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La Vergine delle Rocce

Una delle più curiose ed eleganti opere leonardesche, conservata in duplice copia al Louvre parigino e alla National Gallery di Londra.

Nel 1483 il trentenne Leonardo da Vinci, appena giunto a Milano dalla nativa Toscana, ricevette l’incarico dalla Confraternità dell’Immacolata Concezione di realizzare un dipinto votivo per la loro chiesa, con tema la purezza spirituale della Madonna. Ancora alla ricerca di una posizione sicura nella metropoli meneghina, il giovane pittore decise però di disattendere parzialmente le istruzioni dei suoi committenti, elaborando una composizione audace e fantasiosa: nella tela finale Maria è infatti inserita in un paesaggio aspro e selvatico, carico di forti effetti chiaroscurali, mentre intorno a lei si incontrano per la prima volta San Giovanni Battista e Gesù Bambino, entrambi ancora in fasce, sorvegliati dal dolce sguardo di un angelo misterioso.

Inutile dire che i membri della Confraternità apprezzarono poco l’inventiva vinciana, chiedendo a gran voce un quadro più aderente alle proprie indicazioni iniziali. Deluso da tale atteggiamento, Leonardo vendette così la tela originale a Ludovico il Moro, suo futuro mecenate artistico, e dedicò i successivi vent’anni a costruire una copia adatta alle pretese iconografiche della committenza, ultimandola solo nel 1508. La seconda versione risulta comunque molto simile alla prima, con differenze minimali nella gestualità dei personaggi e nell’ambientazione campestre; alla fine pare che essa fosse accettata a malincuore dalla Confraternità, incapace di frenare il genio leonardesco, adornandone la chiesa per circa trecento anni.

Esistono dunque due Vergini delle Rocce, oggi conservate rispettivamente al Louvre parigino e alla National Gallery di Londra. Tuttavia quest’ultima, portata in Inghilterra dal pittore-archeologo Gavin Hamilton alla fine del Settecento, ha sempre suscitato più discussioni della prima, in quanto giudicata opera non di Leonardo, ma del suo collaboratore Ambrogio de Predis, rimasto a Milano dopo il ritorno del maestro a Firenze nel 1501. Secondo alcuni esperti, infatti, de Predis avrebbe ripresto in mano il progetto leonardesco - ormai abbandonato da diversi anni - per ragioni economiche, recuperando i cartoni preparativi della vecchia tela ed adattandoli al proprio stile spigoloso. Non a caso i lineamenti del quadro londinese sembrano meno espressivi di quello parigino, con un maggiore distacco tra i protagonisti umani e la natura circostante.

Un recente restauro della National Gallery sembra però mettere in discussione tale tesi, sottolineando la straordinaria cura dei dettagli e la naturalezza complessiva dell’ambientazione, elementi tipici di ogni capolavoro leonardesco. Chi ha ragione? Difficile dirlo, anche se il critico Jonathan Jones difende l’autenticità del dipinto londinese, suggerendo i numerosi cambiamenti storico-estetici avvenuti tra il completamento del primo quadro e quello del secondo. In tale periodo, lungo oltre due decenni, Leonardo infatti si spostò continuamente per l’Italia, venendo a contatto con le innovazioni stilistiche di colleghi come Michelangelo e Raffaello, mentre la scoperta dell’America alterò la stessa visione filosofica del suo tempo, influenzando la costruzione di nuovi spazi architettonici e compositivi. E non bisogna poi dimenticare che questo secondo lavoro venne anche fatto di malavoglia, a causa della realizzazione di altre prestigiose commissioni come l’Ultima Cena e la Battaglia di Anghiari: per quanto geniale, Leonardo era pur sempre un essere umano, con necessità di riposo e prorità professionali ineludibili. Inevitabile quindi che potesse “dipingere male”, copiando svogliatamente alcuni elementi del quadro originale.

Ciò non toglie che, in entrambe le versioni esistenti, la Vergine delle Rocce resti una delle composizioni migliori del genio vinciano, testimonianza efficace di un temperamento brillante, giocoso e sperimentale. Puro Leonardo, insomma, aldilà di dubbi ed esitazioni critiche di ogni genere.

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