La pulzella d'Orléans (1)

Santa, eretica o semplice visionaria? I mille volti di Giovanna d'Arco, eroina della lotta contro gli Inglesi nella Francia del primo Quattrocento.

Ancora oggi Giovanna d’Arco continua ad entusiasmare ed affascinare il pubblico francese, che vede nella bionda “liberatrice” di Orléans - morta ingiustamente sul rogo nel 1431 - un simbolo tangibile della propria identità nazionale, sorta durante la feroce lotta contro la monarchia inglese nei primi decenni del XV secolo. Ma anche il mondo dello spettacolo si interessa spesso della celebre “pulzella” transalpina, come attestato dalla leggendaria interpretazione di Ingrid Bergman nell’omonimo capolavoro di Victor Fleming del 1948 o dal recente kolossal adrenalinico di Luc Besson con Milla Jovovich, allora giovane moglie del brillante regista parigino.

In tutta questa ridda di attenzioni, però, una domanda resta senza risposta: chi era veramente Giovanna, aldilà dei miti costruiti a posteriori sulla sua reale figura storica? Era solo una pazza invasata, usata abilmente dai Valois per strappare territori agli Inglesi e ai loro rivali Borgognoni? Oppure era davvero una “messaggera divina”, nella migliore tradizione della mistica tardomedievale europea?

La questione è tuttora irrisolta, nonostante incessanti dibattiti pubblici tra storici professionisti e semplici appassionati del personaggio. Pure l’incertezza delle fonti riguardo alla giovinezza dell’eroina francese contribuisce al generale tono misterioso della vicenda: sappiamo che Giovanna nacque nel villaggio di Domremy nel 1412, ma non abbiamo ulteriori notizie sulla sua famiglia d’origine. Probabilmente il padre era un modesto agricoltore del luogo, che disponeva di un piccolo gregge di pecore per il proprio sostentamento privato, ma ciò non autorizza ad immaginare l’infanzia della ragazza come particolarmente povera o disagiata.

Al contrario, secondo le testimonianze dirette riportate al suo processo di riabilitazione, essa si svolse assai felicemente nella locale comunità parrocchiale, dove Giovanna sviluppò una sincera sensibilità religiosa, espressa talvolta in forme poco convenzionali (danze rituali, canzoncine devozionali ecc.) Questa caratteristica sarebbe stata usata più tardi come prova della sua eresia, giustificando così il rogo pubblico di Rouen del maggio 1431, ma recenti indagini storiche hanno parecchio ridimensionato l’influenza di pratiche magico-folkloristiche sulla giovane contadinella, ricontestualizzandola nella tradizionale cultura francese del primo Quattrocento. D’altronde la religione era all’epoca una delle poche consolazioni offerte agli abitanti della zona, vittime della feroce lotta tra Valois e Borgognoni per il trono transalpino, ed è perciò naturale che essa prendesse anche forme schiettamente superstiziose, dettate dal mero desiderio di sopravvivenza in un ambiente politico così ostile.

Una vita ordinaria, quindi, interrotta improvvisamente da una serie di visioni mistiche nell’estate 1425, all’età di tredici anni e mezzo: secondo i ricordi successivi di Giovanna, esse avevano per protagonisti l’Arcangelo Michele, Santa Caterina di Alessandria e l’Arcangelo Gabriele, che le ordinavano di correre in soccorso dei Valosi contro gli odiati conquistatori inglesi, giunti circa dieci anni prima sul continente per rivendicare i loro antichi diritti feudali sulla Francia settentrionale. Inizialmente spaventata da tali avvenimenti, Giovanna si rinchiuse per un certo periodo in un sofferto isolamento personale, scegliendo infine di compiere la sua delicata “missione divina” per il bene della nazione.

In tempi recenti Anatole France ha cercato di spiegare l’episodio in termini razionalistici, collegando le visioni con uno stato di isteria provocato dal clero locale, interessato ad una definitiva stabilizzazione del paese. Ma la tesi non ha naturalmente convinto molti scrittori cattolici, che continuano a difendere a spada tratta il carattere salvifico della vicenda, riconosciuto ufficialmente da papa Pio X nella primavera 1909. Comunque sia, dopo molte esitazioni, Giovanna si recò nella cittadina di Vaucouleurs per rendere partecipe Robert Baudricourt, luogotenente del re Carlo VII, della sua sensazionale rivelazione.

Cacciata via come una povera pazza dal rude soldato, la ragazza si rifece però viva nel gennaio 1429, dopo la conquista anglo-borgognona di Orléans dell’autunno precedente: stavolta Baudricourt si impegnò formalmente ad introdurla presso il sovrano, forse perchè prostrato da mesi di gravi insuccessi militari. Così, qualche settimana dopo, la giovane contadina - già venerata dalle truppe come un autentico profeta - incontrò il debole e malfermo Carlo VII nel castello di Chinon, dove giunse per sicurezza sotto false spoglie maschili.

La leggenda racconta che il re si fosse nascosto in mezzo al suo seguito per mettere alla prova le capacità soprannaturali della ragazza, venendo però subito smascherato. Non ci sono prove a confermare il racconto, altro segno tangibile della futura santità di Giovanna; più probabile invece che Carlo ed il suo abile consigliere La Trémoille abbiano sottoposto l’inattesa “messaggera divina” ad un lungo esame psicologico-spirituale, condotto anche con la collaborazione del vicino vescovato di Poitiers. Alla fine, forse convinti da tanta determinazione personale oppure decisi a sfruttare l’occasione a proprio vantaggio, i due uomini decisero di affidarle un piccolo ruolo di comando nell’esercito incaricato di riprendere Orléans agli Inglesi.

La leggenda della celebre “pulzella” stava dunque per iniziare.

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