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Dal Kent a Tunisi

Vita e avventure di John Ward (c. 1553-1622), pirata prima al servizio di Elisabetta I d'Inghilterra e poi dei principati barbareschi dell'Africa settentrionale.

I pirati sono da sempre beniamini dell’immaginario popolare: dal Corsaro Nero di Emilio Salgari al Jack Sparrow delle ultime produzioni disneyane, interpretate dal bravo Johnny Depp, questi bizzarri “avventurieri del mare” hanno continuamente attirato l’interesse di storici, romanzieri e registi cinematografici, perpetrando la propria aura leggendaria sino ai giorni nostri. Da un punto di vista meramente cronologico, però, l’età della pirateria - almeno quella di origine europea, maggiormente conosciuta a livello internazionale - inizia negli ultimi decenni del Cinquecento per poi esaurirsi in pieno Settecento, con il trionfo delle marine regolari e la stabilizzazione socio-politica delle colonie americane. Scacciati dall’Oceano Atlantico, principale teatro delle loro imprese, i predatori dei sette mari divennero quindi figure mitiche, “ripulite” e romanticizzate per motivi di carattere artistico-letterario. Ma la vita dei “veri” pirati era tutt’altro che idilliaca, anche se degna spesso della sfrenata fantasia di scrittori come Salgari, Verne e Dumas.

Un esempio perfetto di tale realtà storica è rappresentato certamente dalla curiosa esistenza di John Ward, marinaio inglese originario di Faversham, nel Kent, entrato al servizio della marina reale durante la vittoriosa campagna contro l’Invincibile Armada del 1588. Fuggito dal proprio misero lavoro di pescatore in cerca di nuove possibilità economiche, Ward entrò così a far parte del violento ed imprevedibile mondo dei corsari inglesi, utilizzati dalla regina Elisabetta I per contrastare l’egemonia spagnola delle rotte atlantiche: una strategia brillante che, eseguita da grandi capitani come Francis Drake e Walter Raleigh, segnò presto l’inizio della fine per le ambizioni continentali di Filippo II, preparando il terreno per un cambiamento radicale dello scenario politico europeo nel XVII secolo. Tuttavia il successore di Elisabetta, Giacomo I Stuart, rifiutò di proseguire la guerra di corsa contro la Spagna, allontanando pirati e avventurieri dalla propria corte.

Ward si ritrovò quindi disoccupato, esercitando nuovamente la difficile attività pescatoria nel Kent. Ma il richiamo di un mondo rischioso ed affascinante era troppo forte per essere ignorato: nel 1603 il vecchio marinaio si arruolò infatti nella Royal Navy, sperando di ripetere gli exploit degli anni passati sotto le nuove bandiere ufficiali della dinastia Stuart. Dopo poche settimane, però, la rigida disciplina di bordo lo spinse a disertare insieme a numerosi compagni d’arme, dedicandosi alla pirateria “privata” nel Canale della Manica. Tra le sue vittime di questo periodo, va segnalata la nave francese Violet, che assicurò all’intraprendente corsaro le ingenti ricchezze dei rifugiati cattolici inglesi, in fuga dalle persecuzioni religiose di Giacomo I.

Grazie a tale fortunato bottino, Ward fu infatti in grado di armare una grande nave da guerra chiamata Grift, trasferendosi poi nel Mediterraneo occidentale per colpire il florido commercio spagnolo della regione. Qui le sue imprese attirarono presto l’attenzione di Uthman Dey, governatore musulmano di Tunisi, che offrì a Ward la possibilità di partecipare alla “guerra santa” contro le potenze cattoliche, usando la costa nordafricana come propria base di operazioni. Indifferente ad ogni tematica di fede, il pirata inglese si convertì quindi all’Islam insieme a numerosi membri della sua ciurma, ottenendo la protezione ufficiale del principe barbaresco. Ma lo fece solo dopo che Giacomo I rifiutò ogni ipotesi di perdono reale, condannandolo definitivamente all’esilio perpetuo.

Con i proverbiali ponti tagliati alle spalle, Ward - conosciuto ora come Yusuf Reis - si dedicò così con successo alla pirateria nel Mediterraneo, accumulando ingenti ricchezze e vivendo come un pascià per il resto dei suoi giorni. Principale vittima di tali scorribande risultò essere Venezia, che inferse comunque gravi perdite alla flottiglia del “rinnegato” inglese, incluso l’affondamento delle navi Reniera e Soderina nell’estate 1607. Tuttavia Ward si vendicò dell’umiliazione soffiando alla Serenissima un maestoso galeone di sessanta cannoni, trasformato più tardi nell’ammiraglia della sua flotta piratesca.

Celebrato in vita dal drammaturgo Robert Daborne, il pirata ricevette anche la visita del viaggiatore scozzese William Lithgow, che ne rimarcò l’aspetto pittoresco di fronte al grande pubblico: nonostante la conversione all’Islam, Ward non aveva infatti perso il vizio della bottiglia, ubriacandosi spesso e volentieri dal mattino alla sera. Per non parlare del linguaggio quotidiano, condito generosamente da imprecazioni tali da far impallidire persino il meno integralista degli Imam. Lithgow però esaltò la bellezza del palazzo fatto costruire dal vecchio corsaro a Tunisi, fatto di marmo ed alabastro: un tocco di notevole eleganza architettonica, forse frutto della seconda moglie italiana di Ward (la prima, rimasta in Inghilterra, continuò a ricevere un regolare sussidio dal marito per parecchi anni).

Ormai tranquillo e appagato, Yusuf Reis morì alla veneranda età di settant’anni nel 1622, vittima di un’epidemia di peste. Ma la sua leggenda - veicolata dalla letteratura dell’epoca - continuò ad affascinare e ispirare intere generazioni di giovani inglesi, francesi e olandesi, in cerca di fama e denaro facile. La grande età della pirateria europea era definitivamente cominciata.

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