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Il Papa dei tre concili

Breve storia del travagliato pontificato di Eugenio IV (1431-1447), sconvolto da contese con la nobiltà romana ed il movimento conciliare. Ma anche protagonista della rinascita artistica italiana, con i raffinati lavori di Beato Angelico e Jean Fouquet nella Basilica di San Pietro.

La vita del veneziano Gabriele Condulmer, eletto al soglio pontificio col nome di Eugenio IV nel marzo 1431, fu assai movimentata: proveniente da una ricca famiglia mercantile, egli fece carriera nei Canonici Regolari di San Giorgio in Alga, ma la sua nomina repentina a vescovo di Siena - favorita dallo zio Gregorio XII - provocò dure proteste da parte del clero locale, costringendolo ad un lungo “esilio dorato” alla corte romana. Qui egli ottenne la porpora cardinalizia, svolgendo importanti incarichi per il nuovo papa Martino V, che riuscì finalmente a risolvere il lungo scisma d’Occidente con il Concilio di Costanza del 1417. Ma un colpo apoplettico gli impedì di terminare l’opera, rendendo vacante il trono di Pietro durante le prime delicate fasi di una nuova assemblea conciliare a Basilea, convocata per promuovere l’unificazione interna ed esterna del mondo cattolico.

Fu la grande fortuna di Gabriele, che vinse l’elezione papale tramite un’accorta campagna politico-economica nei confronti dei colleghi cardinali, allettati dalla promessa di parte delle entrate annuali della Chiesa. Ma la potente famiglia Colonna non gradì affatto tale spregiudicatezza e attaccò pesantemente la politica fiscale del nuovo pontefice, responsabile anche del sequestro di numerose terre appartenenti al loro clan. Nel frattempo Eugenio IV venne coinvolto pure in una dura contesa con il concilio svizzero, sciolto frettolosamente nel dicembre 1431 per gli scarsi risultati dei suoi primi dibattiti: i delegati rifiutarono infatti di obbedire ai comandi papali e richiesero a gran voce la diretta partecipazione del pontefice ai lavori dell’assemblea, appoggiandosi alle disposizioni ufficiali emanate a Costanza quattordici anni prima. Sottoposto alle pressioni dell’imperatore Sigismondo, Eugenio dovette quindi piegarsi al volere conciliare, ridando legittimità formale all’assise basilese. Della situazione approfittarono i Colonna, che rovesciarono l’autorità pontificia a Roma nei primi mesi del 1434.

Privo di sostegni politici e personali, il papa dovette abbandonare frettolosamente la città, raggiungendo il porto di Ostia travestito da semplice monaco. Tale fuga fu movimentata dall’inseguimento della milizia colonnese e dal continuo lancio di pietre al suo indirizzo, chiaro segno dello scarso affetto popolare nei suoi confronti. Messosi in salvo, Eugenio si stabilì per diversi mesi a Firenze e Bologna, dove continuò a condurre la sua difficile lotta contro l’assemblea conciliare, ottenendo l’appoggio dell’imperatore bizantino Giovanni VIII Paleologo (1392-1448). La nuova sinergia col mondo ortodosso - reso più malleabile dall’avanzata ottomana verso Costantinopoli - portò alla convocazione di un nuovo concilio ecumenico a Ferrara nel gennaio 1438, con scomunica dei delegati basilesi ed inizio di un lungo processo di riunione della Chiesa d’Oriente con quella d’Occidente.

Ma la crisi con l’assemblea svizzera durò per altri cinque anni, con persino l’elezione di un antipapa nella figura di Amedeo VIII di Savoia, appoggiato dalla monarchia francese e da parte della dieta imperiale tedesca. E il Concilio di Ferrara non ottenne affatto i risultati previsti, venendo spostato a Firenze un anno più tardi a causa di un’epidemia di peste nella città romagnola: qui venne proclamato il rientro formale della Chiesa d’Oriente all’interno del mondo cattolico, ma la misura rimase lettera morta e fornì solo un temporaneo rialzo del prestigio papale presso i vari potentati europei. Eugenio riuscì comunque ad isolare i ribelli svizzeri ed il loro antipapa, guadagnandosi il favore della dinastia aragonese e dell’abile umanista Enea Silvio Piccolomini, che ne perorò la causa con incredibile fervore.

Sconfitta ogni opposizione, il papa rientrò dunque trionfalmente a Roma nel settembre 1443, ottenendo tre anni più tardi l’appoggio definitivo della dieta imperiale a Francoforte. Nel frattempo si dedicò con successo alla rinascita artistica della città capitolina, ospitando il grande architetto Filarete ed affidando il rinnovo estetico di San Pietro al Beato Angelico, che realizzò una serie di spettacolari affreschi oggi scomparsi. Alla corte papale fu invitato anche il brillante miniatore francese Jean Fouquet, che completò successivamente la propria formazione professionale a Napoli e Firenze. Questa saggia politica culturale fu all’origine del futuro sviluppo della scuola rinascimentale romana, basata sull’incontro/fusione di stili artistici differenti.

Memore delle esperienze precedenti, Eugenio si tenne alla larga da ogni forma di nepotismo, governando con discreta popolarità sino alla morte, avvenuta nel febbraio 1447. Nei suoi ultimi istanti di vita pare che abbia rimpianto a gran voce la sua precedente esperienza monastica, lontana dagli intrighi della corte ponfiticia. Viste le difficoltà affrontate, non gli si può proprio dare torto, anche se il suo pontificato rappresentò un importante sviluppo nella storia della Chiesa cattolica, contribuendo al parziale risanamento di vecchie ferite teologiche e dottrinali.

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