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L'elegante brutalità del Pollaiuolo

Insieme al fratello Piero, Antonio Pollaiuolo (c. 1433-1498) impose una piccola rivoluzione nella pittura fiorentina di metà Quattrocento, spingendola verso un classicismo più realistico ed aggraziato. Tuttavia la forma raffinata non nascose comunque una certa brutalità nelle sue opere, forse dovuta alle proprie modeste origini sociali.

Antonio Pollaiuolo resta un enigma per appassionati e critici d’arte: il suo stile visivo è infatti generalmente gradevole ed elegante, ispirato ad un classicismo meticoloso, ma esso presenta anche una forte vena di crudele realismo, piuttosto inusuale nella pittura del primo Rinascimento fiorentino. Ad esempio, il Martirio di San Sebastiano della National Gallery di Londra tratteggia una scena di cupa amoralità, con il celebre martire protagonista di un macabro tiro al bersaglio da parte di arcieri sostanzialmente divertiti dal loro infame compito. Ma anche le splendide tempere del ciclo di Ercole - conservate agli Uffizi di Firenze - mostrano feroci scene di lotta ed un eroe quasi barbarico nel suo esasperato vigore fisico.

Perchè il Pollaiuolo mise il suo eccellente talento artistico al servizio di rappresentazioni così brutali della natura umana? La risposta forse risiede nelle sue particolari origini familiari: lui e il fratello Piero erano infatti figli di un umile venditore di polli (da qui il nomignolo “Pollaiuolo” affibbiatogli alcuni più tardi), che spesso coinvolgeva i ragazzi nell’ingrato lavoro di “predisporre” gli animali per la vendita, incluso smembramento delle loro carcasse. La cosa non era affatto inusuale per l’epoca, ed è probabile che abbia lasciato un segno profondo nella psiche dei due fratelli, portandoli poi ad esprimere la loro esperienza infantile nelle opere successive.

Non bisogna però dimenticare che per ricercare un maggiore realismo estetico Piero e Antonio praticarono per parecchio tempo operazioni anatomiche negli obitori cittadini, studiando da vicino l’infinita complessità del corpo umano. Anche questo “addestramento” potrebbe avere avuto un certo peso nei loro lavori successivi, aggiungendo un tocco di grand guignol all’eleganza formale acquisita alla scuola di Andrea del Castagno, riverito maestro della pittura toscana quattrocentesca.

Comunque sia, l’audace originalità estetica - unita ad una grande meticolosità professionale - rese Pollaiuolo assai popolare nelle corti italiane del tardo XV secolo, portandolo anche a Roma per la realizzazione della tomba di papa Sisto IV, scomparso improvvisamente nell’estate 1484. Mostrando una notevole sensibilità scultorea, Antonio realizzò così un capolavoro di linee ardite ed anatomie esasperate che lo rese definitivamente celebre presso gli artisti contemporanei, incluso un giovane pittore alle prime armi chiamato Michelangelo Buonarroti.

Rientrato a Firenze con tutti gli onori del caso, il Pollaiuolo si dedicò quindi alla sontuosa decorazione della sacrestia di Santo Spirito, terminata poi dal fratello minore Simone. Nell’arco di pochi mesi egli venne però richiamato di corsa a Roma, dove papa Innocenzo VIII gli affidò la realizzazione del suo monumento funebre, situato nell’oratorio della vecchia Basilica di San Pietro: e ancora una volta l’artista fiorentino diede il meglio di sé, dando straordinario vigore espressivo ad un materiale particolarmente difficile come il bronzo.

Morì infine nel febbraio 1498, ormai ricchissimo grazie alle sue ammirate commissioni papali. Oggi i suoi resti riposano ancora in San Pietro in Vincoli accanto a quelli dell’amato fratello Piero, scomparso qualche anno prima.

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