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La prima moglie di Enrico VIII

Breve ritratto di Caterina d'Aragona (1485-1536), rivale di Anna Bolena e sfortunata consorte del capriccioso sovrano inglese: una donna divisa tra sentimenti e ragion di stato nella turbinosa cornice della corte Tudor.

Nella complessa vicenda dello Scisma d’Inghilterra, fatta di passioni private e pubblici interessi, c’è una figura generalmente dimenticata dagli storici: si tratta di Caterina d’Aragona, prima moglie del volubile Enrico VIII e sfortunata rivale dell’affascinante Anna Bolena, destinata a rubarle marito e trono nell’arco di pochi anni. Probabilmente è proprio tale aura da “perdente” ad aver influito negativamente sul ricordo di questa donna orgogliosa, schiacciata da forze più grandi di lei. Ed anche il fallimento della figlia Maria - incapace di restaurare l’ortodossia cattolica in Inghilterra alla metà del XVI secolo - ha contribuito a relegarla in uno scomodo limbo storiografico, scalfito solo da qualche rara ricerca d’archivio.

E’ un destino davvero crudele se si pensa alla posizione di Caterina nel firmamento politico europeo prima del matrimonio: figlia di Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona, i celeberrimi “Re Cattolici” del Quattrocento spagnolo, fu promessa sposa sin da bambina al giovane Arthur Tudor, rampollo di Enrico VII d’Inghilterra. L’accordo matrimoniale mirava a dare legittimità internazionale alla nuova dinastia d’Oltremanica, vincitrice delle lunghe contese interne originate dalla Guerra delle Due Rose, e ad instaurare solidi rapporti diplomatici tra i due regni. Così nel 1501 Caterina sbarcò in Inghilterra per celebrare le nozze con Arthur, circondata dall’affetto e dall’ammirazione della popolazione locale: la cerimonia a Londra fu infatti particolarmente sfarzosa e sottolineò tutta la grazia aristocratica della principessa spagnola, educata alla ferrea etichetta della corte castigliana. I due sposini si trasferirono quindi nel castello di Ludlow, in Galles, dove vissero alcuni mesi di felice vita coniugale. Ma il destino era in agguato; in capo a sei mesi Arthur morì infatti di malattia, lasciando la propria giovane moglie sola e forse ancora illibata.

Vista la situazione, Caterina avrebbe dovuto teoricamente rientrare in Spagna, ma Enrico VII - deciso a sfruttare sino in fondo il proprio investimento politico - organizzò un nuovo matrimonio col secondogenito Enrico, ottenendo pure una dispensa speciale da papa Giulio II. E’ possibile che la ragazza abbia sofferto tale imposizione ufficiale, ma le nozze con il giovane principe - più giovane di lei di sei anni - riservarono anche piacevoli sorprese: Enrico era infatti prestante, gioviale e di buona salute, tutte qualità piuttosto assenti nel defunto Arthur. Inoltre il matrimonio portò alla donna un cospicuo vitalizio in denaro, togliendola dalle ristrettezze della vedovanza gallese.

Non a caso i primi anni della nuova coppia reale furono marcati da reciproco rispetto e dichiarazioni pubbliche di sincera fedeltà. Caterina assunse anche il ruolo di consigliere privato del marito dopo la sua ascesa al trono nel 1509, sfidando spesso l’autorità del cardinale Thomas Wolsey, cappellano e tesoriere della corte londinese. Ma l’assenza di un erede maschio finì per compromettere seriamente i rapporti con Enrico, ossessionato dalla necessità di garantire il futuro della dinastia Tudor: la nascita della piccola Maria nel 1516, dopo anni di aborti spontanei, finì infatti per distanziare ulteriormente i due coniugi, spingendo il sovrano a cercarsi una “consorte di riserva” nella giovane Anna Bolena, nipote del Duca di Norfolk. La donna rifiutò però di svolgere un ruolo subalterno, rivendicando una posizione ufficiale all’interno della corte inglese. Influenzato anche dai venti di riforma religiosa provenienti dalla Germania, Enrico decise quindi di chiedere l’annullamento del proprio matrimonio con Caterina, adducendo l’assenza di una prole numerosa come causa della rottura coniugale.

In passato la cosa si sarebbe forse risolta diplomaticamente con qualche forma di compensazione per la sposa ripudiata: quando Enrico fece la sua richiesta, però, papa Clemente VII era ostaggio dell’imperatore Carlo V, le cui truppe avevano saccheggiato brutalmente Roma nella primavera 1527. E il potente sovrano spagnolo non aveva alcuna intenzione di sciogliere il proprio legame familiare con la corona inglese, specialmente in virtù della propria decennale rivalità con la Francia per il controllo della penisola italiana. Così il pontefice cercò ogni scusa per procrastinare la causa di scioglimento, adducendo molteplici cavilli di ordine teologico e formale, mentre Caterina condusse una brillante campagna di ostruzione nei confronti del marito, stringendo importanti relazioni a corte e guadagnandosi il favore popolare. Umiliata dal comportamento di Enrico, la donna mirava ora a tutelare i diritti dinastici della figlia Maria, garantendo uno sbocco positivo ai propri sacrifici personali degli anni passati.

Tuttavia la tattica dilatoria si rivelò infine infruttuosa. Deciso a sposare Anna e a ridimensionare le pretese straniere sul suo regno, Enrico ottenne nel 1533 lo scioglimento ufficiale del matrimonio da parte dell’arcivescovo di Canterbury, aprendo di fatto una rottura diplomatico-religiosa con la Santa Sede. Privata del titolo di regina, Caterina fu quindi allontanata dalla corte, venendo spesso segregata in castelli lugubri e fatiscenti. Mantenne comunque una fitta relazione epistolare con l’ambasciatore spagnolo a Londra, cercando ancora di proteggere la figlia dalle ambizioni reali della Bolena, e nella “prigionia” mostrò sempre un’orgogliosa dignità, rivendicando sempre il proprio ruolo di legittima consorte del sovrano.

Morì nel gennaio 1536 nel castello di Kimbolton, al termine di una lunga malattia. La sua ultima lettera era indirizzata ad Enrico, mostrando ancora un notevole affetto nei confronti del marito fedifrago; ma il re rifiutò di leggerla, rallegrandosi invece per la scomparsa della moglie “rompiscatole”. Il suo nuovo matrimonio con Anna Bolena si rivelò però altrettanto fallimentare, con la nascita di un’altra figlia femmina (Elisabetta) e le frequenti scenate di gelosia della neosposa. Il risultato fu la messa a morte della donna nel maggio 1536, giusto pochi mesi dopo la scomparsa della coraggiosa Caterina. Quasi una vendetta postuma della sfortunata regina sui suoi vecchi nemici di corte.

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