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Il lato "proibito" della Cappella Sistina

Un nuovo studio svela gli "insospettabili" protagonisti del "Giudizio Universale" di Michelangelo: prostitute, omosessuali e manovali osservati dal grande artista durante le sue frequenti visite ai bagni pubblici della capitale pontificia, vero e proprio campionario di povera umanità. Tutti elementi "sacralizzati" poi con successo negli spettacolari affreschi della Sistina, considerati ancora oggi tra i maggiori capolavori religiosi di ogni tempo.

Di solito la Cappella Sistina è associata con sentimenti ed emozioni di intensa spiritualità: sede dei Conclavi pontifici, la celeberrima stanza affrescata da Michelangelo tra il 1536 ed il 1541 viene visitata ogni anno da migliaia di persone, letteralmente sopraffatte dall’aura mistica presente nelle apocalittiche visioni del Giudizio Universale. Eppure tanta “sacralità” nasconderebbe un lato oscuro, dominato da passioni proibite e ruvida corporeità. Ne è convinta Elena Lazzarini, docente di Storia dell’Arte all’Università di Pisa, che ha da poco pubblicato un interessante studio dedicato al nudo nell’estetica rinascimentale (Nudo, arte e decoro, oscillazioni estetiche negli scritti del Cinquecento, Pacini Editore, 2010). E tra i protagonisti della sua indagine Michelangelo gioca un ruolo forse centrale, grazie all’analisi di nuovi documenti conservati negli archivi romani.

Secondo la Lazzarini, infatti, i personaggi ritratti nel Giudizio Universale sarebbero manovali e facchini incontrati dall’artista nei bagni della capitale pontificia, luogo di ritrovo abituale per le classi popolari del tempo. A confermare tale ipotesi sarebbero anche le contratte muscolature delle figure buonarrotiane, simbolo di fatiche fisiche reali, non simulate a scopo melodrammatico. Ma c’è dell’altro: i bagni erano pure centro fiorente della prostituzione locale, esercitata sia da uomini che da donne, e Michelangelo avrebbe rappresentato questo “turpe commercio” nelle anime della Sistina, trascinate all’inferno per i testicoli oppure sensualmente accarezzate tra le nuvole del paradiso.

Non a caso queste effusioni “oscene” - chiaro riferimento all’ambiguità sessuale dello stesso Michelangelo, protagonista di molte relazioni omoerotiche nel corso della sua vita - furono oggetto di pesanti attenzioni da parte della curia romana, che tentò spesso di nasconderle agli occhi dei fedeli con grottesche “cancellature”. Dopo il Concilio di Trento la Cappella rischiò addirittura la distruzione per via della sua estetica palesemente contraria ai decreti della Controriforma cattolica. A salvare il capolavoro di Michelangelo furono infine le “braghe” di Daniele da Volterra (1509-1566), incaricato da papa Pio IV di coprire le scandalose nudità del Giudizio Universale. Inutile dire che tale operazione, eseguita frettolosamente negli ultimi mesi di vita del pontefice, portò scarsa fortuna al bravo manierista toscano, soprannominato impietosamente “Il Braghettone” da molti storici dell’arte contemporanei.

Oggi gli affreschi non sono più oggetto di simili censure e il direttore vaticano Antonio Paolucci ha accolto con sincero interesse le rivelazioni della Lazzarini, sottolineando la straordinaria attenzione di Michelangelo per le molteplici espressioni della corporeità umana. Naturalmente è difficile dire se la scoperta della studiosa pisana verrà usata a fini polemici contro la Chiesa cattolica, magari in relazione all’annosa questione dei matrimoni gay. Certo è che il filone “proibito” della Cappella Sistina è presente anche in numerose opere di altri maestri come Leonardo, Cranach o il Bronzino, segno della tensione profonda tra spiritualità e fisicità nella cultura europea del XVI secolo.

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