In questi giorni le Medusa Edizioni di Maurizio Cecchetti ripropongono in libreria diversi saggi di Giovanni Testori (1923-1993), scrittore, drammaturgo e critico d’arte di fama internazionale. I testi del volume - intitolato significativamente Il gran teatro montano (pp. 240, 19,50 Euro) - sono stati tutti scritti nei primi anni Sessanta, periodo di massimo impegno intellettuale del Testori, e riguardano il grande pittore piemontese Gaudenzio Ferrari (1471-1546), famoso soprattutto per la creazione del Sacro Monte di Varallo Sesia, nell’attuale provincia di Vercelli.
Interprete genuino della spiritualità popolare, Ferrari è spesso rimasto ai margini della storia rinascimentale, probabilmente per motivi di carattere geografico. Nativo di Valduggia, in Valsesia, egli infatti esercitò la professione artistica soprattutto nel Ducato di Milano, dove ebbe come maestri di pittura Stefano Scotto e Bernardino Luini, entrambi fedeli seguaci dell’etereo stile leonardesco. Nel 1504, però, Gaudenzio si staccò parzialmente da tale impostazione iconografica, elegante ed equilibrata, recandosi prima a Firenze e poi a Roma per conoscere le novità visive sviluppate da Michelangelo e Raffaello. Tale incontro risultò “fatale” per il giovane artista, che finì per adottare uno stile ben lontano da quello dei suoi antichi precettori, ricco di energia, passione e spirito naturalistico.
Tuttavia Ferrari rimase ancorato ad una visione strettamente cristiana dell’arte e della vita, accettando solo di lavorare su soggetti di carattere religioso: una decisione che restrinse seriamente le sue opportunità economiche, ma che gli consentì allo stesso tempo di dedicarsi genuinamente al “lato interiore” delle proprie opere, portandone l’espressività comunicativa ai massimi livelli. Rientrato in Lombardia, Gaudenzio divenne quindi un punto di riferimento sicuro per molti ordini religiosi locali, che gli affidarono la decorazione di chiese, santuari e conventi: nel 1513, ad esempio, egli dipinse un meraviglioso affresco sulla vita di Cristo per la Chiesa di Santa Maria delle Grazie di Varallo Sesia, e nei decenni successivi realizzò anche ottime composizioni per il Santuario di Saronno, per la cattedrale di Como, per svariati edifici ecclesiastici di Canobbio, Vercelli e Torino. Ma il suo stile semplice, diretto e altamente visionario lo rese soprattutto popolare tra la gente comune, autentica protagonista dei suoi dipinti più famosi (l’Assunzione, la Gloria degli Angeli, la Fuga in Egitto).
E, proprio in virtù di tale capacità particolare, nel 1524 i Francescani di Varallo gli affidarono la decorazione del Sacro Monte locale, riproduzione in scala reale della Gerusalemme evangelica a scopo devozionale. Sponsorizzato da padre Bernardino Caimi, eminente religioso della zona, il progetto del Sacro Monte era già iniziato nella seconda metà del Quattrocento, ma le dimensioni eccezionali della costruzione - un’intera basilica con ben 45 cappelle - e la mancanza di finanziamenti regolari avevano finito per bloccarne temporaneamente i lavori sino agli inizi del Cinquecento. Ora però, sotto la supervisione di padre Candido Ranzo e Francesco da Marignano, l’opera era finalmente ripresa a pieno ritmo, attendendo solo un pittore in grado di dare slancio al suo ambizioso disegno spirituale.
E Gaudenzio Ferrari era questo artista tanto ricercato da tempo: i suoi affreschi nelle principali cappelle della struttura, realizzati nell’arco di cinque anni, catturano infatti appieno le fasi più drammatiche e concitate della vita di Cristo, dando loro una dimensione umana sconvolgente. Lo si può vedere, ad esempio, nella spettacolare cappella dei Magi, dove le tradizionali sculture in legno e terracotta - simbolo della religiosità popolare alpina - interagiscono perfettamente con la folla dipinta alle loro spalle, comunicando una vibrante idea di movimento al visitatore. Si tratta naturalmente di un’illusione, ma di un’illusione costruita benissimo, grazie anche ad un uso sapiente di sfondi e tonalità cromatiche.
Terminata la decorazione del Sacro Monte, ormai quasi considerato come una sua creatura diretta, Gaudenzio si trasferì poi nel Milanese, dove continuò a dipingere soggetti religiosi sino alla morte, avvenuta nell’inverno 1546. Il suo nome venne presto dimenticato, anche a causa del mediocre talento dei suoi allievi (Gian Paolo Lomazzo e Fermo Stella); ma la profonda fede religiosa dei suoi quadri rimase comunque ben viva nel mondo cattolico lombardo, influenzando anche un giovane critico novecentesco come Giovanni Testori, grande evocatore di realtà arcaiche, lontane e viscerali come quelle raccontate negli indimenticabili affreschi di Varallo Sesia.

SimoneP








