Nel 1575 Tiziano Vecellio, leggendario maestro della pittura tardorinascimentale europea, iniziò a dipingere una grande tela votiva per la Basilica di Santa Maria Gloriosa dei Frari, antico dimora ecclesiastico nel sestiere di San Polo a Venezia. L’opera aveva due finalità principali: la prima era di carattere pubblico, a sostegno delle preghiere popolari contro la contemporanea epidemia di peste nella città lagunare; la seconda era invece strettamente personale, essendo il grande artista ormai prossimo al termine della propria vita. Tiziano aveva infatti progettato il quadro - incentrato sul classico tema della deposizione di Cristo - come un autentico testamento umano e professionale, da porre vicino alla sua tomba nella vecchia chiesa medievale, già teatro della sua spettacolare Pala dell’Assunta sessant’anni prima. Alcuni contrasti con i custodi di Santa Maria dei Frari impedirono però un accordo preciso sulla faccenda e la peste si portò via il maestro prima della conclusione ufficiale del lavoro.
Fu Palma il Giovane, allievo prediletto del Vecellio, a completare la sfortunata Pietà nel 1576, aggiungendo la propria firma in latino nella parte bassa della scena, ma il dipinto rimase comunque dimenticato nella bottega del maestro per oltre tre decenni, venendo infine esposto nella Chiesa di Sant’Angelo nel 1631. Da un certo punto di vista fu una fortuna, perchè Santa Maria dei Friari venne saccheggiata dalle truppe napoleoniche agli inizi dell’Ottocento, perdendo gran parte dei suoi tesori originali, mentre la Pietà tizianesca passò quasi del tutto indenne la tempesta rivoluzionaria europea, entrando a far parte delle Gallerie dell’Accademia veneziana a Restaurazione ormai compiuta.
Tuttavia la collocazione secondaria ha finito per limitarne l’impatto storico-artistico, relegandola dietro ai capolavori sullo stesso tema di Giovanni Bellini e Andrea Mantegna nell’immaginario popolare. Invece la Pietà di Tiziano meriterebbe ben altra attenzione, in virtù della staordinaria vitalità stilistica e cromatica, quasi incredibile per un pittore di novant’anni: l’intera rappresentazione è infatti parecchio dinamica, con personaggi letteralmente sconvolti dal dolore per la morte di Cristo, e la pennellata evidenzia continuamente il contrasto chiaroscurale tra visi ed architettura circostante, aumentando la tensione emotiva del dramma. Particolarmente riuscita è poi la figura seminuda di Nicodemo, inginocchiato di fronte alla salma del Salvatore, che completa una sorta di triangolo sacro con Gesù e la Madonna, simbolo forse del delicato passaggio dalla vita alla morte. Non a caso molti critici considerano il personaggio come l’incarnazione ideale dello stesso Tiziano, ormai spiritualmente pronto ad abbandonare la propria esistenza terrena.
Colpisce infine la vasta nicchia classica in cui è incastonata l’azione, delimitata ai lati da due colossali statue di Mosé e della Sibilla Ellespontica: un probabile omaggio alle due tematiche - religiosa e profana - che accompagnarono sempre la carriera professionale dell’artista veneziano, con risultati eccellenti per entrambe. La Pietà è dunque lo struggente testamento iconografico di uno dei maggiori protagonisti del Rinascimento italiano, indimenticabile patriarca della scuola pittorica cinquecentesca: merita assolutamente di essere riscoperto, magari insieme agli altri capolavori della geniale vecchiaia tizianesca, ricca sempre di calore umano e raffinatezza formale.

SimoneP








