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Il caso Beatrice Cenci

L'11 settembre 1599 la giovane nobildonna romana saliva i gradini del patibolo a Castel Sant'Angelo, dando vita ad una leggenda oscura e commovente che persiste ancora ai giorni nostri. Ma Beatrice Cenci era veramente innocente? Piccola controstoria di un dramma tardorinascimentale, reso immortale da poeti e romanzieri del XIX secolo.

Il 10 settembre 1598 venne ritrovato in un fosso, nei pressi della Rocca di Petrella Liri, il corpo senza vita di Francesco Cenci, anziano padrone del castello molto chiacchierato per il suo carattere bizzarro e violento. Inizialmente parve che la morte fosse del tutto accidentale, dovuta forse ad un’imprudenza del vecchio castellano, ma un esame piu’ accurato del cadavere - condotto da alcuni sacerdoti del luogo - rivelo’ invece che Cenci era stato brutalmente assassinato con un pesante oggetto contundente. I sospetti caddero quindi sulla seconda moglie Lucrezia e sulla giovane figlia Beatrice, uniche abitanti della Rocca insieme al custode Olimpio Calvetti, misteriosamente scomparso dalla circolazione da parecchi giorni; braccato dalle autorità pontificie, l’uomo venne infine ritrovato morto in un altro paesino dell’Abruzzo, forse vittima di una rapina o di un cacciatore di taglie troppo maldestro.

Le indagini vennero condotte puntigliosamente dai magistrati di papa Clemente VIII, che appurarono anche il coinvolgimento del giovane Marzio Catalano e di Giacomo Cenci, fratello di Beatrice, nell’omicidio dell’impopolare conte, responsabile di molti soprusi nei confronti della popolazione locale e dei suoi stessi famigliari. Interrogato tramite tortura, Catalano non confermo’ alcuna delle accuse formulate dai giudici, morendo drammaticamente in una sordida cella della prigione di Tor di Nona; anche Beatrice mantenne uno sdegnoso riserbo sulla vicenda, mentre il fratello - esasperato dalla brutalità degli inquisitori - confesso’ infine tutto, spiegando come il delitto fosse maturato per semplice odio verso il crudele genitore.

Il successivo processo duro’ quasi un anno, e vide l’accavallarsi di voci incontrollate sulla vita privata dei Cenci, inclusa la possibilità di ripetuti abusi sessuali del padre a danno della figlia. Nell’agosto 1599 Lucrezia, Beatrice e Giacomo furono tutti condannati a morte, con relativa confisca dei beni da parte del governo pontificio; un mese dopo i tre sfortunati salirono i gradini del patibolo sulle mura di Castel Sant’Angelo, tra l’intensa commozione di una grande folla accalcata nei dintorni della celebre fortezza papale. Condannato anch’esso alla pena capitale, Bernardo Cenci, fratello minore di Giacomo e Beatrice, si vide invece graziato all’ultimo momento, passando il resto della sua vita nelle carceri romane.

Per il popolino della Città Eterna, spettatore inerme dell’orribile tragedia, il caso di Beatrice Cenci divenne simbolo della crudeltà del governo papale, dando vita a numerosi racconti e leggende che vedevano lo spirito della nobildonna aggirarsi ogni notte nei sotterranei di Castel Sant’Angelo in cerca di giustizia o di vendetta per la propria triste sorte. Questo vivace folklore tradizionale, dichiaratamente innocentista, venne poi ripreso dal grande storico settecentesco Ludovico Antonio Muratori, che nei suoi Annali d’Italia (1744-49) dedico’ ampio spazio alle vicende della famiglia Cenci, contribuendo alla idealizzazione romantica dei vari personaggi. La narrazione muratoriana risulto’ cosi’ efficace da ispirare persino un omonimo dramma del fiorentino Vincenzo Pieracci (1760-1824) basato truffaldinamente su “un vecchio manoscritto” ritrovato tra le rovine della residenza romana dei protagonisti; oggi dimenticata, quest’opera ebbe un successo straordinario nei primi decenni dell’Ottocento, ispirando autori come Stendhal, Charles Dickens, Nathaniel Hawthorne e Francesco Domenico Guerrazzi. Ma fu soprattutto il poeta inglese Percy Bysshe Shelley a trasformare Beatrice Cenci in eroina immortale della letteratura europea, identificando la sfortunata giovane in un bel quadro del bolognese Guido Reni, dipinto probabilmente agli inizi del XVII secolo: in esso si vede un’eterea ragazza dallo sguardo triste ma non rassegnato, allo stesso tempo tenera e serena nella difesa della sua semplice dignità. Con i suoi versi vibranti Shelley trasformo’ tale rappresentazione iconografica in un magistrale esempio di “dolcezza trascendentale”, capace di influenzare persino la sensibilità dello spettatore piu’ cinico. Ed è cosi’ che il mito di Beatrice Cenci si è preservato sino ai giorni nostri, grazie anche a fortunate trasposizioni cinematografiche come quella diretta da Lucio Fulci nel 1969.

E tuttavia, dal punto di vista storico, la faccenda è tutt’altro che chiusa. Nel 1879, infatti, le indagini archivistiche di Antonio Bertoletti, condensate nell’eccellente volumetto Francesco Cenci e la sua famiglia, misero in seria discussione le tesi innocentiste muratoriane, dimostrando anzitutto come Beatrice fosse anagraficamente piu’ vecchia di quanto creduto (22 anni invece di 16) e come ella avesse avuto addirittura un figlio segreto da Marzio Catalano, suo amante di lunga data. Inoltre l’antiquario inglese Edward Cheney dimostro’ l’inattendibilità di molte lettere tradizionalmente attribuite alla nobildonna, rilevandone le grossolane manomissioni formali e linguistiche. Da queste scoperte il lavoro degli storici ha quindi tentato per oltre un secolo di meglio definire lo scandalo dell’autunno 1598, chiarendo i complessi rapporti all’interno della turbolenta famiglia romana, ma finora i risultati non sono stati molto soddisfacenti, anche per la scomparsa di numerosi documenti originali. Ad ogni modo, un esame accurato delle carte processuali conferma il carattere brutale e lunatico della vittima, pur non trovando riscontri alle accuse di violenza sessuale emerse nel dibattimento. Inoltre esso riabilita parzialmente il comportamento di papa Clemente VIII, da sempre accusato di rapace avidità nei confronti dei Cenci, che lascio’ a Beatrice una vasta somma di denaro da destinare al figliolo illegittimo, affidato alle cure dell’amica Catarina de Santis.

Il mistero dunque rimane, insieme alla continua esaltazione del dipinto di Reni, risalente pero’ a parecchi anni dopo il fattaccio di Petrella: l’artista emiliano lo realizzo’ infatti nel 1608-09, forse ispirato da motivi mitologici. Non a caso esso rimane ancora oggi esposto a Palazzo Barberini con due vistosi punti interrogativi relativi a soggetto e data di produzione. Segno tangibile che l’epopea romantica inventata da Shelley mantiene intatta la sua presa su pubblico e critica, perpetuando il mito della giovane eroina vittima di una società ingiusta e patriarcale. Da questo punto di vista, il suo temibile fantasma ha finalmente trovato la pace eterna, almeno nel dorato mondo dell’immaginazione popolare.

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