Morire da filosofo

Amico di Galileo e Francesco Bacone, Giulio Cesare Vanini (1585-1619) subì feroci persecuzioni religiose per il suo libertinismo filosofico, morendo poco più che trentenne sul rogo. Una vicenda triste ed esemplare degli anni bui della Controriforma, dominati da dogmatismo teologico e chiusura intellettuale.

Gli anni della Controriforma furono molto difficili per la filosofia europea: stretta nella lotta serrata tra Cattolici e Protestanti per il controllo delle coscienze continentali, essa dovette infatti ridursi ai minimi termini per sopravvivere, rinnegando molte delle originali aperture dell’epoca precedente. Chi non si adeguò a questa spinta conservatrice fece una brutta fine; i casi emblematici di Giordano Bruno e Tommaso Campanella testimoniano perfettamente il pesante clima di censura intellettuale di inizio XVII secolo, culminato con la condanna di Galileo da parte del Sant’Uffizio nel 1633. Ma ci sono tante altre storie tragiche di quel periodo, inclusa quella del giovane Giulio Cesare Vanini, protagonista di una drammatica odissea per le corti di mezza Europa occidentale.

Originario di Taurisano, nell’attuale provincia di Lecce, Vanini era figlio illegittimo di un anziano funzionario ligure e di una nobildonna spagnola: sostenuto da entrambi i genitori, egli riuscì presto a sfuggire la miseria della propria cittadina natale, oppressa da soprusi feudali e gabelle governative, iscrivendosi alla facoltà di giurisprudenza dell’Università di Napoli. La morte del padre lo costrinse però ad abbandonare gli studi e a cercare una nuova fonte di appoggio nell’Ordine Carmelitano, dove militò per diversi anni col nome di Fra Gabriele. Nel 1606 conseguì finalmente la laurea in diritto civile e canonico, impressionando i relatori per la grande cultura e la straordinaria padronanza della lingua latina: doti che spinsero i suoi superiori ecclesiastici ad inviarlo presso l’Università di Padova per frequentare la rinomata facoltà di teologia dell’ateneo veneto.

Qui il giovane strinse amicizia con Galileo e si avvicinò alla filosofia rinascimentale di Pietro Pomponazzi, sviluppando una forte avversione per il rigido dogmatismo del cattolicesimo romano. Ispirato anche dalla lettura di Averroé e Girolamo Cardano, egli finì quindi per rigettare ogni richiamo spirituale di tipo cristiano, sostenendo invece un panteismo naturalistico e materialista. Grazie alle pesanti tensioni diplomatiche tra Venezia e Santa Sede Vanini riuscì a professare liberamente tali convinzioni per alcuni anni, partecipando anche alla dura campagna anti-papale promossa da Paolo Sarpi; ma la riappacifiazione tra i due Stati lo costrinse poi alla fuga in Inghilterra, dove condusse una vita povera e solitaria insieme al confratello Giovanni Maria Genocchi. Grazie al successivo intervento di Sir Francis Bacon (Francesco Bacone), essi abiurarono la fede cattolica per l’Anglicanesimo, ma le loro concezioni miscredenti erano inaccettabili persino per l’arcivescovo di Canterbury, che - temendo giustamente un loro riavvicinamento alle autorità romane - ne ordinò l’arresto nell’inverno 1613.

Rinchiuso nella Torre di Londra per quasi due mesi, Vanini riuscì infine a scappare dal paese con la complicità dell’ambasciata spagnola a Londra, rientrando in seno all’ortodossia cattolica. Per diverso tempo egli visse quindi a Genova, svolgendo attività di precettore per la potente famiglia Doria, ma la sua conversione non convinse affatto l’Inquisizione locale, che ne ordinò l’arresto nei primi mesi del 1615. Fuggito in Francia, Vanini pubblicò due lunghi trattati (Amphiteatrum aeternae Providentiae Divino-Magicum e De Admirandis naturae reginae deaquae mortalium arcanis) in cui difendeva le proprie convinzioni filosofiche, sostenendo la comune identità di vedute tra legge naturale e legge divina. Allo stesso tempo egli sostenne anche l’idea di un mondo eterno ed immutabile, impermeabile al soprannaturale e frutto della razionalità naturale. Inutile dire che queste affermazioni provocarono l’ennesima condanna delle autorità ecclesiastiche, anche se garantirono al loro autore una certa popolarità presso gli ambienti colti della nobiltà transalpina. A Parigi Vanini ottenne infatti il permesso di stampare le proprie opere sotto l’egida della prestigiosa Università della Sorbona, ma la durissima reazione del clero locale - col rogo pubblico di entrambi i trattati - lo costrinse nuovamente all’esilio nella Francia meridionale, dove accettò di fare da precettore ad alcuni rampolli dell’aristocrazia tolosana.

E sarà proprio uno di questi, deluso forse dagli insegnamenti poco “iconoclasti” del maestro, a consegnarlo all’Inquisizione nell’estate 1618 con la grave accusa di ateismo. Processato in modo sommario, con addirittura la ridicola identificazione di innocui strumenti scientifici come “divinità pagane e idolatre”, Vanini fu infine condannato a morte nel febbraio 1619, da eseguirsi tramite rogo pubblico nella Place du Salin di Tolosa. Ormai rassegnato al proprio destino, l’uomo affrontò la morte con straordinario coraggio, rifiutando di abiurare le sue posizioni intellettuali e sfidando continuamente le ipocrite pressioni dei suoi confessori gesuiti. Prima di essere bruciato vivo pare abbia pronunciato la frase “Andiamo, andiamo a morire da filosofo”, rigettando ogni tipo di conforto divino: anche se l’autenticità è dubbia, essa testimonia bene la forza d’animo di Vanini in quel drammatico frangente. Gli fu tagliata la lingua e le sue ceneri furono sparse al vento in segno di disprezzo. Aveva solo trentaquattro anni.

Iolowcost

Una vita a basso costo?

Visita subito il nostro portale!

Le categorie della guida

Ultimi interventi

Vedi tutti