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Un Papa nella bufera

Vita e dramma di papa Clemente VII (1478-1534), responsabile del Sacco di Roma del 1527.

Figlio illegittimo di Giuliano de’ Medici, assassinato poco dopo la sua nascita nel Duomo fiorentino, Giulio de’ Medici non sembrava destinato ad una folgorante carriera politica, nonostante la simpatia dello zio Lorenzo il Magnifico, che lo accolse in casa ed allevò come uno dei suoi eredi. Qualche anno dopo, infatti, l’intera famiglia fu costretta all’esilio e Giulio accompagnò i cugini nel loro lungo pellegrinaggio per le corti dell’Italia centrale, cercando di farsi strada modestamente a livello ecclesiastico. Nel 1512, però, la breve restaurazione del governo mediceo a Firenze gli offrì la possibilità di un cospicuo “salto di carriera”, grazie al favore del nuovo papa Leone X (1475-1521), che lo nominò arcivescovo della città. Per affidare tale incarico a Giulio, il pontefice - figlio di Lorenzo il Magnifico e Clarice Orsini - dovette comunque regolarizzarne la posizione civile, sostenendo un legame matrimoniale legittimo tra i suoi genitori. Ancora oggi molti storici dubitano della veridicità di questa affermazione papale, non essendoci prove dirette di un’unione regolare tra Giuliano e l’amante Fioretta; tuttavia all’epoca essa venne ritenuta convincente, permettendo anche la nomina di Giulio a cardinale legato di Bologna alcuni mesi più tardi.

La politica nepotistica dei Medici sembrava dunque ancora in grado di assicurare posizioni rilevanti ai membri del loro clan familiare, inclusi quelli più scomodi o mediocri. Tuttavia Giulio era uomo raffinato e di notevole austerità personale, qualità che certamente giocarono un ruolo rilevante nella sua successiva elezione a vicecancelliere di Adriano VI, incarico svolto con discreto successo sino alla morte del pontefice nel 1523. A quel punto, grazie anche al proprio cognome di famiglia, il brillante prelato ottenne la carica papale con il nome di Clemente VII, designato all’unanimità dai suoi “colleghi” nel Conclave. E da lì cominciarono i guai, perchè l’uomo era assolutamente inadatto ad un simile compito in tempi così turbolenti.

Quando Clemente salì sul trono di Pietro, infatti, l’Italia era sconvolta da un nuovo round politico-militare tra Francia e Spagna, ancora in lite per il controllo definitivo della penisola, mentre in Germania la campagna riformistica lanciata da Lutero continuava a far proseliti, allargando lo scisma tra i fedeli locali e la vecchia ortodossia romana. Concentrato quasi esclusivamente sui problemi italiani, il nuovo papa si dimostrò incapace di promuovere quelle riforme ecclesiali che avrebbero potuto far rientrare la protesta luterana all’interno del cattolicesimo; tra l’altro, egli subì anche i diktat sempre più prepotenti dell’imperatore Carlo V, deciso ad affermare la propria autorità assoluta in tutta Europa. Schiacciato da forze più grandi di lui, comprese la freddezza pubblica della nobiltà romana e le frequenti scorrerie turche sulle coste del Lazio, Clemente finì quindi per commettere il grave errore di stipulare la Lega Santa del 1526 con Francia e Venezia contro gli Asburgo: una leggerezza subito pagata con il sacco della città capitolina da parte dei Colonna, alleati di Carlo V.

E l’anno dopo le cose andarono ancora peggio, con l’avanzata inesorabile di un esercito imperiale verso i domini papali, lasciati senza difesi sia dai Francesi che dai Veneziani. Composta da schiere di fanatici Lanzichenecchi, educati dai preti luterani all’odio nei confronti del cattolicesimo romano, l’armata asburgica giunse in vista dei Palazzi Apostolici nel maggio 1527, mettendo l’intera città a ferro e fuoco per parecchi giorni. Rinchiuso a Castel Sant’Angelo, Clemente assistette così al catastrofico fallimento della sua politica estera, diventando di fatto prigioniero dell’imperatore, che lo costrinse pure ad incoronarlo ufficialmente nel Bolognese tre anni più tardi. Intanto la Riforma luterana continuava a crescere in Europa centrale, allargandosi anche a Svizzera e Francia; un ultimo tentativo di riassorbire gli “scismatici” con la Dieta di Augusta del 1530 si rivelò fallimentare, scatenando un periodo di sanguinose lotte religiose nei principati tedeschi.

Clemente subì anche l’affronto di Enrico VIII d’Inghilterra, che ripudiò la moglie Caterina d’Aragona per Anna Bolena, sancendo un’ulteriore spaccatura all’interno della Cristianità occidentale. Tutti i tentativi di far desistere il sovrano risultarono infatti inutili, accelerando solo l’Atto di Supremazia della primavera 1534; pochi mesi dopo il papa si spegneva a Roma, fisicamente esaurito da così tanti drammi e problemi. Nonostante gli storici si siano spesso mostrati generosi verso Giulio de’ Medici, riconoscendone l’importante ruolo di mecenate culturale sia a Firenze che a Roma, la sua carriera politica si rivelò un fiasco clamoroso, che inferse danni irreparabili alla causa del Papato nella prima metà del XVI secolo. Non a caso la popolazione romana - memore dei tragici eventi del maggio 1527 - ricordò spesso il defunto pontefice coi feroci epigrammi di Pasquino, chiaro simbolo di disprezzo per l’ex sovrano della Città Eterna.

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