi, ma non vi sono documenti d’archivio a confermare tale teoria. Comunque sia, il lavoro appartiene già alla maturità stilistica dell’autore lombardo, in virtu’ di un’intensità chiaroscurale quasi caravaggesca.

Con quest’opera Savoldo cerco’ infatti nuovi schemi formali adatti all’inquieto umanesimo dell’epoca, turbato dalle conseguenze filosofico-religiose della Riforma luterana. In tal senso, la figura del santo inginocchiato, con il viso barbuto ed emaciato, ricalca fedelmente l’austera iconografia sacra del primo Quattorcento, ricca di genuina spiritualità ed oscuri significati simbolici.

Tuttavia l’artista bresciano non dimentica affatto la lezione naturalistica del suo maestro Foppa, dando al penitente un’espressione popolare, verace, perfettamente intonata alla sobrietà dell’ambiente circostante. Inoltre, grazie ad un esemplare gioco di luci ed ombre, lo sfondo finisce per allargarsi in un limpido paesaggio agreste, che sottolinea la profonda riappacificazione interiore tra Dio e peccatore.

Una composizione estremamente originale, dunque, che anticipa con eleganza la grande ritrattistica metafisica di Michelangelo Merisi e dei suoi eredi seicenteschi, toccando sinceramente il cuore di ogni spettatore.

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