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Luci e ombre di un restauro

A Parigi infuriano le polemiche sul recente restauro della "Cena in Emmaus" del Veronese, accusato di avere modificato molti elementi del quadro originale per fini di mercato. Caso unico oppure esempio di una tendenza assai popolare?

Il Guardian di oggi dedica ampio spazio alle recenti polemiche sul restauro della Cena in Emmaus del Veronese, realizzato dagli esperti del Louvre parigino, custode ufficiale di questo capolavoro pittorico del 1560. L’obiettivo dell’operazione - costata parecchie migliaia di Euro - era quello di ripulire la tela dai “ritocchi estetici” dei secoli successivi, restituendole forma e colori originali; tuttavia, secondo i membri dell’associazione Aripa, i restauratori hanno finito per stravolgere i tratti principali dell’opera, producendo una straniante “modernizzazione” dell’intera composizione rinascimentale.

L’esempio più clamoroso di tale “chirurgia estetica” si troverebbe sul volto della nobile madre di famiglia a destra della scena principale, dominata da Gesù e dai suoi discepoli: la donna presenta infatti un aspetto florido e corpulento, simbolo della sua fertilità sessuale e del suo status sociale. Anche i tratti del viso ricalcano dunque questa impostazione, con labbra carnose e naso accentuato; ma il lavoro svolto dai restauratori ha invece finito per sminuire tali caratteristiche, falsificando l’intera fisionomia del personaggio. Nelle parole di Michel Favre-Félix, presidente dell’Aripa, la donna è stata infatti “trasformata nella caricatura di un’adolescente del 21° secolo, con guance e labbra gonfiate.” Un ritocco molto discutibile, quindi, forse volto ad “attualizzare” il quadro per ragioni economiche.

L’accusa è stata confermata da Michael Daly, direttore di ArtWatch UK, gruppo dedicato all’analisi critica delle pratiche restaurative, che ha sottolineato pure come il Louvre abbia ritoccato il dipinto una seconda volta per nascondere gli effetti di tale make-up, tentando così di mettere a tacere ogni polemica. Un atteggiamento assolutamente poco trasparente, che tradisce anche una discreta arroganza da parte del museo parigino, incapace di accettare qualsiasi osservazione al proprio operato professionale.

Tutta la vicenda potrebbe sembrare esagerata agli occhi di un semplice spettatore, incapace di notare certi dettagli all’interno di un’opera artistica. In realtà, però, essa è di importanza fondamentale perché rileva la cospicua zona d’ombra dietro molte pratiche restaurative, spesso condotte in modo discutibile e poco rispettoso dei lavori originali. Di casi purtroppo ce ne sono parecchi, dalla mutilazione inutile del frontone settecentesco dello stesso Louvre alla repentina sparizione del chiaroscuro nel Ratto delle Sabine di Nicolas Poussin, restaurato dalle autorità francesi nel 1994.

Con la scusa di voler ripulire un quadro o una statua dai segni del tempo, si finisce quindi per rovinarne lo stile inimitabile, appiattendolo sulla sensibilità del pubblico odierno, creata apposta da astute campagne pubblicitarie. L’assenza di informazione critica sulle pratiche restaurative - presentate continuamente come interventi meritori nei confronti del patrimonio artistico - impedisce infatti di vedere il connubio pericoloso tra business e conservazione culturale, portando a “pasticciacci” come quello veronesiano.

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