La Leggenda della Vera Croce

Uno dei maggiori capolavori di Piero della Francesca, conservato all'interno della Basilica di San Francesco ad Arezzo.



Nel 1417 Baccio di Maso Bacci, ricco mercante aretino, lascio’ in eredità alla propria diocesi una vasta somma di denaro, da utilizzare per la decorazione della nuova basilica francescana cittadina: una classica forma di riconciliazione religiosa dopo una vita passata alla ricerca del successo economico, ottenuto spesso attraverso metodi poco puliti (usura, ricatti ecc.) I suoi famigliari ignorarono pero’ bellamente tale disposizione testamentaria per almeno trent’anni, quando Francesco Bacci decise infine di portare a termine l’impegno paterno. Tuttavia l’uomo dovette vendere una vigna per pagare i costi dell’immane lavoro, chiara indicazione di un sostanziale sperpero della somma precedente.

Bacci affido’ l’incarico alla prestigiosa bottega di Bicci di Lorenzo, ma la morte improvvisa del maestro fiorentino nel 1452 lo costrinse a cercare presto un valido sostituto. Dopo qualche contatto infruttuoso con gli allievi del Bicci, il figlio Giovanni - brillante protagonista dei circoli umanistici toscani - strinse quindi un accordo con Piero della Francesca, stella nascente del firmamento artistico italiano di metà Quattrocento: si tratto’ di una scelta audace, ma destinata nettamente a pagare nel lungo periodo.

Per quanto coinvolto nei progetti romani di papa Niccolo’ V, che lo costrinsero spesso a lunghe assenze dal posto di lavoro, Piero riverso’ infatti sulle pareti della basilica aretina tutta la sua abilità pittorica, avvalendosi anche del contemporaneo contatto con esponenti della scuola fiamminga presso la corte pontificia. Terminati nel 1466, dopo circa quindici anni di fatiche e dilazioni, gli affreschi della cappella Bacci finirono cosi’ per avvolgere tutta l’intelaiatura maggiore dell’edificio ecclesiastico, dando vita ad uno spettacolo visivo assolutamente mozzafiato: organizzate su tre livelli, le varie scene rispondono infatti ad un criterio esclusivamente simmetrico, con effetti estetici di notevole qualità formale.

Il ciclo è ispirato alla Leggenda della Santa Croce, particolarmente cara ai seguaci di San Francesco d’Assisi; secondo la tradizione apocrifa, ripresa dalla celebre Legenda Aurea di Jacopo da Varagine, la straordinaria reliquia sarebbe originariamente il prodotto di un ramoscello dell’albero della vita, intagliato dall’Arcangelo Michele come omaggio funebre ad Adamo, sventurato padre dell’umanità. Diventato a sua volta albero rigoglioso col passare dei secoli, esso venne poi utilizzato come materiale per costruire un ponte per la regina di Saba, che profetizzo’ la futura morte di Cristo per mano dello stesso legno. Cosa puntualmente verificatasi, visto che la Santa Croce venne creata proprio dalle vecchie tavole del ponte salomonico, ritrovate fortunosamente dai soldati di Pilato.

Diventata quindi oggetto di culto con l’avvento del Cristianesimo, la Croce fu contesa spietatamente tra Bisanzio e l’Impero Persiano nel corso di una lunga guerra per il controllo politico della Palestina, terminata con la definitiva vittoria di Eraclio su Cosroe II nel 628 d.C. Da allora questa epopea leggendaria ispiro’ parecchi racconti apologetici, trasposti fedelmente a livello visivo da Agnolo Gaddi a Firenze nel 1380.

Ma probabilmente fu proprio Piero della Francesca il migliore narratore artistico della vicenda, alternando grandi scene all’aperto con brevi intermezzi meditativi, volti all’approfondimento spirituale del fedele. Ecco quindi la spettacolare Battaglia di Eraclio e Cosroe - piena di lance, armi e cavalieri - “stoppata” improvvisamente dalla piu’ classica Annunciazione, estremamente sobria sia nella scenografia che nei gesti rituali. Il contrasto pero’ non risulta affatto fastidioso, perchè gli affreschi vengono comunque unificati da piccoli corredi decorativi, creati apposta per esaltare l’intera composizione attraverso la luce esterna, filtrata dalle finestre superiori. Non a caso questa tecnica fornisce un vigore eccezionale proprio agli affreschi meditativi, che acquistano un’intensità simile a quella delle battaglie vicine, anticipando alcune evoluzioni stilistiche del Rinascimento piu’ maturo. Il Sogno di Costantino, ad esempio, è una veduta notturna pienamente convincente, che con la sua soffusa eleganza ispirerà successivamente i capolavori chiaroscurali di Rembrandt e Caravaggio.

Riscoperti dai Preraffaelliti nel secondo Ottocento, gli affreschi della Basilica di San Francesco rappresentano dunque una testimonianza importante sul primo Rinascimento italiano, rivelando i profonti punti di contatto tra l’antica tradizione iconografica greco-romana e le moderne elaborazioni del nascente Umanesimo europeo.

Dopo un lungo restauro nei primi anni Novanta essi sono oggi di nuovo aperti al pubblico con prenotazione obbligatoria. Maggiori informazioni sul sito del comune di Arezzo.

PUBBLICITÀ
PUBBLICITÀ
Le vostre opinioni
Pubblicato il 9 febbraio 2010 in: 4. Arte 1. Cultura

Argomenti

Ultimi interventi

Vedi tutti

Le categorie della guida

Inserisci per primo un commento a questo articolo.

PUBBLICITÀ
PUBBLICITÀ
L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori.
Commenta questo articolo

Registrati per riservare il tuo nickname preferito e per caricare il tuo avatar. Se sei già registrato, effettua il login per usare il tuo nickname.

Si No

Anteprima del commento