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L'ombra del Conquistador

Nei giorni scorsi alcuni sconosciuti hanno imbrattato di vernice rossa la statua di Hernan Cortes nella sua città natale di Medellin, in Spagna meridionale. Probabilmente un semplice atto vandalico, ma anche la conferma delle controversie storico-politiche ancora legate alla conquista del Messico nel 1521.



E’ notizia di pochi giorni fa: nella cittadina di Medellin, situata a pochi chilometri da Badajoz in Estremadura, qualcuno ha imbrattato di vernice rossa la statua principale di Hernan Cortes, discusso conquistatore del Messico nel XVI secolo. Gli autori del gesto - firmatasi con il curioso appellativo di “Cittadini anonimi” - hanno rivendicato la loro azione come gesto simbolico in onore dell’indipendenza messicana, ottenuta dalla Spagna proprio duecento anni fa; inoltre, hanno richesto la rimozione stessa del monumento, giudicato “fascista” e poco rispettoso delle culture indigene latinoamericane. E il colore rosso è stato scelto per sottolineare l’imminente amichevole della Spagna con la nazionale messicana, terminata poi in parità (1-1) allo Stadio Azteca di Città del Messico.

Che la statua di Cortes a Medellin non sia “politicamente corretta”, è cosa riconosciuta persino dal sito ufficiale della cittadina iberica: realizzata da Eduardo Barron nel 1890, essa raffigura infatti il leggendario conquistador spagnolo in posa spavalda e arrogante, mentre schiaccia addirittura la testa di un povero indio con il piede sinistro, sventolando al cielo crocifisso e bandiera nazionale. Dopotutto era l’epoca dell’imperialismo, e anche la Spagna - ridotta ormai a potenza coloniale di second’ordine - celebrava i fasti del dominio europeo con statue e dipinti dedicati al suo “glorioso” passato. Tuttavia la rivendicazione dei “Cittadini anonimi” è talmente confusa e contraddittoria, incluso surreale riferimento calcistico, da far pensare più ad un semplice atto vandalico che ad una contestazione di carattere politico.

Il più illustre cittadino del luogo, però, continua a far discutere storici, politici e scrittori, in una polemica mai spentasi da quasi cinquecento anni. Originario proprio di Medellin, Cortes lasciò infatti la povertà agricola dell’Estremadura nel 1504, alla ricerca di fortuna nelle nuove terre americane scoperte da Colombo dodici anni prima. Giunto ad Hispaniola (l’attuale Haiti), si mise al servizio del governatore Nicolas de Ovando, che gli affidò la direzione del porto di Azua de Compostela, nella parte meridionale dell’isola. Due anni più tardi egli partecipò anche alla conquista di Cuba, ottenendo una vasta piantagione come ricompensa per i suoi successi politico-militari.

Ma l’esempio di avventurieri come Alonso Quintero e Juan de Grijalva, refrattari alle regole della corona e desiderosi di ulteriori territori da conquistare, spinse presto Cortes a ritentare la fortuna, sbarcando sulle coste del Messico nel febbraio 1519. Accompagnato solo da 500 uomini, 13 cavalli e qualche cannone, il nobile spagnolo si mise quindi in marcia verso l’interno, dove con l’aiuto dell’indigena Malinche - sua amante e futura madre del figlio Martin - riuscì a minare l’autorità dell’ìmperatore azteco Montezuma, ancora incerto su come comportarsi verso i misteriosi stranieri giunti sulle sue terre. In agosto, infine, Cortes iniziò una lenta marcia verso la capitale Tenochtitlan, mettendo spesso a ferro e fuoco altre città locali.

Montezuma decise allora di ricevere il conquistador spagnolo con tutti gli onori, nella speranza di riuscire a corromperlo con le proprie ricchezze. Ma Cortes, sospettoso degli Atzechi e pressato dall’arrivo di un’altra spedizione reale guidata da Panfilo de Narvaez, prese in ostaggio l’imperatore, cercando poi di far passare gli altri dignitari indigeni dalla propria parte; ma il tentativo fallì, soprattutto a causa della brutalità dei suoi sottoposti, scatenando una violenta rivolta di popolo contro gli invasori. Lo stesso Montezuma fu lapidato dagli abitanti di Tenochtitlan, perchè considerato ormai quasi come un traditore. Ne seguì una guerra ferocissima, vinta infine dagli Spagnoli grazie alla superiorità tecnologica e alla preziosa alleanza con altre popolazioni locali, oppresse dagli Atzechi nei secoli precedenti.

Diventato padrone del Messico, Cortes governò il paese per circa vent’anni, nonostante i crescenti malumori dell’imperatore Carlo V, poco contento del carattere indipendente del suo sottoposto. Costantemente minacciato all’autorità imperiale, Cortes riuscì infatti a mantenere la carica sino al 1541, quando rientrò in Spagna per unirsi alla spedizione di Andrea Doria contro il principato barbaresco di Algeri. Ma la campagna finì in un disastro, e l’ambizioso conquistador - ridotto in miseria - morì a Siviglia, affetto da pleurite o dissenteria, nel dicembre 1547.

Ma la sua storia era tutt’altro che conclusa: sepolti inizialmente nella città andalusa, i suoi resti furono trasportati nel 1629 in Messico, dove vennero ospitati da diverse chiese francescane prima dell’inaugurazione di un mausoleo ufficiale a Tolsa nel 1794. Dopo l’indipendenza messicana, però, le “reliquie” furono trasferite prima a Palermo e poi ricondotte clandestinamente in America, venendo scoperte ufficialmente dagli archeologi messicani nel 1947. Oggi, pur protette dall’Instituto Nacional de Antropologia e Historia, le ossa di Cortes sono tenute in luogo riservato, soprattutto dopo un attentato nazionalista nel 1981. E le statue a lui dedicate in Città del Messico versano in condizioni di grave abbandono, incluso l’insolito “Monumento al meticciato” commissionato dal presidente Portillo nel 1982: in esso Cortes appare nelle sue vesti più dolci e gentili, accompagnato dall’amata Malinche e dal figlioletto Martin.

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