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Le nozze di Cana

Una maestosa rappresentazione del celebre episodio evangelico, realizzata dal brillante genio scenografico di Paolo Veronese (1528-1588).



Nel giugno 1562 Paolo Veronese fu incaricato di dipingere la parete di fondo del refettorio bendettino di San Giorgio Maggiore a Venezia, complesso religioso fondato alla fine del X secolo dal frate Giovanni Morosini, amico e collaboratore del doge Tribuno Memmo. La prestigiosa commissione faceva parte di un complesso programma di restauro dell’antico edificio medievale, affidato all’esperta mano del celebre architetto Andrea Palladio, maestro della nuova estetica classica rinascimentale.

Tale incontro fortuito col brillante collega padovano ebbe effetti importanti sul lavoro del Veronese, che concepì la propria opera pittorica in stretta relazione con i numerosi aggiustamenti spaziali del vecchio monastero benedettino. La grande scena - ispirata al famoso miracolo delle nozze di Cana, con la trasmutazione dell’acqua in vino - è inserita infatti in un ricco schema prospettico scandito da balaustre, archi, colonnati, torri e campanili: al centro la figura di Gesù quasi scompare in una tumultuosa folla di comparse e personaggi minori, tutti intenti a banchettare in un ampio cortile rischiarato dal sole. Accanto a lui sono poi ritratte alcune grandi personalità dell’epoca come Solimano il Magnifico, l’imperatore Carlo V, Marcantonio Barbaro e la famosa poetessa Vittoria Colonna, protettrice del grande Michelangelo Buonarroti. La loro attenzione è rivolta verso una piccola orchestrina posta di fronte alla tavola, che improvvisa brevi pezzi musicali con liuti e violoncelli. Secondo molti storici dell’arte, tale gruppetto conterrebbe l’autoritratto dello stesso Veronese, attorniato dagli amici Tiziano e Tintoretto.

La confusa ridda di oggetti e persone ricorda dunque molto la complessa costruzione della Scuola di Atene, capolavoro raffaelliano del primo Cinquecento, ma Veronese carica ogni elemento di forti toni cromatici, accentuando il movimento generale della scena. Le vesti degli invitati risaltano infatti continuamente sul freddo grigiore dei marmi circostanti, circoscrivendo l’intera raffigurazione in un clima di gioiosa teatralità. Sopra la tavola imbandita uno splendido cielo azzurro invita poi alla meditazione sul miracolo evangelico, dipinto brevemente a destra dei principali commensali: un richiamo simbolico perfetto per la tela principale di un refettorio monastico, votato alle semplici regole del silenzio e dell’umiltà.

Opera quindi monumentale sotto molti punti di vista, incluse le eccezionali dimensioni fisiche del prodotto finale (666 x 990 cm.), Le nozze di Cana fu terminata nell’autunno del 1563, incontrando subito il favore dei suoi committenti religiosi. Da allora ha continuato ad affascinare il pubblico di mezzo mondo, incluso il regista inglese Peter Greenaway, che le ha recentemente dedicato un’intrigante minidocumentario cinematografico. Sfortunatamente essa però non adorna più le auguste pareti del monastero di San Giorgio Maggiore, rifatte dal Palladio secondo canoni di grande eleganza stilistica; nel 1797 essa venne infatti trafugata dalle truppe di Napoleone e trasferita a forza nel Louvre parigino, dove si trova ancora oggi in una sala speciale.

Tutti i tentativi per farsi restituire il maltolto sono stati vani, e nel 2007 - duecentodecimo anniversario del saccheggio napoleonico - Venezia ha ottenuto appena una copia facsimile di questo magistrale capolavoro veronesiano, realizzata con notevole precisione dall’artista inglese Adam Lowe. Ma l’originale è ben altra cosa, e questa falsa riparazione spiega eloquentemente la tradizionale avversione per la Francia ancora sentita in molti cuori della cittadinanza veneziana.

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